RADIOCRONACA 2.0: L’EVOLUZIONE DEL MODELLO “TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO” NELLA TESI DI LAUREA DI ORAZIO VASTA, CHE HA INTERVISTATO RICCARDO CUCCHI (video)

(gmajo) – Orazio Vasta è uno dei giovani più promettenti affacciatosi al giornalismo nella nostra città, proveniente dalla natia Sicilia, che ha vissuto sulla propria pelle tutte le difficoltà di quella che sta diventando una non–professione, appunto quella del giornalista. Dopo aver intrapreso il corso di studi in Giornalismo e Cultura Editoriale presso il Dipartimento di Lettere, Arti, Storia e Società dell’Università degli Studi di Parma, ha tentato di dare una svolta pratica alla teoria che stava apprendendo, collaborando con alcune web-iniziative, tutte, purtroppo, finite anzitempo, per problemi di natura editoriale di chi li aveva fondati. Io ho avuto modo di conoscerlo allo stadio Tardini, dal momento che si è occupato anche del Parma Calcio. L’11 novembre scorso, poi, la sua redazione, lo aveva mandato a seguire la presentazione del volume “Un microfono a due facce”, del radiocronista di Radio Rai  Ugo Russo, a cura del sottoscritto, e ospitata da Corradone Marvasi al Circolo Aquila Longhi, nel cuore dell’Ospedale Vecchio: forse ha concepito lì l’idea della sua originalissima ed interessantissima tesi di laurea dal titolo: “Radiocronaca 2.0:Verso una nuova forma di oralità e di giornalismo – Evoluzione di un modello, dalla guerra a Tutto il calcio Minuto per Minuto”, dedicata appunto alla longeva trasmissione, che discuterà stamani, lunedì 8 luglio 2013, attorno alle ore 11, nell’aula K4 di Via Kennedy. Per documentarsi al meglio, oltre alla lettura di svariate fonti, Orazio Vasta ha ascoltato direttamente alcuni dei protagonisti di Tutto il Calcio, tra cui il capo redattore sport del Giornale Radio di Radio Rai, Riccardo Cucchi, che è anche la prima firma dai campi, di cui sotto trovate la video registrazione montata, e Nicoletta Grifoni, la prima voce rosa. Ma Orazio Vasta mi ha riservato l’onore di ascoltarmi e dedicarmi un capitolo della sua tesi: pur non avendo mai fatto parte (purtroppo) professionalmente di Tutto il Calcio Minuto per Minuto, infatti, da “amatore” l’ho spesso seguito, finendo per creare su stadiotardini.it, in collaborazione con Tutto il Calcio Blog, un’apposita sezione in cui inserire i video amatoriali che da qualche tempo “giro” nelle cabine radio che documentano le loro gesta e le interviste personalizzate al termine della partita. La lunga chiacchierata, che Orazio come un certosino ha fedelmente ritrascritto  nell’opera che sublima i suoi studi, è stata l’occasione per affidargli anche alcune delle mie memorie. Una sorta di testamento spirituale… In bocca al lupo per oggi, Orazio: fatti valere!

LA VIDEO INTERVISTA A RICCARDO CUCCHI DI ORAZIO VASTA

“RADIOCRONACA 2.0: VERSO UNA NUOVA FORMA DI ORALITA’ E GIORNALISMO – EVOLUZIONE DI UN MODELLO, DALLA GUERRA A TUTTO IL CALCIO”, tesi di Laurea Magistrale in Giornalismo e Cultura Editoriale di Orazio Giuseppe Vasta 

DSC00042Università degli Studi di Parma
Dipartimento di Lettere, