I PRIMI VENT’ANNI SENZA BRERA: SORSEGGIAMOLO ANCORA

Gianni_Brera(Luca Savarese) – Il 19 dicembre del 1992, abbandonava il percorso terreno Gianni Brera, non semplicemente firma nobile, ma mente e braccio, parole e musica per il mondo del pallone e non solo. Nelle sua opulenta opera narrativa figurano anche chicche dal taglio non specificatamente sportivo come il romanzo Il corpo della ragassa, edito nel 1969 da Longanesi. Proprio quello che affronteremo sabato sera contro i felsinei, l’appellativo derby (regionale e non cittadino ma sempre tale!) fu lui a promuoverne la diffusione quando negli anni trenta era molto frequente il confronto tra l‘Internazionale di Milano e la Juventus di Torino, derby d’Italia quello, derby tutte le altre sfide sotto o quasi lo stesso campanile, tra compagini dai confini ravvicinatissimi.

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Amava scrivere e comunicare. Certo l’universo della dea Eupalla (giusto per prenderne in prestito una sua felice espressione) lo abitava pressoché quotidianamente, ospite ai salotti pallonari e più volentieri e con il medesimo e più accentuato gusto per la sostanza delle cose, nei ristoranti e nelle trattorie lombarde. Proprio di ritorno da una di queste sontuose cene, Giuàn, mentre stavano iniziando le operazioni di digestione, dovette interrompere, vittima di un incidente stradale, la sua vita ed iniziare a scrivere cose celesti. Diceva di lui: Il mio vero nome è Giovanni Luigi Brera. Sono nato l’8 settembre 1919 a San Zenone Po, in provincia di Pavia, e cresciuto brado o quasi fra boschi, rive e mollenti (…) Io sono padano di riva e di golena, di boschi e di sabbioni. E mi sono scoperto figlio legittimo del Po. Laurea in scienze politiche all’Università di Pavia alle spalle, paracadutista e partigiano senza aver mai sparato ad uomo, nella follia della seconda guerra mondiale e una padronanza della lingua italiana tale da permettergli di giocare con i termini e di essere fine inventor di parole e significati. Scrisse sulla Gazzetta dello sport, della quale divenne direttore a trent’anni, sul Giorno, sul Giornale, sul Guerin Sportivo (di cui ne resse con passione il timone) e sulla Repubblica. Dopo aver apprezzato Gigi Riva in una partita contro l’Inter a San Siro, il 25 ottobre 1970, quando quel Cagliari fiero, e con lo scudetto sul petto, ridicolizzò i nerazzurri per 3 a 1 con doppietta del forte centravanti italiano, eccolo sentenziareil tripallico (!) Riva ha segnato due gol, ma ne avrebbe potuto fare il doppio. Non ha voluto. A San Siro 70mila spettatori. Riva, che qui soprannomino Rombo di tuono, se li è meritati tutti» sul Guerin Sportivo per celebrare l’evento. Mai banale, pareva non contento se non andava a fondo. Stupì quando preparò il pezzo per il Giornale, commissionatogli dal direttore Indro Montanelli, per raccontare la morte e l’immensa vita di Giuseppe Meazza. Pepin Meazza era il folber. Fu il titolo. Una parola cucinata apposta per dire certo, colui che incarnava il football, ma anche molto di più. Si, spiazzava e catturava, le sue parole avevano un quid irrazionale che sfuggivano ad ogni tentativo di capirle una volta per tutte. Insegnava molto. Prima che il suo dizionario, la sua vicenda indicava una virtù fondamentale, ancor più nella selva del pallone: essere sé stessi. Lo è stato dalla prima parola all’ultimo articolo. Non andava allo stadio per guardare la partita ma per goderla: interi fogli bianchi riempiti di pennarello verde che dettava a tarda notte nelle redazioni dei giornali nei quali prestava servizio. Nel 2003, alcuni mesi prima della mia maturità classica, nel nostro liceo venne uno dei suoi tre figli, Paolo, economista e giornalista, a parlare di università e comunicazione, nell’ambito di un incontro orientativo sulle possibili facoltà. Al termine della conferenza andai a parlargli. Scoprii solo lì la sua importante figliolanza, parlandoci insieme, perché prima, non l’aveva voluta rivelare. Disadorna eredità di uno stile che vive nella sua prole di sangue e anche nei suoi infiniti adepti: i quali, in queste prime due decadi senza Brera, si sono accorti che è impossibile imitarlo, si rischierebbe solo di storpiarlo e di ridurlo, vale di più allora fare un passo indietro, rileggerlo, sorseggiarlo (come faceva lui con sigari e pipe) e rimanerne ancora affascinati. Grazie di tutto Giuàn e buoni primi vent’anni di eternità. Luca Savarese

Gabriele Majo

Gabriele Majo, 58 anni (giornalista pubblicista dal 1988 e giornalista professionista dal 2002), nel 1975, bambino prodigio di soli 11 anni, inizia a collaborare con Radio Parma, la prima emittente libera italiana, occupandosi dei notiziari e della parte tecnica dei collegamenti esterni. Poi passa a Radio Emilia e quindi a Onda Emilia. Fonda Radio Pilotta Eco Radio. Nel 1990, dopo la promozione del Parma in serie A, è il responsabile dei servizi sportivi di Radio Elle-Lattemiele, seguendo l'epopea della squadra gialloblù in Italia e in Europa, raccontandone in diretta agli ascoltatori i successi. Contemporaneamente è corrispondente da Parma per Tuttosport, Repubblica, Il Messaggero, L'Indipendente, Paese Sera ed altri quotidiani. Dal 1999, per Radio Capital è inviato sui principali campi della serie A, per la trasmissione "Capital Gol" condotta da Mario Giobbe. Quindi diviene corrispondente e radiocronista per Radio Bruno. Nelle estati dal 2000 al 2002 è redattore, in sostituzione estiva, di Sport Mediaset, confezionando servizi per TG 5, TG 4 e Studio Sport. Nel 2004 viene chiamato al Parma F.C. quale "coordinatore della comunicazione" e direttore responsabile del sito ufficiale www.fcparma.com. Nel 2009, in disaccordo con la proprietà Ghirardi, lascia il club ducale. Nel 2010 fonda il blog StadioTardini.com di cui nel 2011 registra in Tribunale la testata giornalistica (StadioTardini.it) divenendone il direttore responsabile. Il rifondato Parma Calcio 1913, nel 2015, gli restituisce l'incarico di responsabile dell'ufficio stampa e comunicazione. Da Luglio 2017 si occupa dello sviluppo della comunicazione e di progetti di visibilità a favore di Settore Giovanile e Femminile della società.