IL COLUMNIST / RIFLESSIONI POST-BOATENG: “NON SONO LE BUONE LEGGI A FARE UN BUON POPOLO, MA UN BUON POPOLO A FARE BUONE LEGGI”

(Luca Russo) – Il razzismo è una delle tante (purtroppo) espressioni di inciviltà in cui l’uomo è in grado di prodursi. In Italia c’è una legge che ci consentirebbe di perseguire penalmente questo reato: la legge Mancino. Mi chiedo quante volte sia stata applicata. Ma in questa sede, onestamente, mi interessa ben poco. La questione è un’altra: non sono le buone leggi a fare dei buoni popoli, ma è un buon popolo a fare buone leggi fino al punto di non averne bisogno. Ed un buon popolo lo si forma a scuola ed in famiglia. Non può e non deve essere una legge a renderci persone migliori. Per evitare l’insorgere di episodi come quello che ieri ha travolto il calcio (e non solo) italiano, sono convinto che la repressione serva a ben poco. O meglio: che serva, ma solo a certe condizioni. Bisognerebbe intervenire e lavorare sul popolo quando il popolo è ancora ‘teachable’, ovvero quando il popolo è ancora bambino, ed è nei bambini che bisogna piantare i semi della tolleranza, del rispetto verso il prossimo e della cultura della legalità. La repressione deve agire laddove scuola e famiglia falliscono miseramente. Solo allora. Detto questo, oggi, sulla Gazzetta dello Sport, Andrea Monti scrive che “siamo tutti Boateng”. Ed il presidente della Pro Patria, Pietro Vavassori, ha fatto sapere che, alla prima occasione utile o forse nel ‘recupero’ dell’amichevole contro il Milan, aprirà la tribuna d’onore alle persone di colore. Bene, bravi. Ma nutro un timore: e cioè che trattandoli come martiri, i vari Boateng, Niang e Muntari, martiri finiranno per diventarlo sul serio. Mi spiego meglio, o mi ci provo a farlo: seguitando a riservare loro un trattamento ‘speciale’, rischiamo che anche agli imbecilli, la cui mamma purtroppo è sempre incinta, venga la voglia di dedicargli attenzioni speciali, come è successo ieri. Sia ben chiaro: questo non vuole essere un modo per farci carico di colpe che non ci appartengono o per alleggerire le responsabilità di chi si produce in certe performances. Il razzismo resta pur sempre ‘merito’ di chi lo ‘promuove’. E non, ovviamente, di chi lo subisce o di chi rischia di diventarne complice perché non silenzia le sue voci. Del resto, in un paese in cui nemmeno lo Stato e le forze di Pubblica Sicurezza riescono a far rispettare le leggi, perché mai dovrebbe riuscirci un semplice cittadino? Per la verità, ho anche un altro presentimento. Ieri il Milan, con estrema fermezza, ha abbandonato il campo in segno di protesta contro i cori e gli ululati di cui sono stati vittime i suoi giocatori di colore. Complimenti. Non vorrei, però, che a qualcuno, domenica prossima, passasse per la testa di mettere alla prova il sistema calcio per verificare se è capace di fermarsi anche durante un incontro di campionato. Saremmo di fronte ad un altro ritratto poco edificante del calcio nostrano. E a proposito di partite da interrompere: visto che ormai il ghiaccio è stato rotto, perché non fermarsi anche quando uno stadio chiama in causa, con fare offensivo e volgare, la mamma di questo o quel giocatore, arbitro, tecnico o presidente? Per anni il povero Materazzi ha dovuto sentirne tantissime sul conto della madre. E Mazzone, durante un Brescia-Atalanta di qualche stagione fa, prese a correre rabbiosamente sotto la curva degli atalantini per ‘difendere’ la memoria di sua mamma. Certo, il razzismo fa più presa sulla gente. Ma offendere i cari, o la loro memoria, di una persona, è un gesto altrettanto inqualificabile. E di cui sarebbe bene che si cominciasse a discutere. Luca Russo