DA COLY A BOATENG: QUANDO I CALCIATORI SI RIBELLANO CONTRO IL PUBBLICO E REAGISCONO…

GABRIELE MAJO Foto Franco Saccò Archimmagine -007(gmajo) – Se uno non sapesse che per una mezzoretta aveva dovuto sopportare degli insulti razzisti potrebbe bollare come “reazione inconsulta” quella di Kevin-Prince Boateng, calciatore di colore tedesco naturalizzato ghanese, centrocampista del Milan, che ieri al 25’ dell’amichevole di Busto Arsizio con la Pro Patria anziché cercare di calciare il pallone verso la rete avversaria lo ha scagliato con veemenza verso il settore più caldo della tifoseria “bustocca”, letteralmente rottosi le scatole per il protrarsi delle incivili manifestazioni di ignoranza di quelli che come al solito sono stati liquidati per quattro imbecilli. E che li sono, per carità: ma che con il loro comportamento hanno finito per rovinare la festa di tutti gli altri, inclusi quelli che con sonori applausi hanno salutato l’inusuale triplice fischio sancito dal centrocampista rossonero, subito dopo indirizzatosi verso gli spogliatoi, immediatamente seguito senza indugio da tutti i compagni e pure dagli avversari e anche dall’esautorato arbitro. Chiaro il messaggio: no al razzismo. Immediatamente dal buonista ct Prandelli in giù tutti a lodare la decisa presa di posizione, questo inusuale dire “basta”: è tutto molto facile, però, in amichevole, vorrei vedere se qualcosa del genere fosse capitato (e se mai capiterà) in campionato, laddove il potere dei tre punti è più forte di queste cose. Pochi giorni fa il nostro Lorenzo Fava, nel suo Meteorismo dedicato a Silvio Baldini, aveva ricordato il precedente caso di Zoro, in Messina-Inter del 30 novembre 2005, quando il roccioso numero 8 dei siciliani venne fatto oggetto dei soliti odiosi «buu» razzisti della curva avversaria, cui i calciatori di colore dei nostri campionati hanno più o meno obtorto colo finito per abituarsi. Quella volta Zoro reagì platealmente prendendo il pallone sotto il braccio e dirigendosi verso la panchina, facendo capire che non avrebbe continuato a giocare. E, per certi versi si comportò meglio di Boateng non avendo scaraventato una pavera verso il pubblico. Non solo: quella volta si trattava di un match ufficiale e non solo di una amichevole sia pure di prestigio: ma come dimostrato proprio dai fatti di ieri la sua civile presa di posizione non servì proprio a nulla, se per anni, impuniti, i razzisti da stadio hanno potuto tranquillamente proseguire la loro inqualificabile opera. Tessera del tifoso o meno. Perché quando si tratta di trovare dei rimedi i nostri caporioni a tutti i livelli non sono certo in grado di partorire qualcosa di realmente utile o efficace. Tessera del Tifoso o no, infatti, degli ultras del Genoa riuscirono o non riuscirono nell’impresa di interrompere una partita di Serie A (quella col Siena) facendo perfino cavare la maglia ai loro beniamini (beniamini si fa per dire), rei di non onorarla? Tessera del Tifoso, tornelli, biglietti nominali, telecamere e ammennicoli vari non sono serviti a far prevenzione in questo senso, così come non servono a bloccare i deficienti che ululano imitando nobili animali come i lupi alla luna: se non c’è una precisa volontà – prima di tutto nei club – di far fuori le mele bacate dal cesto va a finire che anche quelle sane marciscono. E non è una questione di Leggi degli stadi o stadi più confortevoli: liberarsi dalla schiavitù dei delinquenti che inquinano le curve non è mai stato all’ordine del giorno di presidenti, dirigenti – sempre pronti ad