DIARIO DI UN’ITALIA IN(CORONA)TA, di Luca Savarese (6^ puntata) – SI SCRIVE CORONAVIRUS, SI LEGGE ESILIO. MA MEGLIO COSI’: DECESSI CALATI NEL PARMENSE

19 Mar 2020, 19:00 3 Commenti di

Luca Savarese(Luca Savarese) – Non è la prima, non sarà l’ultima, questa epidemia che sta facendo razzia a destra e a manca, entrando in gamba tesa sull’Italia, i suoi abitanti, mostrando i tacchetti sulle caviglie del suo presente. Anche stasera diamo i numeri nel parmense: i decessi registrati tra mercoledì e giovedì sono 7, ma un sospiro di sollievo rispetto ai 34 comunicati ieri dalla Regione Emilia RomagnaIn tutto i decessi salgono a 128. Tuttavia giova segnalare che questi dati si riferiscono a tamponi positivi refertati oggi ma eseguiti almeno due giorni fa e quindi di persone che han contratto l’infezione più o meno due settimane fa. Per svalicare il picco è lecito attendere attorno almeno il 23/24 Marzo, cioè dopo i tamponi fatti attorno al 21/22, con gli effettivi contagi registrati dopo l’entrata in vigore in tutta Italia del DCPM dell’11 Marzo. Gli operatori sanitari del Parmense, a spanne, segnalano, oggi, una situazione leggermente migliore ai giorni precedenti. Vedremo. Ma lasciamo l’attualità e torniamo al passato… Giacomo Leopardi, nel suo Dialogo della Natura e di un islandese, all’interno delle Operette Morali, pubblicate nel 1824, ci avvisava che la Natura, per le vicende umane, non è né bella né brutta, ma indifferente. Sono del resto anche chiari Horkheimer con Adorno nella loro Dialettica dell’Illuminismo dove, nel 1947, sostengono che lungi dall’essere la panacea di tutti i nostri mali, il progresso produce nuove catastrofi, l’illuminismo, non controllato, crea dogmi e quelli che consideriamo eroi del progresso, spesso non sono altro che dei paranoici. Insomma, lo sviluppo economico planetario non garantisce affatto il miglioramento del genere umano. Lo stiamo sperimentando in questa improvvisa quarantena: ci siamo resi conto che basta il soffio di un virus maligno per mettere in fuori gioco il nostro dorato castello, fare scacco matto al nostro sistema di cose da fare, spogliarci dal nostro ordinario modus vivendi. In questi giorni di forzato stop, tra preci e bandiere, più che la nostra incolumità, potette la nostra fragilità e tocchiamo con mano quello che racconta il libro biblico del Qohelet: “Vanitas vanitatum et omnia vanitas”. Si, la forte spira e la pars destruens sono sotto gli occhi di tutti, ma per fortuna, c’è anche una robusta pars construens o silenziosa rivoluzione delle idee, che propone il pensiero, arma non virale, ma almeno letale, in grado, da sempre, di mettere il fiato sul collo, far confondere e addirittura deragliare l’impero della paura, l’ansia da scetticismo, le certe congetture da fine del mondo, elementi resi più accentuati e sordidi dalla pratica interattiva e socialcratica, sovente polverone ammassato di pseudo pensieri, scatola tragica più che magica. Già Seneca, nel 41 d. C. (non proprio l’altro ieri), ci avvisava che nonostante fosse stato esiliato in Corsica dall’imperatore Claudio per le sue doti propagandistiche ed oratorie, che stoppavano in qualche modo l’egida dell’imperatore, nulla gli impediva di continuare ad esercitare la virtù. Così ci racconta il filosofo nella sua Consolatio ad Helviam matrem, dove tranquillizza la madre, dicendole anche, che quel tempo di allontanamento forzato gli è addirittura propizio per dedicarsi all’otium litteratum, quel momento prezioso di scrittura e lettura, ruminazione delle idee, meta di molti intellettuali antichi. Passano gli anni, anzi i secoli, il pianeta terra cresce a dismisura, ci sono nuove scoperte ed al contempo nuovi disastri, ma lo spirito, più di abbuffarsi di cose, ha bisogno di capire sé stesso. “L’esiliato entra come in un oceano senza nessuna isola in vista”, scrive la filosofa spagnola Maria Zambrano, nata nel 1904 e morta nel 1991 (qui si, l’altro ieri…) ingiustresta a casaamente poco considerata dall’intellighenzia. A 24 anni si ammalò di tisi, passò un intero anno in isolamento e poi trascorse gran parte della vita lontano dalla sua nativa Spagna, peregrinando tra l’Avana, Parigi e Roma. “Non bisogna trascinare il passato, né il presente; bisogna levare in alto il giorno appena trascorso, ricongiungerlo con tutti gli altri, sostenerlo. Bisogna salire sempre. Questo è l’esilio, una china, ancorchè nel deserto”. Ce lo rivela nella sua autobiografia, “Delirio e destino” (Cortina, 2000). Anche questi giorni sono giorni di esilio, il virus e le dovute precauzioni ci hanno allontanati da un sacco di realtà, che credevamo non dovessero mai finire, prima fra tutte quella sfera tattile, quel mondo degli abbracci e della vicinanza fisica. Ma, ogni esilio, come ci documentano questi fuoriclasse del pensiero, ha la sua perla da scoprire. Luca Savarese

#Sesta puntata Giovedì 19 Marzo 2020

Carmina Parma, News

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3 Commenti a “DIARIO DI UN’ITALIA IN(CORONA)TA, di Luca Savarese (6^ puntata) – SI SCRIVE CORONAVIRUS, SI LEGGE ESILIO. MA MEGLIO COSI’: DECESSI CALATI NEL PARMENSE”

  1. Luca says:

    Visto che siamo in tema filosofico, come Ulisse tornò ad Itaca, noi torneremo alla nostra vita normale ;)

  2. Maria Teresa says:

    Sì, speriamo di tornare presto al nostro castello dorato …e di scoprire la perla che ci ha portato questo esilio..!

  3. Pencroff says:

    La perla forse non la coglieranno le migliaia di persone morte soffocate e sole.

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