BEPPE CARDONE: L’UOMO, IL CAPITANO

06 Dic 2018, 11:00 8 Commenti di

(Luca Bellelli) – È il 18 giugno 2005. È l’ultimo spareggio per non retrocedere in serie B della storia del calcio italiano, ed è Bologna-Parma. Dopo 20 minuti circa c’è questo calcio d’angolo per noi, io vado a saltare. Il cross di Fábio Simplicio è velocissimo, viene toccato da diversi giocatori. Non si riesce a capire dove finirà la palla, poi è lei che cerca me. Io metto la gamba destro e vengo colpito. È gol.

È il 3 maggio 2003. In uno scontro aereo con Mourad Meghni del Bologna, perdo i sensi e ricado a corpo morto con tutto il peso sulla gamba destra: mi rompo il perone. Io ancora non lo so, ma quello è un infortunio che mi perseguiterà per un anno e mezzo.

Sono Giuseppe Cardone, e la mia carriera si articola su cerchi che si devono per forza chiudere. Cresco nel Milan, la squadra che tifavo, che, dopo un prestito a Pavia, la squadra della mia città, mi vende al Leffe in serie C1. L’anno dopo sono in B alla Lucchese, e finisco questa mia scalata con la prima stagione in serie A a Bologna, 24 partite nel 1996/97. Imparo tantissimo con Renzo Ulivieri come allenatore: un Maestro, senza mezzi termini. Dopo quella buona stagione, il Milan mi ricompra e faccio 19 presenze con Capello mister. L’anno dopo però ho poco spazio con Zaccheroni, e a gennaio chiedo di andarmi a giocare le mie chance altrove: ho 25 anni e voglio dimostrare di meritarmi la categoria che ho conquistato sul campo.

Quindi, una dietro l’altra, Vicenza, Venezia, poi prima tappa al Parma, in uno scambio con Federico Giunti (non dimenticatevi questo particolare).

Malesani però è chiaro: davanti ho Thuram, Fabio Cannavaro e Sensini. Spazio potrebbe essercene poco: altro giro, di nuovo Vicenza con Toni al debutto in A.

Terza retrocessione consecutiva in Veneto, riscattata però da un ottimo 2001/02 a Piacenza, in una squadra tecnicamente niente male e il bisonte Dario Hübner che, tra una sigaretta e l’altra, mette insieme 24 gol ed è capocannoniere con Trezeguet. A Piacenza incrocerà la sua vita con quella di Alessandro Lucarelli.

FINALMENTE A CASA

Nel gennaio 2003 vengo ripreso dal Parma, c’è Prandelli allenatore e in squadra gente come Nakata, Lamouchi, Mutu e Adriano. Metto insieme 13 presenze con 1 gol, fino al fatidico 3 maggio. Un infortunio grave, ma mai avrei immaginato a cosa sarei andato incontro. Contraggo un’infezione in sala operatoria, non riesco a guarire. La notizia non trapela più di tanto, ma un giorno, uscendo dalla clinica infettivologica, mi viene detto che se la situazione non migliora da lì a una settimana, dovranno intervenire sull’arto in “maniera drastica”. Tradotto: amputazione dal ginocchio in giù. Potete immaginare il mio stato d’animo in quel momento. Con il medico del Parma, Manara, andiamo nel ritiro dell’Italia a Milano, dove ho un incontro col dottore della Nazionale Ferretti. Questi fa un paio di chiamate e mi comunica che il giorno dopo verrò operato a Roma per la rimozione dei ferri nella gamba. Due giorni dopo l’operazione, i valori del sangue tornano nella norma e il rischio d’amputazione è scongiurato: i ferri per sistemare il perone avevano impedito agli antibiotici di essere efficaci, e la situazione stava per diventare irrimediabile. L’infortunio e le relative conseguenze avevano influito anche sulla mia postura e sul modo di correre, causando una serie di problemi collaterali: nel 2003/04 gioco quindi solo quattro partite. A Parma, su 6 anni di permanenza, posso dire di essere stato davvero bene fisicamente solo in 5 mesi complessivi.

CRAC PARMALAT

Il 2003/04 è anche l’anno del fallimento della Parmalat. C’è una vittoria da ricordare su tutte, un 2-0 ad Ancona in un clima surreale attorno alla squadra, nella settimana in cui si era scoperchiata la pentola dello scandalo finanziario. Quel Parma sfiora la qualificazione alla Champions League, restando in corsa fino all’ultima giornata, trascinata da un Gilardino 22enne che segna ad ogni respiro. Cardone individua nel tanto criticato commissario straordinario Enrico Bondi, che si occupò della gestione della società, un “uomo di poche parole e grandi fatti, di quelli che piacciono a me”.

Nel 2004/05 vengo nominato capitano. All’inizio però gioco poco, ho qualche incomprensione con Silvio Baldini, poi risolta, ma comincio a giocare di più quando arriva Carmignani [una sorta di Mr Wolf del Parma in quegli anni, ndr].

In quell’anno, segno addirittura 2 gol in 6 presenze in Coppa Uefa, e grazie a una di queste, mi guadagno l’unica presenza in  prima pagina sulla Gazzetta dello Sport in vita mia. “Cardone, il  barbiere di Siviglia”era il titolo del 18 marzo: vincemmo infatti contro gli spagnoli, 1-0 al Tardini contro uno squadrone. C’erano Julio Baptista, Sergio Ramos, Daniel Alves, Jesús Navas … all’andata 0-0 là con 9 ammoniti nostri, Frey che parò qualunque cosa e noi che varcammo la metà campo solo per il calcio d’inizio. Raggiungemmo la semifinale con 2 o 3 ragazzini sempre in formazione: qualche titolare doveva rifiatare perché ci giocavamo la vita in campionato. La B, con una situazione societaria del genere, avrebbe voluto dire con ogni probabilità fallimento e scomparsa della squadra.

Quel torneo si concluse col doppio spareggio di Bologna, in un clima interno che ancora risentiva dei fatti della Parmalat dell’anno prima, e un avvelenamento generale dei toni a causa di gestioni arbitrali dell’ultima parte di campionato: il Parma gioca lo spareggio d’andata senza 6 titolari squalificati. Uno dei superstititi è Cardone, ma il Parma perde 1-0 in casa. Quelli che seguono sono giorni infiniti: i necrologi sui gialloblu si sprecano, e in 3 partite in stagione col Bologna, i rossoblu hanno sempre vinto.

LA RIFINITURA

giuseppe-cardone-291x300.jpgIl giorno prima della Partita facciamo allenamento al Tardini. L’atmosfera è molto tesa. Ad allenamento ormai finito, per frustrazione o per rabbia, Mark Bresciano perde la testa e calcia fortissimo un pallone in direzione casuale. Io sono sulla linea di tiro e istintivamente mi sposto di scatto, e nel farlo avverto una fitta che riconosco subito: stiramento. Ne parlo col medico, dicendogli che penso proprio di essermi fatto male. Però voglio giocare a tutti i costi, che mi diano pure analgesici o antidolorifici, non me ne frega un cazzo. Io ci sarò. “Beppe -, mi dice il medico,  “hai 30 minuti. Mezz’ora, capito? Poi il dolore tornerà. Sappilo”. Segno dopo 17 minuti, con quella parte di gamba che avrei potuto non avere più. Quel parastinco l’ho donato al Museo del Parma. Poco dopo, nel respingere una punzione, la fitta si ripresenta. Esco al 26’, per Paolo Cannavaro, il fratello del campione che nella mia prima volta a Parma mi era davanti nel ruolo. Gilardino raddoppia, un gol di “stinco” molto simile al mio, su un cross forte (stavolta però ragionato) di Bresciano. Frey, come quella sera a Siviglia di 3 mesi prima, prende ogni cosa. Fa una parata su Tare che è semplicemente inspiegabile. A fine partita la gioia è incredibile, abbiamo fatto un miracolo non solo sportivo ma anche a livello societario, ma un pensiero va, d’istinto come il mio gol, al Bologna: è il posto in cui ho fatto la prima esperienza in A, in cui ho capito che in A ci potevo stare. Tra tutte le squadre che potevo far retrocedere… i cerchi della mia carriera si devono comunque chiudere, in un modo o nell’altro.

