LA RIVOLUZIONE TRANQUILLA DI FRANCO COLOMBA

Dal caso Candreva all’omaggio al maestro Gigi Radice: tutte le parole pronunciate dall’allenatore nella sua serata ospite delle tv locali parmigiane: “Non sono per il calcio Zemaniano: bisogna badare al sodo”
colomba bar sport 23 05 2011(gmajo) – Alla fine, sia pure con colpevole ritardo, ci sono arrivato in fondo: è stato un lavoraccio perché trascrivere un’intera partita di calcio (le due ospitate di Franco Colomba a Tv Parma e Teleducato di lunedì scorso sono durate circa 90’ equamente ripartiti sulle due reti, in ossequio alla par condicio) è un compito da certosini, ma ne valeva davvero la pena, per fissare (scripta manent) i principi cardine di quella che Michele Angella, conduttore di Calcio & Calcio, in maniera azzeccata, ha definito: “La rivoluzione tranquilla”, alias i 14 punti in 7 giornate (III dopo Milan, 17 ed Inter, 16) che hanno cambiato il corso del campionato del Parma, salvandolo dall’ignominia di una nuova retrocessione, grazie alla restaurazione del buon senso e della semplicità portate dalla nuova gestione tecnica. Tanti gli spunti interessanti usciti dalla bocca dell’allenatore: non rispettando la temporalità partirò da quelli che mi hanno colpito di più, ovverosia la filosofia calcistica tutt’altro che Zemaniana (“bisogna badare al sodo”, cioè il contrario dei così detti principi propositivi), il conseguente omaggio al maestro Gigi Radice (“Che mi ha plasmato come giocatore e come tecnico), il caso Candreva (“Io sono l’allenatore del Parma non dei singoli. Non potevo far finta di niente”) e la “superficialità con cui certi presidenti scelgono gli allenatori”. Poi, via via, tutti gli altri a formare una sorta di enciclopedia del Colomba-pensiero.
All’interno la trascrizione integrale degli interventi di Franco Colomba a Tv Parma e Teleducato

ZEMAN NO GRAZIE – “Io credo che la base di una squadra sia quella di riuscire a sviluppare un buon gioco offensivo, ma in un equilibrio di squadra che deve badare al sodo. Per capirci: l’idea Zemaniana di proporre 10.000 azioni da gol e poi prenderne 2 e farne 4 non mi piace. Non mi piace perché non credo sia valida, come insegna Allegri che quest’anno ha vinto facendo dei gol, ma prendendone anche pochissimi. E’ importante anche questo, perché se no parliamo di fantacalcio, invece il calcio vero è fatto di equilibrio. E’ ovvio che se hai equilibrio e poi uno che risolve con una giocata o da un senso alla manovra offensiva che riesci a fare sei un signore. Amauri, in queste partite lo ha fato vedere, lo stesso Giovinco ci ha fatto qualche giocata importante oltre agli assist che ha messo insieme, uno domenica scorsa a Cagliari e uno l’altra volta con il Palermo: voglio dire sono gol che sono nati da una manovra. Certo se c’è in mezzo all’area, quando arrivano i cross, chi ha la dimestichezza col gol, siamo tutti più contenti… Quindi Amauri. Se non ci sarà cercheremo qualcuno in grado di poterlo fare…”
SOLIDITA’, CONCRETEZZA – “Ho preferito prima di tutto dare solidità alla squadra, puntando, poi, sulla fantasia e sulla forza davanti e sulla corsa sulle fasce laterali con raddoppi a destra e sinistra: d’altronde quando ti devi salvare devi fare questo. Ma io non credo che debba comportarsi così solo una squadra che si deve salvare: il calcio è fatto di questo, non puoi prescindere neanche se vuoi vincere lo scudetto. Io sono convinto che Allegri abbia ragionato così: escludendo Pirlo, ma dando solidità, ha potuto puntare davanti su qualità. Ha fatto una mossa rischiosa, eppure c’è riuscito: quindi vuol dire che alla fine quello che paga è la concretezza. Soprattutto alla lunga. Poi, in una partita puoi avere anche 4 attaccanti o 5 e magari la vinci, ma un campionato è un campionato…”