accontentarli, a trovare vie di uscita, giustificazioni, escamotage per tenerseli buoni – e lo stesso dicasi per la loro confindustria, alias la Lega Serie A. Anche stavolta dopo lo sdegno vedremo cosa cambierà. Io dico nulla. E poi sarei curioso di vedere cosa accadrebbe se Acquah o Biabiany facessero qualcosa del genere in una gara ufficiale se beccati da quattro coglioni per il colore della loro pelle: minimo minimo verrebbe data al Parma una sconfitta a tavolino, come previsto dai regolamenti. Perché non può essere un calciatore, come ieri Boateng, a chiudere una tenzone, sia pure per buoni motivi. Magari l’arbitro, no? Che ci sta a fare? Non è forse previsto che il direttore dell’incontro possa mandare tutti negli spogliatoi per le intemperanze del pubblico, siano le bombe carta buttate in campo piuttosto che le espressioni razziste? Scrivevo all’inizio: “Se uno non sapesse che per una mezzoretta aveva dovuto sopportare degli insulti razzisti potrebbe bollare come “reazione inconsulta” quella di Kevin-Prince Boateng”. Ebbene il sindaco di Busto Arsizio Gigi Farioli, pur essendo presente allo stadio, e quindi ragionevolmente essendo al corrente di quanto era accaduto, non ha esitato ad estrarre il cartellino rosso a Boateng per fallo di reazione, come si evince dalle seguenti dichiarazioni rilasciate all’ANSA, riportate nel seguente lancio: “E’ colpa soprattutto di quattro deficienti, magari anche di quattro professionisti che non hanno saputo fare il loro lavoro,intendo arbitro e alcuni giocatori”: lo dice all’ANSA il sindaco di Busto Arsizio Gigi Farioli, sullo stop di Pro Patria-Milan, definendo “impropria” la reazione di Boateng che “tira un pallone a 200 kmh contro un tifoso”. Farioli ha spiegato che era allo stadio, seduto di fianco al direttore sportivo del Milan Ariedo Braida, “e dalla tribuna non ho sentito nulla. Mi hanno detto – spiega – che ci sono stati tre-quattro pirla che forse non sono neanche di Busto che hanno gridato qualche buu ai giocatori”. Ma, prosegue, “l’arbitro ai primi segnali doveva fermare il gioco, chiamare i capitani e avvisare tramite lo speaker che al buu successivo la partita sarebbe stata sospesa definitivamente, cosa che è stata fatta autonomamente dalla società”. “Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare – prosegue – Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria”. Paragonare i buu ai giocatori a un normale fallo di gioco mi pare “improprio” per utilizzare lo stesso aggettivo caro al sindaco “bustocco”, anche se la metafora del fallo di reazione ci sta tutta. E del resto anche noi abbiamo rimarcato prima la non osservanza da parte degli altri attori (l’arbitro in primis) dei propri compiti istituzionali. Come ad ogni latitudine si cerca di difendere la civiltà della propria città come se i quattro coglioni arrivassero da Marte e non fossero, invece, appartenenti alla stessa comunità. Ecco, il problema è proprio questo: il non saper espellere dalla propria comunità chi ha nel suo DNA la capacità di rendersi protagonista di episodi incresciosi. Quando ci furono i fatti di Levico 2010 (tifoso spallino malmenato da supporters del Parma in superiorità numerica) sebbene avessi richiesto alla società Parma FC di prender posizione e stigmatizzare l’accaduto (oltre a prender provvedimenti anche più concreti) mi fu risposto (da Ghirardi) di farmi i fatti miei e di non permettermi mai più di telefonargli e (da Leonardi) “sappiamo già quel che dobbiamo fare”. E più o meno si ragiona così anche altrove dove le problematiche