INTERMEZZO LETTERARIO / LA DISTANZA di Luca Tegoni (8^ Puntata)

13 Gen 2018, 12:00 4 Commenti di

la distanzaLuca Tegoni, apprezzato autore di StadioTardini.it, la scorsa estate ha pubblicato in proprio (www.lulu.com) un romanzo corto “La Distanza”  che dal 6 Gennaio 2018, a puntate, ci accompagnerà ogni giorno, allo scoccare delle 12.

Il volume è acquistabile su amazon.it

Ecco l’ottava puntata:

Nina guardava lontano. Ama la seguiva nello sguardo e si allontanava sempre più dalla umile accondiscendenza di sua madre. Il destino, per Suman, non era mutabile se non dai grandi uomini, non certo dalle piccole donne. La sua condizione umana era scolpita nell’anima della sua cultura che da necessità era diventata tradizione e quindi legge. Il suo sguardo timido scrutava il mondo sconosciuto che Nina poco a poco mostrava e la paura per la sorte della figlia, o meglio per il futuro, la sconcertava ma la rendeva meno debole e più pronta nell’accompagnare i primi passi incerti che Ama stava muovendo seguendo le orme che Nina lasciava.

Gli occhi di Ama vedevano più lontano del suo sguardo, più lontano della riga che separa l’orizzonte dallo spazio dell’immaginazione. Ama si abbandonava a guardare oltre e il suo volto assumeva espressioni di serena consapevolezza. Fluttuava, intangibile, nelle strade della sua città preferita, quella che la sua immaginazione le proponeva tutte le sere, ogni volta che al calar del sole si sedeva con sua madre e con Nina e riposava.

La città all’alba si presentava vuota, irradiata da un sole basso che allungava le ombre di Nina e di Ama. Suman era rimasta indietro.

Assenza di suoni e figure. Nulla era in movimento. Il vento rotolava, sull’asfalto delle strade ampie, piccole foglie secche che si fermavano lungo lo sbalzo dei marciapiedi e da lì proseguivano la loro corsa sincopata insieme alla polvere che si raccoglieva. Le due giovani erano entrate in città e si fermarono ad attendere Suman. Guardarono intorno le case alle spalle  e i ponti davanti che in fila  attraversavano il grande fiume. Suman raggiunse le due e si fermò insieme a loro a contemplare lo spettacolo di una città al risveglio. Cominciarono, nel silenzio, a percepire i primi distinti rumori. Un’auto in lontananza, la serranda di un negozio, il campanello di una bicicletta, l’avvolgibile di una finestra. La luce ormai diffusa del sole  intersecava le ombre lunghe dei palazzi. Passando davanti ad un giardino si fermarono a dissetarsi ad una fontanella pubblica. Poi un improvviso boato le fece sobbalzare con l’acqua ancora in bocca e poi un secondo e un terzo, tutti violentissimi come fosse un terremoto. Si strinsero tra di loro e guardarono istintivamente verso l’alto. Il cielo rimaneva sereno e il sole luminoso. Tre piccole scie fendevano lontane l’aria lasciando il segno del passaggio di chi aveva percosso la sordità del suono e che avrebbe spostato la dimensione del rumore oltre, laddove si sganciano le bombe. Tutt’intorno, Ama, Nina e Suman non percepivano null’altro che una calma ordinaria e gli uccelli del giardino ripresero il canto interrotto. Ormai le strade erano frequentate da macchine e persone e, in breve, il suono del silenzio lasciò luogo al rumore dell’uomo, come ogni giorno accadeva nella natura delle cose, come la luna che lascia il posto al sole, come le tenebre che lasciano il posto alla luce. Il suono lascia il posto al rumore.