SACRIFICIO, VOLONTA’ – “Avevo giocatori con dentro valori di sacrificio, di volontà: dovevano solo metterli in campo. La prima volta che ho parlato alla squadra ho cercato di fare capire che i primi che devono dare l’esempio, sono gli attaccanti. Perché se gli attaccanti sono là e tutta la squadra li vede che loro lavorano per la squadra, si sacrificano, poi li seguono anche tutti gli altri. Non credo ci sia bisogno di citare Mourinho con Eto’o o Pandev e Milito, o Sneijder, che pressavano e facevano i terzini: non è Colomba che chiede questo, è il calcio di oggi che lo richiede. Poi ci sono squadre che hanno un po’ fallito quest’anno – sto alludendo a una vestita di bianconero – proprio perché non avevano queste caratteristiche. Magari avevano la giocata, il colpo, ma non la continuità di gioco e di manovra. Questa continuità di manovra la danno, secondo me, gli attaccanti se sono i primi a sacrificarsi, perché i centrocampisti gli vanno dietro e la difesa soffre di meno, si può essere più corti, più compatti, più aggressivi. Se succede questo allora la squadra è solida. Poi non è detto che ricapiti di vincere sempre con Inter, Udinese e Palermo: lì è stata una concomitanza di tante cose, volevamo uscire dal problema e ne siamo usciti alla grande”
RIPARTIRE DA ZERO – “A Cagliari avevo subito detto: il campionato è finito e va subito messo da una parte. Questo campionato ci deve insegnare che certe cose si possono fare, a patto che se ne facciano altre. Quindi azzeriamo tutto, perché altrimenti ci culliamo su questo: dobbiamo fare tesoro degli errori commessi, probabilmente, prima, e che sono stati, secondo me, errori di sottovalutare un po’ le cose, perché si credeva di ripartire dai 52 punti dell’anno scorso, dimenticando che ogni anno è una stagione nuova, si riparte da zero. Così come noi non ripartiremo da 46, partiremo da 0. Se sapremo capirlo magari non ci troveremo nelle stesse condizioni di quest’anno. Solo perché abbiamo fatto 14 punti nelle ultime sette partite dovremmo averne di più alla prossima partenza? Ma dove sta scritto che sono già fatti? Sono da rifare, da guadagnare tutti. E c’è da mettersi in concorrenza l’uno con l’altro, essere consapevoli da subito che partiamo alla pari con gli altri, con le nostre qualità, con i nostri pregi, i nostri difetti, e dovremo cercare di entrare subito, a piedi pari, come in queste ultime sette partite. Piedi pari, poi, non vuol dire vincerle tutte, magari!, a piedi pari vuol dire che la strada è questa e se parti da subito poi magari non ti trovi a metà campionato a dover piangere o a dover rincorrere…”

GRAZIE MAESTRO RADICE – “Di recente ho rilasciato una intervista, nella quale ho parlato di Gigi Radice, che è stato il mio allenatore, quello che mi ha dato l’impronta. Me l’ha data da giocatore, facendomi fare quello che adesso stanno facendo i ragazzi del Parma, e me l’ha data da allenatore, perché io cerco di riproporre le stesse medesime cose che mi hanno fatto andare, nella stessa stagione, dal non essere titolare nel Bologna fino in Nazionale, perché ho dato il meglio di me stesso con lui e lui era riuscito a farmi fare questo. Quindi il mio modello di ispirazione è proprio questo. Quindi io, quando riesco a trasmettere questo, è già una vittoria. Se poi questa trasformazione porta anche dei punti siamo tutti contenti. Però io credo che se il tifoso vede che tutti si impegnano, lottano e danno il massimo, poi si può anche perdere una partita… Il mio obiettivo sportivo è stimolare all’impegno”.

IL CASO CANDREVA: PRIMA IL GRUPPO, POI I SINGOLI – “Dico la verità: non sono un calcolatore. Quello che ho fatto con Candreva, l’ho fatto come si dice di solito dei discorsi a braccio, nel vero senso della parola, perché è stato proprio un gesto mano sul braccio. Ma mi era venuto spontaneo, perché io non potevo far finta di non vedere chi, in quel momento, stava mettendo se stesso sopra l’interesse della squadra, perché certamente avrei dato un’immagine sbagliata. Qui c’è una squadra: io non sono l’allenatore di Candreva, o di Giovinco, o di Amauri, o di Dzemaili o di Morrone; io sono l’allenatore del Parma. Quindi per me, prima di tutto, viene il Parma: poi gli interessi personali, se posso, li salvaguardo: a Cagliari ho fatto esordire un paio di ragazzi. Perché? Perché me lo potevo permettere, ma prima dei ragazzi c’è stato il Parma. Mi ero anche preso dei rischi, tipo quello di far esordire Feltscher con il Palermo, che poi ha fatto bene, e sono stato contento così, ma era un rischio calcolato, perché lo vedevo in allenamento e sapevo che potevo proporlo in caso di necessità. Io sono per la squadra, non per il singolo. il singolo si deve mettere al servizio della squadra. E questo non credo che sia un pensiero anormale, è un pensiero da allenatore. Qualche volta, in situazioni analoghe, noi allenatori facciamo finta di niente o facciamo finta di non vedere, ma quando mancano sette partite tu non puoi fare finta di niente: puoi far finta se ne mancano 30 o 40. In quel caso puoi offrire un’altra chance e dire vediamo se lo rifà. Ma in queste partite io dovevo fare i punti e allora è nata questa cosa, ma senza pensarci. Nelle gare dopo l’Inter, avendo battezzato un modulo, che prevedeva una punta e un trequartista e il resto sacrificio, mettevo Candreva quando toglievo Giovinco, o Bojinov. A Cagliari non l’ho messo per far esordire il ragazzo (Defrel, nda) che tra l’altro s’è comportato bene. Io,infatti, vedevo Candreva in alternativa a Giovinco. Il ruolo è quello quando si è fantasisti, creativi, veloci, rapidi, con un buon tiro e veloci inserimenti. Io l’ho visto così: ecco perché in queste sette partite ho fatto la scelta di privilegiare Giovinco, perché mi ha convinto da subito. Sono coetanei, ma uno può essere maturato prima, l’altro può maturare dopo, perché il talento se è messo al servizio della squadra, è una cosa importante, non è così quando è fine a se stesso. Ma questo non è un giudizio categorico su Candreva. Candreva sa che lo stimo come giocatore e fa anche quello che chiedo e che voglio, anzi che vorrei, da lui. Sinceramente l’ho anche visto migliorare, è chiaro però che può giocarne uno, e io avevo scelto di giocare con Giovinco e una punta, ma che Candreva abbia delle potenzialità enormi è fuori di dubbio. Per me quel fatto ora è cancellato, ma se l’avessi lasciato passare subito non avrei fatto bene, perché un giocatore non deve anteporre le proprie posizioni, il proprio io a quello che è un discorso di squadra. In certe partite non c’è il tempo di pensare ai casi personali, in certe partite non si può.
Questo episodio ha fatto capire un po’ come la penso io, cioè il gruppo viene prima di tutto”.
PRESIDENTI SUPERFICIALI QUANDO SCELGONO GLI ALLENATORI – “Io credo che ci sia molta superficialità nella scelta degli allenatori da parte di certi presidenti: alle volte ne prendono uno, solo perché glielo hanno consigliato, o perché fa parte di determinate sponde, o perché se li scambiano tra loro perché uno ha la curiosità di provare il tecnico di un altro, e un altro lo fa andare via perché in quella squadra non può più starci. Ma poi, se uno non è convinto, si pente e alle prime difficoltà lo molla. E se poi lo riprende ancora è solo perché vuole risparmiare e non vuole prendere un altro, e così il paradosso è che non è convinto di un allenatore neppure quando lo richiama. Ormai è una moda che va così, e noi siamo l’anello debole della catena, anche se abbiamo pure noi le nostre responsabilità come categoria, perché ci facciamo del male da soli. Per cui se hai la fortuna di lavorare su un presidente che ci ragiona sulle cose, è una bella cosa. Io mi auguro che qui sia così: l’allenatore che mi ha preceduto, non è stato messo via così frettolosamente. Ed è stato giusto così, perché è giusto dare, se ci credi ad una persona, la chance di potersi riprendere. Non è da buttare a mare una persona solo perché perde tre partite o perché il predecessore dell’anno scorso ha fatto tanti punti e dunque bisogna rifarli. Quello è l’errore: pensare che si debbano rifare a mani basse. Sulla scelta degli allenatori capitano situazioni incredibili. Io pondererei bene prima di scegliere un allenatore: se sono convinto lo scelgo, lo tengo, me lo vado a cercare, lo difendo; se non sono convinto lascerei perdere perché poi il rapporto non decollerebbe. Non saprei dire in percentuale quanto conta un allenatore però è importante che ci sia uno che riesca a valorizzare bene il gruppo. E non è detto che se uno ha fatto bene in un posto poi riesca a ripetersi altrove nello stesso modo. E ovviamente vale anche il ragionamento contrario. Però è importante che ci sia l’allenatore giusto al posto giusto”.