di questo tipo sono ben più esasperate che nella mite Parma, che dovrebbe appunto essere il punto di partenza per ridare il calcio alle famiglie (nei fatti e non solo riempiendosi la bocca di mere buone intenzioni). Ieri si è registrata, per l’ennesima volta la sconfitta della parte buona del calcio, che ha sì vinto, perché ha coperto con gli applausi i buu dei coglioni, ma che è stata privata dello spettacolo che avrebbe avuto il pieno diritto di potersi godere in santa pace. Hanno vinto i quattro coglioni e i loro buu, con buona pace del comunicato del Milan, non sono stati i quattro coglioni ad essere puniti, ma appunto gli sportivi veri e le loro famiglie. Una maggioranza positiva sconfitta da una minoranza negativa. Ma una minoranza che la maggioranza non ha saputo preventivamente isolare. Il sindaco di Busto ha definito “improprio” il tiro al fulmicotone di Boateng verso gli spalti: indubbiamente Eto’o anni prima, quando era un attaccante del Barcellona, aveva saputo fare di meglio “vendicandosi” positivamente di chi lo aveva bersagliato con un becero lancio di noccioline, danzando come una scimmia per festeggiare il gol segnato poco dopo. Chissà come il primo cittadino Farioli avrebbe definito la reazione di Ferdinand Coly che, di ritorno dalla tournée “punitiva” in Cina del Parma nel giugno 2008 dopo la retrocessione (i calciatori non vennero fatti viaggiare in business class come sarebbe avvenuto in caso di mantenimento della categoria), percosse come una inarrestabile furia umana l’allora capo ultrà ducale salito sul pullman. Cosa scatenò la furia del difensore senegalese? All’epoca il “bistrattato” negò decisamente di aver pronunziato offese razziali, ma il sospetto rimane alto, considerate le sue non nascoste simpatie per l’apartheid: indubbiamente, però, un mix di situazioni (retrocessione, viaggio nelle predette condizioni e l’aggressione verbale ricevuta, etc, etc.) trasformò in una sorta di Iradiddio Coly, a stento fermato da almeno sei persone, se no il malcapitato chissà che fine avrebbe fatto. Poi, come al solito qui da noi tutto è finito come la polvere sotto il tappeto, poiché l’aggredito, come scrisse all’epoca gazzetta.it “avrebbe rifiutato il trasporto al pronto soccorso e non risultano denunce” (se si fosse fatto curare sarebbe partita una inchiesta che avrebbe potuto tradursi con l’autogol di un procedimento per il precedente “agguato”) e la società non aveva certo interesse a far sì che si sapesse troppo in giro che un proprio tesserato aveva malmenato un tifoso. Dopo i fatti di ieri sono tanti a chiedere una maggiore “civiltà” nel calcio italico: io sono scettico che accada, poiché la partita di pallone è diretta erede diretto degli antichi spettacoli del Colosseo. Il pubblico pagante (chissà se i quattro coglioni “bustocchi” erano muniti di regolare ticket d’accesso) si dice che abbia sempre ragione appunto per l’obolo che versa: io non sono mica poi tanto d’accordo, poiché se anche i calciatori sono stra-remunerati, sono dei professionisti, etc, non per questo debbono sopportare qualsiasi tipo di angheria dal pubblico pagante (o omaggiato). Vedesi, ad esempio, le famose bordate di fischi del Tardini a Dessena che a suo tempo io stigmatizzai. Certo, per fortuna è tutta un’altra storia rispetto ai buu razzisti e l’ex centrocampista crociato non è stato ineccepibile nella sua condotta: però civiltà significa anche saper fare un passo avanti e non incancrenirsi in posizioni preconcette. E su questo anche qui da noi c’è molto da fare. Gabriele Majo

