DIARIO DI UN’ITALIA IN(CORONA)TA, di Luca Savarese (63^ puntata) – DAL BRASILE STRARIPANTE DEL 1970 A QUELLO AGONIZZANTE DEL COVID 19

21 Mag 2020, 19:00 2 Commenti di

luca savarese auto 15 05 2020(Luca Savarese) – Quattro anni prima, nel 1966, in Inghilterra, non ci aveva capito poi molto. A parte la vittoria alla prima partita contro la Bulgaria, era stato fatto fuori, in rapida successione, dall’Ungheria e dal Portogallo. Il Brasile, doveva rialzarsi. Ci voleva un nuovo ordem, un nuovo progresso. Vicente Feola, il commissario tecnico che riuscì a riscattare un intero popolo, ancora ferito dal disastroso mondiale casalingo perso nel 1950, all’ultimo atto contro l’ Uruguai, portando in dote la prima coppa del mondo in Svezia, nel 58, non riuscì a ripetere l’impresa. Serviva cambiare, resettare le teste di chi, ha sempre messo, più che le mani, i piedi avanti. Il primo tassello del nuovo mosaico, iniziò a metterlo Joao Saldanha, unì Tostao con Pelè, aumentando il peso specifico della fantasia. Saldanha, testa molto calda e militante comunista, era inviso da Havelange, quindi dalla Federcalcio e da Emilio Garrastazu Medici, sotto il cui comando versava il governo. Durò poco. Al suo posto ecco Mario Lobo Zagallo, che la coppa del mondo la conosceva, che l’aveva vissuta ed alzata da giocatore nel 58 e nel 62. Dopo un breve periodo in seminario, seminò zizzania in campo, all’ala. Formiguinha lo chiamavano, formichina, per il suo fisico esile. Ma da neo cittì, altro che formichina, dimostrò subito un coraggio da leone: plasmò, la sua novella nazionale, su una colonna vertebrale altamente creativa: Pelè del Santos, Jairzinho del Botafogo, Gerson del San Paolo, Tostao del Cruzeiro e la new entry tutta sua, Rivelino del Timao. Cinque numeri 10, cinque bocche da fuoco e ben amalgamati nel rettangolo di gioco: Tostao giostrava, sulla falsa riga del modello ungherese del 1954 di Hidegkuti, da attuale falso nueve. Rivelino, andò ad abitare sulla fascia sinistra, Jairzinho si prese la destra, Gerson un attimino più avanti. E Pelè? O rey andava dove cascava la palla, lui in quello abile, fin da giovane, quando si allenava col papà Dondinho, a colpire i grossi manghi che cascavano dagli alberi. Gli avversari pensavano di marcarne uno, ma poi rimanevano frustrati quando la palla finiva, in un amen, ad un altro. Lo facevano con intelligenza e quando magari si perdevano qualcosa o qualcuno, niente paura, dietro c’era Clodoaldo, il volante basso, quello che in gergo sudamericano chiamano la cabeza de area, il cervello basso, cerniera pronta, chiusure garantite. L’audacia di Zagallo fu premiata, il Brasile, straripante, vinse il suo terzo mondiale nella finale dell’Azteca contro l’Italia. Poi arriveranno altri due titoli, nel 1994 sempre contro gli azzurri (ai rigori) e nel 2002. Ma questa è un’altra storia. mondiali 1970 brasile italia 4-1La storia di questi giorni, in Brasile, è davvero drammatica: altro che samba, giocate e pallone. La nazionale del dribbling, non riesce a dribblare il coronavirus, ala esiziale. Emergenza totale, terzo, per numero di contagi, dietro a Stati Uniti e Russia. 271.885 i positivi, 17.983 i morti dicono i dati della Johns Hopkins University. Il governatore però, altro che Zagallo nel 70 che restaurò la nazionale. Prima, ecco un autogol, quando ebbe a definire il covid 19 un’influenzetta, ora continua a deprezzare la grave situazione. Il pericolo è ovunque, anche tra le popolazioni indigene, già di per sé stesse poco inclini ad essere civilizzate. Il confronto, tra la forza dirompente del Brasile del 1970 e la vulnerabilità dell’attuale nazione divorata dal virus, è stridente. “Oggi sono vecchia così come desidero essere, senza alcun imbarazzo”, diceva la poetessa brasiliana Adelia Prado. Già, tornerà, da quelle parti, il tempo per sperimentare una nuova giovinezza di vita, di pallone e di futebol bailado, ma ora è bene affrontare, senza snobbare, questa partita, così come si presenta. Adesso, i pentacampeao, sono chiamati a vincere questo particolare mondiale. Luca Savarese

#Sessantatreesima puntata Giovedì 21 Maggio 2020

Carmina Parma, News

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2 Commenti a “DIARIO DI UN’ITALIA IN(CORONA)TA, di Luca Savarese (63^ puntata) – DAL BRASILE STRARIPANTE DEL 1970 A QUELLO AGONIZZANTE DEL COVID 19”

  1. Luca says:

    Che paragone….si sono scelti loro Bolsonaro, eh.

  2. Davide says:

    Gli Ayatollah del Regime dopo i runner e la gente a fare la spesa hanno individuato un nuovo e pernicioso nemico: la movida. Nel wend prossimo venturo saranno intensificati controlli a tappeto nelle vie dello struscio e nei pressi dei locali amati dai giovani e un po’ meno giovani per l’ape. Non vorrei essere nei panni dell’Aperol perché temo che la teocrazia gerontofila dell’attuale dittatura (che ha auto prorogato di sei mesi lo stato di emergenza in perfetto stile Orban ed Erdogan) punterà a distruggere uno dei riti più amati (non dagli over 70 ovvio) del nostro povero paese. Il nostro peritino per non essere da meno ha già addirittura fatto sopralluoghi in prima persona accompagnato dal fedele Assessore alle attività produttive (che in teoria dovrebbe farle aprire e non chiudere le botteghe ma da chi ha chiuso in casa cittadini onesti e liberato ergastolani al 41bis è chiaro che non si può pretendere la normalità) in perfetto stile Podestà del Ventennio. Chiusure, restrizioni, misure draconiane sono la minaccia con cui il Regime punta a mantenere il potere della pantofola di lana. Ma il popolo fino alla mezza età è oramai gonfio e le pantofole saranno sostituite dalle infradito come è giusto che sia.