Ripresero il cammino e, per proseguire accanto al fiume, cercarono di attraversare la strada. Non erano abituate al traffico, da molto tempo non vedevano un mezzo meccanico ma, soprattutto, da molto percorrevano sentieri attraversati da qualche insetto. Non erano più abituate a calcolare la velocità delle auto o anche soltanto delle biciclette per non parlare delle corriere o dei camions. Per vari minuti rimasero in attesa di un tempo propizio, di una visibilità di sicurezza. Suman era la più in difficoltà, non aveva la stessa prontezza ed agilità di Ama e di Nina e sicuramente le lunghe vesti che la ammantavano non le facilitavano in quella che ormai stava per diventare una prodezza. A ogni passaggio di automezzo si guardavano stupite, sbalordite e poi impaurite e poi con un sorriso e nel frastuono del rumore nemmeno riuscivano ad ascoltarsi. Volevano attraversare. Viste dall’alto, facevano tenerezza, così estranee a tutto quanto era in movimento. Ecco, loro, in quel momento, erano in antitesi alle dimensioni, ai tempi, ai rumori, alle sollecitazioni della città. Non dovevano essere lì. Nemmeno Nina riusciva a comprendere quello stato in cui si trovava, che, se paragonato ad un passato sicuramente non remoto, diventava un presente comico in cui lei, attrice, si trovava a disagio. La colse un moto di stizza, si girò parallela alla strada in direzione opposta alla città, di ritorno verso il bosco, verso il suono del silenzio. Ama si volse improvvisamente per guardarla, non vista, con gli occhi increduli e poi imploranti. Suman non si accorse di quanto stava accadendo e colse quel momento che non esisteva, mosse pochi passi stentati, poi, tirando in su con le mani le gonne per facilitare il passo, si affrettò e in poco, indenne, fu dall’altra parte. Lei c’era riuscita. Ama la guardò ammirata e trionfante. Un angelo la guardò divertito e commosso. Passava di lì per caso e fu come quando il Mar Rosso ritirò le acque. Ama urlò per attirare l’attenzione di Nina che non si era ancora accorta che Suman ce l’aveva fatta. Nina si girò, vide Ama sbracciarsi, non vide sua madre e impaurita cominciò a cercare con lo sguardo dove non doveva essere. La vide, col volto e la testa scoperti, a riposarsi appoggiata al parapetto del lungofiume e mostrava coi capelli al vento la sua bellezza, antica ma non ancora sfiorita. Come una vittoria.

Nina tornò convinta verso Ama e le disse: – Ce la facciamo anche noi.

E anche loro ce la fecero. Il Mar Rosso si aprì una seconda volta e altri due angeli che passavano per caso ristettero divertiti a guardare, compiaciuti, la scena.

I tre angeli, sopra, volavano per gioco e si rincorrevano, scendevano in picchiata e salivano talmente in alto che vedevano lontani, lontanissimi, altri aerei da guerra. Giravano le ali lasciandosi alle spalle quel teatro lontano, dove gli uomini non erano più uomini ma soldati e recitavano come pazzi una parte non scritta. Non un angelo li accompagnava, i soldati erano soli con se stessi e con i loro generali. Non un angelo aveva il coraggio di sfidare la morte laddove aveva messo la sua mano. Gli angeli di Ama, Nina e Suman scesero su di loro e continuarono ad accompagnarle nel loro percorso.

Nina si sentiva a disagio, non aveva nessuna curiosità di scoprire la città, anzi provava un poco di angoscia nel riconoscere un mondo dal quale era uscita. Ora sapeva che aveva abbandonato quella vita. Non la accettava più, entrare in città era stato un errore. Voleva attraversarla al più presto ed uscire ancora una volta senza per questo tornare indietro. Ama, invece, era eccitata da tutto quanto accadeva ad ogni batter di ciglia. Ogni volta che posava lo sguardo c’era qualcosa di sconosciuto da conoscere. Tutta la velocità che le passava innanzi le dava un’ebbrezza che non pensava avrebbe mai provato. Voleva disfarsi dei suoi veli, dei suoi mantelli, dei suoi fardelli, voleva vestirsi come la ragazza che camminava venendole incontro, voleva essere rapida, agile, indipendente. I pensieri che rotolavano nella sua mente le cadevano addosso frenandola, ogni volta che si girava ad attendere il passo faticoso di sua madre, che guardava a terra per non essere vista e per non vedere lo sguardo di sua figlia di cui indovinava luce e taglio.

La grande strada che accompagnava il corso del fiume era interrotta ogni tanto da altrettanto grandi attraversamenti che a destra entravano nella città e a sinistra oltrepassavano il fiume con lunghissimi ponti che quasi non se ne vedeva la fine. Ogni volta che giungevano in prossimità di questi attraversamenti sorgeva la solita difficoltà di passare dall’altro lato. Così tra uno sbuffo e un sorriso gli angeli si diedero ancora da fare, più di una volta, ancora per aiutarle.