“MARINO MI HA LASCIATO UNA SQUADRA BEN ALLENATA” – “Io ho provato l’esperienza di essere esonerato e di sentire immediatamente dopo cose turche sul mio conto, sulla preparazione, sull’aspetto tattico, sul rapporto coi giocatori: questo fa parte del bagaglio di ognuno. Io, però, ho sempre detto che qui ho trovato una squadra allenata bene. Che cosa vuol dire? Che ho trovato una squadra che non faceva fatica a lavorare. La fatica era nella testa e non era poco: abbiamo provato a trasmetterci un po’ di forza a vicenda. In quel momento con le difficoltà che c’erano e con le aspettative che c’erano inizialmente, è stato tutto un problema. Non era certo la prima volta: c’è passata anche l’Inter, dalla quale si aspettavano tanto, ma era partita malissimo. Poi si è ripresa. Quindi poteva passare anche al Parma: poi è chiaro che se si vede che non ci si riesce ad uscirne, si cercano strade alternative. Questa strada, per fortuna, è stata una buona strada, e siamo tutti contenti”.
“MAI VENUTO A GUFARE” – “Dopo il mio allontanamento ad Agosto, non sono più andato a Bologna: allora dove potevo andare a vedere la serie A? A Firenze, dove sono stato due o tre volte, o a Parma. Ma quando mi avevano detto che c’era Mihajlovic in difficoltà non sono più andato a Firenze, così quando c’era Marino in difficoltà non sono più venuto qua, perché onestamente non mi piace, perché poi i colleghi leggono e pensano questo qua vieni qui a… Certo, andare a vedere partite ed aggiornarsi fa parte del lavoro, però, onestamente, adesso con Sky uno vede tutto e si può anche evitare. L’aver visto qualche partita del Parma dal vivo può avermi aiutato, ma è stato casuale. E poi quello era un altro Parma. Quello che io avevo visto era ancora quello con Marques, e quindi mi ricordavo quel Parma lì. Un Parma anche bello, perché non posso negare che si vedessero delle belle giocate: d’altronde se ci sono buoni giocatori le buone giocate vengono. Però quello che un po’ mancava – e ne avevo parlato con i ragazzi al mio arrivo – era quella voglia di sacrificio, che permettesse di eliminare un po’ di narcisismo per essere più pratici e concreti. Anche perché l’obiettivo, a quel punto della stagione, non poteva essere trascurato, non si poteva essere frizzanti, brillanti e fare risultato: non ce la si poteva fare. Dovevamo essere pratici. E la praticità, diciamo così, ha poi avuto il sopravvento. Non rinnego certo quello che è il voler fare le belle partite, perché poi vengono di conseguenza: ma anziché fare 50 giocate importanti che portassero poco,era meglio farne di meno, ma più efficaci. C’era bisogno di essere più quadrati, avere consapevolezza…”
CALCIO, OVVERO RICERCA DI SPAZIO, PROFONDITA’, AMPIEZZA – “Alle volte si parte con dei concetti che si credono giusti, sui quali si insiste in maniera un po’ testarda: è capitato anche a me in passato, e capita un po’ a tutti. Ognuno ha la sua concezione di calcio: alle volte vedo situazioni in cui si vanno a cercare cose complicate, quando invece, il calcio è semplicemente una ricerca di spazio e di profondità e di ampiezza. Sono i giocatori che ti garantiscono queste cose, che corrono e soprattutto hanno carattere e vogliono riuscire ad ottenerle”.
MINICAMPIONATO BREVE, MA INTENSO – “Durante la mia presentazione avevo parlato di minicampionato breve, ma intenso: beh era la verità, non è che avessi raccontato delle bugie. Che non fosse facile si sapeva. Poi, alla luce dei risultati, può essere sembrato tutto più semplice, ma non è affatto così: sono state tutte partite sofferte, lottate, ma abbiamo preso un’infilata giusta. Io credo che la squadra abbia fatto un lavoro importante: ha recepito il problema e ha fatto di tutto per seguire una persona nuova che arrivava in quel momento. Era toccato a me: io ho cercato di mettere a frutto le mie esperienze su situazioni analoghe che avevo vissuto negli ultimi anni anche negli anni precedenti e di trasmetterle loro. Credo di poter dire che è riuscito tutto alla perfezione e questo grazie alla squadra che ha recepito la necessità di provare ad invertire la tendenza. Prima di tutto ci voleva una grande disponibilità loro, perché io ero subentrato un’altra volta in una squadra di serie A, e non avevo trovato la stessa disponibilità da parte dei calciatori e non era andata bene. In questo caso – e negli ultimi anni per la verità – ho sempre trovato voglia di uscire dal tunnel, e massima disponibilità: allora se c’è quella l’allenatore può lavorare bene. Questa voglia si trasmette a vicenda. La base di tutto questo è stato il grande spirito di sacrificio di tutti, a partire dagli attaccanti, che sono i primi che la squadra guarda, perché sono là davanti. Se i centrocampisti vedono che gli attaccanti non lavorano per la squadra, se i difensori vedono che il centrocampo soffre, non va bene. Già il fatto di trasmettere questo concetto a loro è piaciuto ed è un concetto che ha pagato. Non ha pagato alla primissima partita, ma ha pagato successivamente. Abbiamo fatto un percorso che ci ha dato soddisfazione, e da qui bisogna ripartire. Quindi chi giocherà davanti in futuro saprà che dovrà fare questo, in mezzo sanno che devono fare certe cose e dietro soffriranno meno. Questo è il gioco di squadra”.

