IL COLUMNIST / I NUMERI DIMOSTRANO CHE MENO SQUADRE CI SONO IN SERIE A E MAGGIORE E’ LA COMPETITIVITA’

CALCIO E CALCIO (Luca Russo)Nell’ultima puntata di Calcio & Calcio, cui non ho potuto assistere causa indisponibilità della diretta streaming sul sito di Teleducato Parma, ma della quale ho appreso gli sviluppi grazie al resoconto redatto da Lorenzo Fava, si è dibattuto di un tema che mi sta molto a cuore: la riforma dei campionati. Non è nel mio costume farmi vanto delle ‘battaglie’ che ho il columnist luca russointrapreso con largo anticipo rispetto a chi le sta pianificando solamente adesso, ma stavolta è il caso di farlo. Della riduzione del numero di squadre partecipanti alla massima serie, e delle modifiche che sarebbe il caso di apportare alla formula con la quale si gioca per renderla un pizzico più divertente, ho cominciato a parlarne molto tempo prima che la questione diventasse oggetto delle attenzioni dei vertici di Lega e Federazione. E con una differenza sostanziale: mentre loro spingono per una A da ricondurre alle diciotto squadre di qualche stagione fa (2003/2004), io preferirei una massima serie con appena sedici iscritte, come accadde per l’ultima volta nell’annata 1987/1988. Il perché è presto detto: un minor numero di partecipanti farebbe della serie A un campionato molto più competitivo di quanto lo sia, per la verità poco, adesso. Tesi, questa, suffragata dai fatti. Anzi, dai numeri. Prendiamo ad esempio proprio l’ultimo campionato di A a sedici squadre, quello della stagione 1987/1988. Riscrivendone la classifica finale assegnando tre punti per vittoria, il Milan è primo con 62 punti, secondo è il Napoli con 60, terza è la Roma con 53 seguita dalla Sampdoria a quota 50. In coda, dal Cesena nono al Pisa quindicesimo ci sono ben sette squadre nel breve volgere di tre punti: pochissimi se si considera che nel torneo che si esaurirà domenica prossima il Bologna, tredicesimo, ha tredici punti di vantaggio sul Siena, penultimo e già retrocesso. E non è tutto. Tralasciando la differenza piuttosto risicata, in termini di punti, tra i campioni e i vicecampioni d’Italia di allora (2 punti), che appare ancor più esigua se la si rapporta a quella che c’è tra i campioni e i vicecampioni di oggi (9 punti), sono nove i punti di distacco tra la prima e la terza forza di quell’anno: gli stessi che separano la prima (Juventus) e la seconda (Napoli) del campionato ancora in corso. Dodici invece son quelli che dividono i rossoneri scudettati dai blucerchiati giunti ai piedi del podio: decisamente meno rispetto ai venti punti di vantaggio che nell’attuale A la Juventus, prima, ha maturato nei riguardi della Fiorentina, quarta e ancora in piena corsa per un posto nella prossima Champions. Numeri che testimoniano come ‘meno squadre’ sia, o possa essere, sinonimo di ‘maggiore competitività’. Ma la semplice riduzione del numero di iscritte alla massima serie non è sufficiente per farne un campionato molto più accattivante e vendibile di quelli abbastanza noiosi e dai contenuti tecnici piuttosto modesti cui stiamo assistendo da qualche anno a questa parte. Occorre anche riformarne la formula per renderlo più emozionante e attraente e per risparmiarsi quei pareggi già scritti tipici delle ultime giornate. Dipendesse da me, e volendo fare della A un campionato per cuori forti, introdurrei innanzitutto i playoff: le prime otto classificate al termine delle 30 gare di stagione regolare vanno a giocarsi il titolo, con la prima che incrocia l‘ottava, la seconda che affronta la settima e così via. Tre i turni ad eliminazione diretta – quarti, semifinali e finale – da disputare in gara unica sul campo della meglio piazzata (così da non svuotare di senso la graduatoria finale). E affiderei ai playout l’onere di individuare le due squadre da mandare in cadetteria, ricorrendo ad un meccanismo identico a quello adottato per i playoff: nona contro sedicesima, decima contro quindicesima e via dicendo. Due i turni ad eliminazione diretta – quarti e semifinali – da disputare sul campo della meglio classificata, ma con una differenza di non poco conto rispetto agli spareggi scudetto: chi vince si salva, chi perde va ‘avanti’ fino alle semifinali e chi ne esce sconfitto finisce dritto in serie B. Così facendo nessuna potrà sentirsi al sicuro o credere d’essere condannata già a marzo e tutte dovranno battersi fino alla fine per guadagnarsi la miglior posizione possibile nella griglia dei playoff o in quella dei playout. Certo, si può obiettare che un meccanismo del genere rischia di essere ingiusto con chi è primo per tutto l’anno e fin troppo indulgente con chi invece è ultimo per tutta la stagione. Obiezione respinta: chi è forte per 30 partite non dovrebbe avere DSC08416problemi ad esserlo per altre tre. E, al contrario, chi è rospo per un intero campionato difficilmente è in grado di trasformarsi in principe in vista dei playout. Si può anche sottolineare, come ha fatto Michele Angella di Teleducato, che formule di questo tipo sono adottate solo da campionati di mediocre fattura come quelli statunitense e australiano. Altra obiezione che respingo: posto che i tornei in questione non siano di quelli che a vederli fanno venire l’acquolina in bocca, la serie A italiana, a giudicare dal poco di buono che in Europa son riuscite a combinare le sue principali interpreti, non è che sia il meglio del meglio del calcio continentale o di quello mondiale. E allora fatevi coraggio dirigenti di Federazione e Lega: ritornate al passato, alle formule del passato, e correggete gli errori di chi anni fa ha riformato, impoverendolo, il nostro calcio credendo che nuovo – ossia la A a 20 squadre – fosse sinonimo di buono. Luca Russo

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