In prossimità di un’altra strada  da attraversare, l’angelo di Suman se ne andò via in lacrime, lasciando gli altri due esterrefatti e preoccupati. Sul momento non avevano capito, lo richiamarono, cercarono di seguirlo poi tornarono indietro scotendo la testa, accelerarono gli ultimi battiti d’ali finché giunsero dove si era consumata la loro tragedia annunciata. Suman, travolta da un camion, giaceva senza vita circondata dalle lacrime di Ama e di Nina che guardavano il cielo che non aveva risposte. Gli angeli si sentirono fragili ed impotenti, si sentirono soli come mai lo erano stati. Non sapevano, non conoscevano l’istinto della vita che finisce e non potevano essere preparati ad affrontarlo. Nemmeno loro. Dove poteva essere andato l’altro angelo, dove? Un peso enorme, un rumore impossibile sovrastava le loro ali, le loro piccole ali che sentivano sempre più simili alle braccia esili ed indifese di Ama e Nina, quelle braccia che raccoglievano senza forza il corpo svuotato di Suman. Il corpo della persona che era stata una madre e dal quale si erano sentite protette e rassicurate, amate. Ed ora il vuoto di quel corpo macchiava l’asfalto di sangue e lacerava la loro sicurezza. Poche persone si fermarono. Il camion fuggì. Nina si alzò in piedi per piangere liberamente il suo dolore e versare idealmente le sue lacrime nel fiume che avrebbe trasportato le ceneri di Suman per avere un senso e una speranza di unione fisica tra la vita e la morte. Un gesto, una liturgia, tra ciò che si ha e ciò che si perde per sempre. I due angeli di Ama e Nina non videro mai più il loro ultimo compagno.

Ama e Nina spostarono il corpo dalla strada e a braccia lo trascinarono ancora avanti, oltre quella maledetta strada, continuando quel viaggio fin dove il lungofiume diventava un argine. Sole, senza aiuto. Nemmeno loro volevano condividere la passione e la tristezza e poi il dolore con altri. Avevano fatto tutto con le loro forze, anche se il corpo vuoto di Suman era diventato pesante. Una volta giunte sulle rive del fiume stava quasi per tramontare il sole e si affrettarono nella ricerca di legna da ardere, in modo che il fiume si portasse via le sue povere ceneri dopo aver brillato dei propri riflessi ancora,  come un’ultima stella in un cielo buio.

Successe tutto in poco tempo e in quelle poche ore il dolore lasciò il posto al ricordo, ad un tenero ricordo. Il sentimento della solitudine divenne il legame che unì le due ragazze. Bruciarono tutto di Suman, non vollero tenere null’altro che la memoria. Il fuoco si alzò alto nella notte calma, Ama gettò nel fuoco i propri veli e riposò la testa sulla spalla di Nina che guardò il fuoco bruciare per tutta la notte fino a che si estinse. Tutto venne spinto nel fiume e un piccolo vento soffiò lontano le ceneri che si alzavano. Non rimase che la memoria come Ama e Nina avevano desiderato.

Abbracciate, rimasero là ferme a guardare il buio della notte. Nina, impaurita da tutta quella cupa tensione, da quell’impotenza doverosa di fronte alla morte di una persona amata, stringendo le mani fredde di Ama le disse: – Ora e poi più. Ho paura di questo dolore. Ho paura di ciò che non conosco e non controllo. Tua madre, Suman, rimarrà nella nostra memoria senza più lacrime. Hai bruciato tutto. Anche Tu sei nuova.- Nina le sfiorò i capelli lunghi, neri e finalmente sciolti, non presi, non nascosti. Voleva che questo diventasse bellezza, lontana dalla morte, lontana da tutto ciò che si nasconde. Nella morbida luce della luna Ama fermò con un dito la corsa di una lacrima, si accostò a Nina e disse con un sorriso luminoso: – Ora e mai più. A mia madre donerò la bellezza della mia vita. Stiamo vicine.

Il giorno le svegliò senza sole, con una grigia umidità nebbiosa che nascondeva alla vista la corsa del fiume. Al fiume si lavarono senza spogliarsi. Da sopra, poche persone in colonna, sull’argine, sembrava stessero affrontando un lungo viaggio. Ama e Nina osservarono quella colonna che andava avanti.