LA STRADA E’ TRACCIATA – “Per fortuna c’è una strada che è stata tracciata: i giocatori sanno cosa voglio io e sanno che per ottenere certe cose bisogna farne altre. E quindi si parte da lì. Ma poi potrebbero non bastare: bisognerà fare ancora di più di quanto è stato fatto fino adesso, perché, non è detto che la stessa percentuale di attenzione possa essere sufficiente. Quindi bisognerà continuare a migliorarsi nel lavoro con le proposte che io potrò fare, se sarò in grado di farlo e loro, con il loro rendimento. Chi è stato titolare in queste sette partite, se si proporrà in modo giusto, continuerà ad essere titolare, sempre che non arrivi un altro più bravo, se non ci sarà concorrenza, perché fa parte della loro professione, della nostra professione. Nessuno deve sentirsi sereno e tranquillo del posto. Il bello è proprio giocarselo il posto, poi è ovvio che ci siano delle gerarchie, che vengano determinati ruoli o posizioni, però mettersi in competizione è la cosa più bella che ci possa essere, perché il gruppo viene prima”.

MODESTO CORRE, VALIANI “RUBATO” – “Avevo la fortuna di conoscere Modesto, che l’anno scorso a Bologna giocava quarto di sinistra, e Valiani, anche se per poco tempo, perché l’anno scorso mi era stato… diciamolo pure, rubato a Bologna, ed era stato ceduto proprio qua, contro il mio volere. Io sapevo cosa avrebbero potuto darmi, sugli esterni. Gente di sacrificio, gente che dà ampiezza. Se c’è uno che non fa fatica a correre è Modesto: e se ha detto di no farlo correre troppo in ritiro perché c’è caldo, lo ha detto tanto per dire. Non era certo convinto di quello che diceva…”
CALCIATORI FRUSTRATI, COLOMBA LUCIDO – “ Il gruppo che ho allenato io, era un gruppo motivato che voleva uscire dal problema nel quale si erano cacciati da soli. E ce l’ha fatta con l’aiuto di una persona che era arrivata ed era libera mentalmente, lo hanno detto anche loro (Zaccardo: “Noi frustrati, Colomba lucido”, nda) e io credo ai ragazzi. Erano un po’ frastornati, un po’ tesi: quando si è così non si riesce a giocare. Io avevo visto solo qualche partita in televisione: di quella con il Bari avevo visto solo degli spezzoni: mi avevano colpito i volti tirati, sofferenti e siccome ho provato sia da giocatore, che da allenatore di queste situazioni, allora la prima cosa è stata quella di cercare di rasserenare un po’ e provare a responsabilizzare, ma non troppo, perché alla fine è un gioco. Se l’anno scorso avevano fatto delle cose importanti, non vedevo perché quest’anno dovevano andare sotto zero: sapevo che c’era una via di mezzo. La via di mezzo è quella che abbiamo cercato, ma fortunatamente l’abbiamo trovata addirittura con qualcosa in più. Bene…”

IL LEGNO DI STANKOVIC E IL FATTORE C – La fortuna ce la siamo cercata, non ce l’ha regalata nessuno. Anche noi abbiamo preso molti pali e traverse: il calcio è questo. Io so che abbiamo preso un brutto gol a Roma con la Lazio, direi assurdo, e poi non si è più ripetuto. Ma non è stato un caso: abbiamo lavorato cercando di sbagliare meno, di essere più compatti, responsabilizzandoci a vicenda, trascinandoci a vicenda. Questo è stato il motivo dominante. La fortuna non è venuta per caso”.