L’INNOMINABILE

Nel 2005/06 sto finalmente bene e metto insieme 28 presenze totali. Per noi è una stagione tranquilla, con alcune ottime partite e 4 vittorie di fila che a Parma non si vedevano da un po’. Nell’ottobre 2006 mi rompo il ginocchio. La mia stagione sarà di sole 7 partite. L’anno dopo, con la nuova proprietà, non vengo convocato per il ritiro, in quanto sarei non gradito a qualcuno. I miei compagni sono sbigottiti. A colloquio con l’”innominabile” [Ghirardi, ndr], non pianto casini né voglio lucrare sullo stipendio. Per questo non procedo per vie legali. Solo, non voglio perderci e voglio ancora dire la mia. A gennaio vado a Cesena, poi a agosto a Modena, ma fisicamente è dura e mi rendo conto di essere svuotato emotivamente. Appendo le scarpe al chiodo. Il cerchio si è chiuso definitivamente.

Un paio di appunti: a Parma, quello più forte con cui ho giocato è stato Morfeo. Testa e spalle sopra tutti gli altri. A livello di talento puro, di un’altra categoria. Faceva giocate che la gente normale nemmeno osava immaginarsi e che qualcuno, dalla tribuna, neanche riusciva a capire. Il più carismatico, Fernando Couto. Comandava con lo sguardo.

BILANCI

A carriera finita, quello che rimane sono le sensazioni di anni fantastici, anche se fisicamente molto duri. Senza falsa modestia, posso dire di aver avuto, nella mia carriera, i coglioni quadrati. Ho sofferto tantissimi infortuni ma mi sono sempre rialzato. Mi colpiscono ancora le dimostrazioni di affetto della gente quando vengo a Parma: non ho neanche 100 presenze, ma i tifosi – che sono prima di tutto persone –di me hanno saputo apprezzare il fatto di aver sempre dato il mio massimo. Non bisogna spendere parole al vento, ma fare fatti. Mettere la gamba. Sono molto contento del fatto che la gente mi abbia apprezzato prima come uomo e poi come calciatore e Capitano, la stessa cosa successa peraltro con Lucarelli. L’uomo rimane anche quando il calciatore finisce. La gente intelligente capisce – e apprezza –   le persone perbene che proprio per questo, spesso, sono costrette a mangiare merda.

C’è un’ultima cosa da aggiungere: Bologna-Parma 0-2, 18 giugno 2005, più o meno le 11 della sera. Il Bologna è appena retrocesso, Pagliuca piange contro il palo, Parma è in delirio. Dagli sgranatissimi frame dei video su Youtube, si vede un giocatore del Bologna stringere la mano all’arbitro, Pierluigi Collina. Quell’uomo è Federico Giunti. Luca Bellelli

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Stadio Tardini

8 Commenti a “BEPPE CARDONE: L’UOMO, IL CAPITANO”

  1. Luca says:

    Non sapevo che a Bologna giocò da rotto. Epico Beppe!

  2. Nolan says:

    Sono molto dispiaciuto che questo articolo abbia ricevuto un solo commento. Peccato, segno evidente di come della storia recente del Parma Calcio importi alla fin fine non molto. Eppure quella fase fu decisiva per le sorti del Parma poichè se davvero avesse perso quello spareggio probabilmente il Parma sarebbe sparito dai radar mediatici e irreversibilmente mandato all’oblio calcistico.
    Ho trovato il suo racconto avvincente e denso di quell’attaccamento alla maglia che tanto invochiamo ma che solo in pochissimi hanno dimostrato di avere.
    Grazie Beppe per tutto quello che hai fatto qui. Sia in campo che fuori. Sicuramente nella hall of fame dei capitani crociati a contendersi la parte bassa del podio con Benarrivo.
    Il primo posto ovviamente è e sarà occupato per sempre.