:- Ama , restiamo o andiamo con loro?

:- Andiamo in città, non la conosco e non voglio averne paura.

:- Stai diventando grande in fretta, dovremo anche trovare dei vestiti … lo sai che puzzi?

Ama, la fissò come per sfidarla, si spogliò completamente nuda incurante della colonna di uomini, donne e bambini che passava poco distante e si tuffò in fiume. Con un grido giocoso urlò il ghiaccio dell’acqua e un invito a Nina: – Puzzi anche tu! Vieni.

Poche cose da togliere e anche Nina si spogliò per lanciarsi in acqua. Non ricordava di aver mai fatto una cosa del genere e tra il freddo e il divertimento batteva i denti e rideva e vide Ama felice saltare nell’acqua, picchiare le mani sulla superficie e provocare grandi spruzzi. La gente dall’argine lanciava occhiata turbate e imbarazzate ma continuava il cammino senza girare la testa, solo un bambino si fermò a guardare quel gioco così divertente e subito una donna lo prese per mano e lo riportò in colonna.

Ama e Nina vinte dal freddo risalirono dall’acqua per asciugarsi, non c’era granché, se non i loro vestiti. Si allontanarono dalla sponda e cercarono di ripararsi almeno alla vista di chi avrebbe potuto passare. Senza indossare i vestiti cercarono di coprirsi come meglio potevano. Decisero di usare una maglia di Ama come salvietta e, al riparo di un cespuglio, si asciugarono.

:- Non solo sei diventata grande…ma…

:- Ma? Cosa? Matta come te? Cosa stai guardando?

L’espressione di Nina cambiò. Dallo sguardo e dal tono scherzoso passò al silenzio e fece segno ad Ama di non parlare. Come reazione Ama si rivestì in fretta, tanto quanto Nina stava facendo. Ama sottovoce chiese se avesse visto qualcuno e Nina disse che forse c’era qualcuno che le stava guardando di nascosto. Era come una presenza che non riusciva a controllare, si sentiva indifesa e non avrebbe saputo come proteggere Ama. In poco tempo passarono da un’esibizione incurante di se stesse al timore di essere osservate. Così, ancora un poco bagnate, risalirono l’argine, mentre il grigiore della nebbia fluviale lasciava il posto alla luce rossa del primo sole, ancora basso ma già caldo.

:- Sei sicura che ci fosse qualcuno che ci stava guardando?

:- No è stata solo una brutta sensazione, mi ha come pietrificato, in un momento mi sono sentita senz’aria … comunque è passato tutto e adesso va … ah, si, stavo dicendo che sei matta!

:- Per un bagno?

Risero tutte e due.

Gli angeli ritrovarono il loro buon umore grazie alla forza d’animo e alla bellezza delle due ragazze. Una bellezza che suscitava in loro ammirazione, anche se la loro essenza non umana non permetteva di percepirne la fisicità, ma solo quello che si chiama spirito. A loro era negato il piacere fisico e quindi rimaneva solo l’idea del piacere che la bellezza di Ama e Nina trasmetteva loro come fosse il riflesso di uno specchio di luce.

Le due amiche ripresero il cammino e si affacciarono alla città con un atteggiamento diverso da quando erano entrate. La paura e la diffidenza di Nina avevano lasciato il posto alla curiosità di scoprire il mondo che era diventato nuovo e in questa comune intenzione, insieme ad Ama, già vinta dalla novità e convinta dal desiderio, si impadronirono del panorama, della gente, della confusione, del movimento continuo di alto e basso, di profondo e piano, di largo e stretto, di curvo e rettilineo, del tempo che cambiava posizione alle ombre degli edifici, del sole che si spostava e le sorprendeva nel bagliore improvviso di una fuga prospettica imprevista. Senza fame, senza stanchezza, giunsero, nel sorriso dei loro sguardi complici che condividevano la meraviglia e lo stupore, ad una piazza grande, enorme, piena di luce e persone, di gruppi di persone, di giochi e fuochi, di canti e strumenti, bolle di sapone e aeroplani di carta, palloncini e aquiloni, poeti e cialtroni, acrobati e gente, tanta gente, che guardava gli spettacoli , che si divertiva, rideva oppure non guardava e discuteva con le spalle girate, oppure beveva seduta, in piedi, mangiava senza fretta o infastidita.