“AL BOLOGNA NON ABBIAMO CONCESSO SCONTI” – “Noi abbiamo dimostrato di essercela giocata con tutti: anche con la Juventus che, se vogliamo, poteva essere una partita al lattemiele,e invece non la è stata. Siamo andati a Cagliari e abbiamo provato a vincere, ma non ci siamo riusciti. Se il Bologna, nel secondo tempo, si era messo a giocare nella sua metà campo, era un problema suo, non è un problema mio. Per me avere rimontato 12 punti al Bologna non è una cosa da poco, è un trionfo. Eravamo -8 dal Bologna, abbiamo chiuso a +4…”

DA GIOVINCO-AMAURI A GIOVINCO-X – Giovinco è un giocatore che, liberato da vincoli particolari, può dare il suo notevole contributo da centrocampo in avanti, anche se sia a lui che ad Amauri avevo chiesto sacrificio per essere un po’ più quadrati. D’altronde era quello che balzava agli occhi: io avevo visto questa squadra ad inizio stagione e mi era anche piaciuta: buone partite, buone giocate, però mancava la continuità. E la continuità è un po’ la base di un campionato di serie A. Se non hai continuità né durante la partita, né durante il campionato in corso, non va bene. La mia ricerca era proprio mirata a trovare la continuità: poi ci sono annate in cui questa ricerca non riesce a soddisfare e ci sono altre annate, invece, in cui ti riesce tutto subito, capisci il problema subito, i ragazzi ti danno una mano e tutto funziona bene. Giovinco, con me ha giocato da seconda punta, magari posso pensare a qualche variante tattica in ritiro che possa prevedere anche altre cose, però a mio avviso l’equilibrio lo si ha così. L’anno scorso lo stesso discorso che ho fatto con Giovinco quest’anno, lo avevo fatto con Adailton. Adailton non aveva mai fatto 11 gol in serie A, e li ha fatti a Bologna a 36 anni, perché giocava da seconda punta: se gli avessi chiesto di fare l’esterno, o di fare il trequartista, o di marcare il centrocampista non sarebbe stato così facile… Se Giovinco, rimarrà come sembra, io credo che per caratteristiche al suo fianco ci voglia un centravanti dalla stazza fisica importante, un finalizzatore. Se poi è pure tecnico, se poi è pure forte fisicamente ben venga. E Amauri rappresenta un po’ tutto questo. E sono convinto che senza l’infortunio di Udine avrebbe fatto un finale importante, perché, ormai era anche entrato nell’ottica Parma. Poi non è detto che rimanga… Io mi auguro che anche lui faccia questo ragionamento: se vado in una grande squadra, poi rischio di non giocare. Se rimane qui, magari per lui è importante, anche in prospettiva Nazionale, visto che è italiano. Bisogna che tenga presente tante cose. Nomi non ne faccio, ma come caratteristiche, chi gioca al fianco di Giovinco deve avere della forza fisica, rapidità, velocità, saper fare delle aperture, delle percussioni nella trequarti. Ci vuole qualcuno che se arrivano di questi cross, poi la butti dentro, perché noi riusciamo a sviluppare abbastanza manovre sulle fasce esterne e se c’è chi si fa trovare pronto è una bella cosa. Se c’è uno portato… Bojinov a Cagliari ha fatto una bella cosa: si è buttato dentro con più decisione, rispetto a qualche partita precedente. Sulla nazionalità di eventuali nuovi arrivi non ho preclusioni. Mi sembra che il Parma abbia osservatori in giro per il mondo: se c’è qualcosa di interessante non penso ci siano problemi. Certo sarebbe importante poter contare su qualcuno di cui sei sicuro perché in Italia ha già fatto bene, e ti da garanzie che puoi contare su un tot minimo di gol che può fare. Uno straniero è sempre un po’ più rischioso, perché non sai come si ambienta, se ci mette un mese due mesi o un anno intero. Però, ormai, il calcio è questo: bisogna prendere quello che viene… “
NON SERVE STRAVOLGERE – “Se il presidente ha manifestato il desiderio di continuare con questo allenatore è perché ci siamo trovati bene tutti, quindi va bene così. Progetteremo con lui qualcosa, che non vuol dire per forza stravolgere. La base è un gruppo che ha dimostrato carattere e determinazione importanti e doti morali, perché per uscire da una crisi ci vogliono doti morali, altrimenti ci si adagia e ci si culla nella negatività. Quando c’è un gruppo così, a mio avviso non va smantellato: certo va puntellato. Se ci si è accorti che ci sono dei punti deboli –parlo di tutto l’organico, e non solo degli undici – se manca qualcosa, se ci si può rinforzare, in tutto l’organico va fatto. Ma ci sono delle certezze che vanno dal rendimento di qualche uomo chiave, che ha reso bene, giocando un una certa maniera, e allora perché cambiare? Certo a Giovinco va abbinata la forza e la potenza di un attaccante, quindi se c’è Amauri siamo tutti contenti, se non c’è ne andremo a cercare un altro con le caratteristiche simili. Tutto può succedere nel calcio: non mi spavento di nulla, il calcio è mutevole, ogni settimana è cangiante, ma non credo vadano cambiati 20 giocatori. Di sicuro è un gruppo che ha mostrato qualità nella testa e allora andarne a trovare altri forti di cervello non è facile, però è ovvio che sia migliorabile. Quando ero arrivato mi avevano detto che il gruppo peccava di personalità, ma poi piano piano si è trovata. Io, però, ho le mie impressioni di sette partite, la Società le ha delle altre 31. La società potrebbe avere notato altri comportamenti: un conto sono sette partite, un conto tutte le altre precedenti, in cui possono aver riscontrato in qualcuno un rendimento, dei comportamenti, degli atteggiamenti non consoni. Di qualcosa abbiamo già parlato, tante cose verranno fuori nei prossimi giorni. E’ovvio che tutti i gruppi sono migliorabili e anche l’allenatore può essere migliorato non ci sono problemi: l’importante è avere un solo obiettivo. Io alleno il Parma e come obiettivo ho il Parma, non il singolo”.