  3. Davide says:

    Questo toccante racconto, che si associa idealmente alla bellissima biografia di Lucarelli, mi da l’occasione per una riflessione che da tempo faccio tra me e me. Sia Cardone che Lucarelli parlano spesso di aver giocato in condizioni fisiche precarie (il derby del 18 dicembre, Lucca con le costole rotte Lucarelli, lo spareggio a Bologna Cardone, etc.) partite fondamentali per le rispettive carriere e per la storia del club. Entrambi lasciano trasparire spesso come il dato mentale, motivazionale vada oltre la condizione fisica, il trauma o l’infortunio. E qui vengo a bomba. Tralasciando la prima stagione in serie A di cui ho una memoria abbastanza annebbiata, negli ultimi 25 anni non ricordo una o più stagioni costellate da infortuni con scadenza settimanale. Non ricordo stagioni come le ultime in cui mezza squadra periodicamente era vittima di problematiche fisiche. Si ci sono state rotture del crociato (Stanic, etc.), qualche giocatore con problematiche costanti (Blomqvist), ma erano episodi casuali. Mi rendo conto che ormai siamo assuefatti alla precarietà, inconsciamente sappiamo che la formazione titolare non può reggere per più di due/tre partite, ci preoccupiamo che eventuali (si spera) nuovi acquisti siano in condizione fisica normale, cosa che prima nessuno si sognava di dubitare. Solo negli ultimi mesi abbiamo avuto Di Marco, Sierralta, Grassi fuori per n mesi, Ciciretti mezzo rotto da un anno, Siligardi idem, Gervinho va beh ne gioca tre ne sta fuori tre, etc. Per non dimenticare la Belva l’anno passato, i mitici Garufo e Coly rimasti fuori una stagione intera e via l’elenco è lunghissimo. Ora io non penso che sia un problema o una colpa del mister o del preparatore, che anzi lo stesso Sepe ha elogiato per far lavorare meglio e più rispetto al Napoli di Sarri. Se andiamo a vedere i giocatori che mediamente non si rompono mai vantano una condizione fisica nettamente superiore alla media (Gagliolo, Alves, Stulac, etc.). A mio giudizio e qui vengo a bomba la differenza è nel valore assoluto degli atleti. Per un ventennio siamo stati abituati a giocatori di un livello medio diciamo alto e un atleta di alto livello è tale anche a livello fisico e mentale, ergo si infortuna meno. Ora abbiamo un livello medio basso e quindi abbiamo più infortuni. Uno mezzo rotto o con problemi costa meno e prende meno, mi sembra ovvio ed il mister e lo staff non hanno nessuna colpa. Ovviamente uno come il cinese prenderebbe una formazione in un sanatorio per spendere meno, salvo poi dover mandare in campo quelli del PPC dopo la cena.
    Chiudo continuando a non capire il recente interesse mediatico locale e nazionale sul tema infortuni. Non notizia. Siamo andati a Genova con in campo a momenti Piovani e nessuno se n’era accorto. Adesso anche i vari Grossi & C. si strappano i capelli. Di siftoni cornacioni e uccellacci del malaugurio neri ne abbiamo già purtroppo uno ogni lunedì sera alle 21, oltre che a scadenze regolari sul folgio rosa. Non aggiungiamone altri.

  4. lorenz says:

    Bellissimo racconto, fa pensare a molte cose che oggi in tanti hanno dimenticato o fingono di averlo fatto. Grazie Beppe, uomo vero.

  5. Simone T. says:

    Bravo Davide, sono d’accordo in tutto e per tutto con ciò che hai scritto.,..disamina veramente razionale!

  6. Davide says:

    Grazie!

  7. Lele says:

    Grandissimo articolo. Pelle d’oca. Ero a Bologna e un tifo così non l’ho mai dimenticato. Ero anche a Vicenza a Sanremo a Wembley ecc… ma Bologna rimarrà sempre nel mio cuore di tifoso. Beppe ti ho voluto ti voglio e ti vorrò sempre un mondo di bene. Mi sono emozionato porca vacca!

  8. Douglas says:

    Wonderful article …
    I , personally never get tired reading , feeling and knowing the greatness …di Nostro Amato Parma Calcio …
    Bellisima storia …con tanti buoni momenti e persone ..
    Beppe Cardone …sempre nel cuore Giallo Blu Crociato ..
    Straje’

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