Un mondo si era aperto dinnanzi a loro e poi tutt’intorno, man mano che si inoltravano verso il centro della folla e dello stupore. Si sedettero a far parte della vita, si sedettero e si sentirono come la gente che le guardava, che non le vedeva che sorrideva e addirittura che lanciava monete d’elemosina. Nina, al tintinnare della seconda moneta sulla prima, guardò Ama e vide il proprio aspetto miserevole, si guardò le unghie lunghe, alcune spezzate, sicuramente sporche, i piedi coperti da calzature aperte, lerce e forse malate, la polvere, gli sfregi, le piccole cicatrici, i pantaloni laceri e luridi … Per il resto il tono non cambiava … per essere in ordine avrebbe avuto bisogno di un miracolo. Lei pensava e gli angeli si guardarono perplessi, dicendosi che qualcosa sarebbe dovuto accadere. Che cosa potevano far accadere? Un miracolo davvero o forse il semplice caso, non proprio fortuito bensì condizionato da una volontà benevola ed anche un poco impicciona? Gli angeli volavano intorno, a cerchi concentrici, librando le ali, avvicinandosi all’ipotetico centro, l’obiettivo da raggiungere.

Ama che, seduta, guardava la gente discutere cercando di ascoltare i loro discorsi, girò la testa e vide, proprio a un passo da lei, una figura alta. Dapprima gli stivali poi, a salire, tutto il resto, una faccia da pagliaccio per finire. Dalle mani mosse a volo di colomba, il pagliaccio lasciò cadere coriandoli, una pioggia che investì Ama, sorridente e finalmente coinvolta in quella che riteneva la grande festa. Rise e cercò con lo sguardo, girandosi un poco verso di Nina, che stava osservando la scena inizialmente stupita ma non contrariata, anzi, distesa e rilassata. Pensava che gli angeli esistessero veramente. Guardò verso il cielo e salutò con la mano. Gli angeli, non visti, risposero contenti con un gesto uguale.

:- Ciao mi chiamo Lest, venite con me? Vi faccio conoscere i miei amici. Sono simpatici, vi piaceranno. Come vi chiamate? – e sparse altri coriandoli. Le ragazze si alzarono in piedi, apprezzarono il saluto e rispondendo si incamminarono con quella faccia da pagliaccio tra la folla, le risa, le urla, i canti e tutto il frastuono. Nina pensò che forse poteva essere un pessimo incontro mentre Ama non venne affatto sfiorata da questa ipotesi. Andavano allegre, chiacchierando con Lest, ricambiando i saluti della gente che forse scambiava anche loro per pagliacci, o forse streghe o forse altro ma salutavano il loro bel volto sorridente.

:- Dove andiamo? – chiese Ama a Lest.

:- Andiamo al circo. Sono un pagliaccio del circo. Si vede no? Siamo fermi da qualche giorno e ci farebbe comodo avere una mano in più in cucina. Siamo in tanti e non c’è mai abbastanza tempo per fare tutto. Vi ho viste in condizioni non proprio ideali, scusate, anzi…

:- Orrende! Interruppe Nina – dillo pure senza paura di offenderci.

:- Grazie. È’ la parola giusta. Ho pensato che vi avrebbe fatto piacere avere, in cambio del vostro lavoro, degli abiti, del cibo e un letto.

:- Fantastico Lest! Sai, finora non ci avevamo nemmeno pensato  a cercare lavoro ma è una splendida idea. Non è vero Nina?

:- Certo, ottima idea!  proprio quello di cui avevamo bisogno.

:- Da dove venite ragazze? Avete un’aria di chi viene da lontano. Da molto lontano. Magari ne avete passate anche delle brutte. Si dice che ormai ci sia la guerra. Noi che viaggiamo siamo preoccupati, non vorremmo imbatterci nella parte sbagliata.

:- Un giorno magari ti racconteremo da dove veniamo. Abbiamo fatto molta strada e vogliamo ancora farne tanta.  Non ci piace la guerra e non sappiamo nemmeno chi combatte, abbiamo conosciuto soltanto chi muore. Basta così, oggi è una giornata così bella!

:- E’ così Ama. Oggi è una bella giornata. Lest, c’è ancora molta strada da fare?