4 4 2, CON VARIANTE – “In queste sette partite, siccome non ne avevamo il tempo, non ho avuto modo di provare una piccola variante che durante la partita potesse cambiare qualcosa, però sempre ragionando in un filone di assetto, perché sconvolgere completamente per me non ha senso. Proveremo la variante questa estate in ritiro, anche perché se rimane Giovinco può fare una cosa, se rimane Valiani può fare una cosa, se rimane Dzemaili può fare una cosa e queste sono le nostre caratteristiche: è inutile stare ad inventare cose strane. Poise si può migliorare qualche cosa tanto meglio. Ripeto: non riesce sempre tutto, però una caratteristica deve essere quella di far rendere i giocatori che hai a disposizione. Soprattutto quando prendi una squadra in corsa, non puoi inventare. Se la prendi all’inizio, magari, puoi permetterti qualche variazione sul tema, provare a capire, ma con sette partite non lo puoi fare. Quindi un allenatore, affinché il suo lavoro possa essere apprezzabile, deve far rendere al meglio i giocatori che ha. Quando questo avviene, vuol dire che l’allenatore ha lavorato bene. Per far rendere al meglio un giocatore devo posizionarlo dove è capace, perché se gli chiedo una cosa strana, magari ci mette un mese, o due mesi, ma non è questo l’obiettivo: l’obiettivo è quello di fare le cose in fretta, perché il calcio non ti permette di fare programmi a lunga scadenza. Il calcio è un’attività del presente: il passato non conta più nulla e il futuro non si sa cosa sia e dove va a parare. Quindi il presente è quello che conta e quando per la quasi totalità dei giocatori avviene questo vuol dire che si è lavorato bene, con la loro collaborazione”.

LA MUTAZIONE DI GIOVINCO – “Giovinco può senz’altro migliorare ancora, soprattutto nella continuità, ma credo che abbia già fatto dei miglioramenti: ultimamente, lo vedo partecipe anche alla fase difensiva, pur non chiedendogli chissà quali cose. Io una volta avevo coniato il termine Zanzara, più che Formica, perché Zanzara vuol dire essere pungente sempre, specie dalla metà campo in avanti. Vuol dire disturbare l’avversario: perché l’avversario che non viene disturbato dall’attaccante può giocare pulito, si permette di lanciare pulito, di fare cose che per noi non vanno bene. Lui ha capito questo: se ci riguardiamo i filmati delle ultime sette partite, lo vediamo recuperare tanti palloni, lo vediamo pressare, dare una mano, e questo è quello che deve fare lui. Poi, quando ha la palla, probabilmente io gli posso insegnare poco: io gli posso insegnare ad essere concreto, a non dribblare quando non serve. Essere concreti significa fare questi virtuosismi quando possono far male all’avversario, vale a dire dalla trequarti in avanti, come sembra stia facendo adesso, con delle giocate importanti. Comunque mi pare già sufficientemente maturo.”
DZEMAILI –Dzemaili, è certamente un punto di forza: ha delle doti atletiche impressionanti, riconquista palla con una facilità disarmante e si ripropone in avanti. Se migliora anche lui – e nell’ultima sua partita con la Juve mi sembra anche che abbia fatto buone cose – nella gestione successiva alla riconquista della palla, può diventare assai importante. Gli serve un po’ più di ordine e meno frenesia, perché lui alle volte, avendo giocato spesso a tre, è portato a prendere e ad andare in percussione, e va un po’ in confusione. Vedo in questo i suoi margini di miglioramento”.