Gabriele Majo

Gabriele Majo, 57 anni (giornalista pubblicista dal 1988 e giornalista professionista dal 2002), nel 1975, bambino prodigio di soli 11 anni, inizia a collaborare con Radio Parma, la prima emittente libera italiana, occupandosi dei notiziari e della parte tecnica dei collegamenti esterni. Poi passa a Radio Emilia e quindi a Onda Emilia. Fonda Radio Pilotta Eco Radio. Nel 1990, dopo la promozione del Parma in serie A, è il responsabile dei servizi sportivi di Radio Elle-Lattemiele, seguendo l'epopea della squadra gialloblù in Italia e in Europa, raccontandone in diretta agli ascoltatori i successi. Contemporaneamente è corrispondente da Parma per Tuttosport, Repubblica, Il Messaggero, L'Indipendente, Paese Sera ed altri quotidiani. Dal 1999, per Radio Capital è inviato sui principali campi della serie A, per la trasmissione "Capital Gol" condotta da Mario Giobbe. Quindi diviene corrispondente e radiocronista per Radio Bruno. Nelle estati dal 2000 al 2002 è redattore, in sostituzione estiva, di Sport Mediaset, confezionando servizi per TG 5, TG 4 e Studio Sport. Nel 2004 viene chiamato al Parma F.C. quale "coordinatore della comunicazione" e direttore responsabile del sito ufficiale www.fcparma.com. Nel 2009, in disaccordo con la proprietà Ghirardi, lascia il club ducale. Nel 2010 fonda il blog StadioTardini.com di cui nel 2011 registra in Tribunale la testata giornalistica (StadioTardini.it) divenendone il direttore responsabile. Il rifondato Parma Calcio 1913, nel 2015, gli restituisce l'incarico di responsabile dell'ufficio stampa e comunicazione. Da Luglio 2017 si occupa dello sviluppo della comunicazione e di progetti di visibilità a favore di Settore Giovanile e Femminile della società.

3 pensieri riguardo “DA COLY A BOATENG: QUANDO I CALCIATORI SI RIBELLANO CONTRO IL PUBBLICO E REAGISCONO…

  • 4 Gennaio 2013 in 16:31
    Permalink

    Buongiorno Majo. Sulla correttezza della nostra tifoseria nulla da eccepire. A dire il vero, da frequentatore della Nord, qualche uh-uh si e’ sempre sentito. Si potrebbe dire che lo sfotto’, per sua natura, va a battere dove “fa piu’ male” quindi non credo si tratti di razzismo. Resta il fatto che anche da noi questa consuetudine non e’ assente.

  • 4 Gennaio 2013 in 18:08
    Permalink

    ovviamente il mio post era riferito all’articolo tratto dalla dichiarazione di Angella. Sorry

  • 4 Gennaio 2013 in 18:38
    Permalink

    Sì, Wh, immaginavo. Io sono sempre un po’ meno tenero con i “nostri” perché li vorrei sempre irreprensibili, pur riconoscendo che qui, piuttosto che altrove, il problema è minore. E’ minore, ma c’è e quella che non c’è è la volontà di risolvere alla base il piccolo problema per non scontentare qualcuno. Ecco: il passo più in là sarebbe proprio quello di volere sul serio uno stadio per famiglie. E non è solo un problema di infrastrutture, ma pure di chi le frequenta.
    Detto questo specifico che il titolo del pezzo di Angella voleva sintetizzare come la tifoseria crociata sia tra le 5 più corrette della stagione, non avendo ancora fatto prender sanzioni al “Ghiro” per il proprio comportamento. Ed è lodevole che il pubblico di Parma sia abbonato al premio fair play. Ma non bisogna accontentarsi mai. Quando stigmatizzo episodi di violenza tipo Levico 2010 poi c’è qualcuno che si offende: ma , dico io: non offende di più l’immagine del gruppo chi si taccia di comportamenti sconsiderati. Io rimango dell’idea che quando c’è da dire bravi bisogna dire bravi, ma quando non è il caso bisogna aver il coraggio di prendere le distanze. Io l’ho fatto, pur rischiando. Altri sono molto più simpatici perché va sempre tutto bene madama la marchesa…
    Cordialmente Gmajo

I commenti sono chiusi.

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