Finalmente giunsero a destinazione. Svoltato l’ultimo angolo, davanti a loro si ergeva un grande, tipico tendone da circo. Da un lato erano disposte le gabbie e i recinti con gli animali. Dall’altro, tutti i veicoli, i camper e le roulotte. Da un lato lo zoo, dall’altro l’accampamento. In mezzo, solenne, il tendone del circo. Da lontano, Ama e Nina non riuscivano a notare il movimento continuo che le persone e gli animali generavano e mano a mano che si avvicinavano si rendevano conto della moltitudine che popolava quel piccolo spazio. Uomini enormi con tigri al guinzaglio, gli sputafuoco, i mangiafuoco, gli equilibristi, i pagliacci, i nani, le ballerine, i domatori, le domatrici, la donna più bella del mondo, la donna più grassa del mondo, i prestigiatori, i cammelli, le galline, l’uomo serpente, il cannone, le fruste, le gabbie, i sorrisi, le urla, i canti, la poesia.

Uomini e donne insieme che vivevano in un libro magico dove ogni giorno si scriveva un capitolo diverso.

Quell’affascinante confusione abbagliava e stordiva le due amiche che, dopo pochi passi dentro al recinto, venivano presentate da Lest agli amici e ai parenti.

Ama e Nina furono accompagnata da una giovane con un vestito a fiori a fare un bagno e a rivestirsi. L’acqua era fredda ma era così pulita che la loro pelle non ebbe che brividi di piacere e non di freddo. Il sapone le profumava come se fosse un regalo, una sorpresa. Non ricordavano da tempo un buon odore su di loro. Videro i loro vestiti buttati a terra senza ritegno e sapevano che non li avrebbero mai più indossati. Ora, che avrebbero avuto altri vestiti, si resero conto di come quelli vecchi fossero impossibili non solo da indossare ma anche da guardare. Il loro ultimo sguardo provò un certo ribrezzo. I vestiti furono bruciati.

Nuove e bellissime. Ama e Nina non stavano più nella pelle di potersi guardare nello specchio per apprezzarsi un po’. Un poco di vanità che avevano a forza scacciata da troppo tempo e, finalmente, poterono vedere la loro immagine e ristettero, impacciate, ammirate e meravigliate dal loro sorriso che illuminava tutta la figura. La loro contentezza fece sgorgare qualche breve lacrima. Si abbracciarono felici e si voltarono verso i nuovi amici che guardavano entusiasti.

:- Ora siamo pronte a lavorare. Diteci tutto.  Esordì Nina con una risata.

:- Io prima mangerei qualcosa, se fosse possibile. – Aggiunse timidamente Ama.

E tutti risero. La giornata continuò per il meglio. Ama e Nina impararono molte cose e alla sera erano stanche di una stanchezza nuova che non conoscevano ma che le rendeva soddisfatte.

Di notte, con la luce del buio, dal circo si poteva ammirare la città distante, ritagliata nel cielo da una linea discontinua di luci. Nina e Ama sedettero ad ammirare lo spazio acceso davanti a loro. Si sorrisero, avevano fatto una conquista, avevano cominciato un’altra strada.

Il silenzio della stanchezza, la calma e ancora l’ultima goccia di curiosità della giornata fecero scoprire un pezzo dell’accampamento che ancora non avevano visto. In fondo, dietro al tendone degli spettacoli, c’era una tenda che diventava visibile per una piccola luce che, nel buio della notte, appariva molto fioca. La tenda rimaneva isolata, assente forse. Durante il giorno non l’avevano notata. Forse, pensò Nina, era arrivato da poco. Forse, pensò Ama, non la volevamo vedere. Forse, ma ora rimasero attratte dalla forma che si muoveva lentamente dentro la tenda e che la luce mostrava come ombra scura che nella notte diventa misteriosa. Ama e Nina erano quasi arrivate, erano a pochi metri dall’ingresso.

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Stadio Tardini

4 Commenti a “INTERMEZZO LETTERARIO / LA DISTANZA di Luca Tegoni (8^ Puntata)”

  1. Luca says:

    Come sempre, è scritto benissimo. Complimenti! http://www.stadiotardini.it/emoticons/wpml_good.gif

  2. VELENOSO says:

    Beh ci siete bravi.

  3. Maria Teresa says:

    sempre più avvincente