MARQUES – “Da quando sono arrivato, purtroppo l’ho visto pochissimo, perché ha avuto questo intervento, per la pubalgia ed è stato un po’ lento nel recupero. Nella situazione delicata nella quale eravamo non c’è stato proprio il tempo di osservarlo bene, anzi non l’ho proprio osservato perché non c’era quasi mai. Quindi non ho potuto fare delle valutazioni dirette. Lo avevo visto ad inizio stagione ed era un giocatore pimpante, anche se gli riconoscevo dei difetti, però è normale che sia così, perché i giocatori hanno pregi e difetti e lui non si sottrae a questo. Non l’ho avuto sotto e quindi non posso giudicarlo completamente, ma per come lo avevo visto quando ero venuto qui a inizio stagione devo dire che non mi dispiaceva, anche se è un po’ confusionario. Certo salta all’occhio: è un giocatore che ha doti importanti, ma anche lui va inserito in un discorso squadra: deve migliorare se vuole fare al caso nostro per un discorso di serie A nel campionato italiano”.
GIOVANI SPERANZE – “A Cagliari si è visto Zè Eduardo che, a mio avviso, ha grande forza, grande peso atletico in mezzo al campo, una bella progressione, recupera tanti palloni, un bel colpo di testa: penso che possa essere un bel rincalzo, giovane e fresco da poter usare. Mancava Dzemaili, ma quando è entrato lui in mezzo al campo abbiamo sentito il suo peso: per cui vuol dire che è una pedina che ci può essere utile. Anche lo stesso Feltscher, che ha fatto due gare. Sì, certo a Cagliari ha fatto un autogol, ma non è una cosa su cui puntare il dito, perché è stata una casualità, però ha fatto bene, ha forza, ha corsa, ha il colpo di testa, è un marcatore, fa grandi recuperi, deve solo un po’ migliorare quando ha la palla tra i piedi. Al di là di questi due non vorrei andare oltre adesso, però ci sono dei ragazzi promettenti dietro. Quando hai una rosa neanche troppo numerosa, che può puntare su gente forte fisicamente, buona tecnica e con caratteristiche giuste, alle spalle di un gruppo solido, va bene”.
IO SOTTOVALUTATO? OGNUNO HA QUELLO CHE SI MERITA – “Io sottovalutato a livello di carriera? Io credo che alla fine ognuno abbia quello che si merita. Certo, ogni tanto, vedi certe situazioni e ti chiedi come uno se le sia meritate, però siccome non sono invidioso non mi interessa. Io mi sento un allenatore: il primo anno che ho allenato ad Olbia in C2, facevo le partitine con i giocatori e correvo più di loro, perché addirittura c’era un giocatore più vecchio di me. Adesso, invece, mi sento veramente allenatore, anche perché non ho più l’età per giocare, ma per allenare…”
(Dagli interventi di Franco Colomba nelle trasmissioni Bar Sport di Tv Parma e Calcio & Calcio di Teleducato di lunedì 23 maggio 2011. Registrazione, trascrizione ed adattamento di Gabriele Majo per www.stadiotardini.com)

Gabriele Majo

Gabriele Majo, 58 anni (giornalista pubblicista dal 1988 e giornalista professionista dal 2002), nel 1975, bambino prodigio di soli 11 anni, inizia a collaborare con Radio Parma, la prima emittente libera italiana, occupandosi dei notiziari e della parte tecnica dei collegamenti esterni. Poi passa a Radio Emilia e quindi a Onda Emilia. Fonda Radio Pilotta Eco Radio. Nel 1990, dopo la promozione del Parma in serie A, è il responsabile dei servizi sportivi di Radio Elle-Lattemiele, seguendo l'epopea della squadra gialloblù in Italia e in Europa, raccontandone in diretta agli ascoltatori i successi. Contemporaneamente è corrispondente da Parma per Tuttosport, Repubblica, Il Messaggero, L'Indipendente, Paese Sera ed altri quotidiani. Dal 1999, per Radio Capital è inviato sui principali campi della serie A, per la trasmissione "Capital Gol" condotta da Mario Giobbe. Quindi diviene corrispondente e radiocronista per Radio Bruno. Nelle estati dal 2000 al 2002 è redattore, in sostituzione estiva, di Sport Mediaset, confezionando servizi per TG 5, TG 4 e Studio Sport. Nel 2004 viene chiamato al Parma F.C. quale "coordinatore della comunicazione" e direttore responsabile del sito ufficiale www.fcparma.com. Nel 2009, in disaccordo con la proprietà Ghirardi, lascia il club ducale. Nel 2010 fonda il blog StadioTardini.com di cui nel 2011 registra in Tribunale la testata giornalistica (StadioTardini.it) divenendone il direttore responsabile. Il rifondato Parma Calcio 1913, nel 2015, gli restituisce l'incarico di responsabile dell'ufficio stampa e comunicazione. Da Luglio 2017 si occupa dello sviluppo della comunicazione e di progetti di visibilità a favore di Settore Giovanile e Femminile della società.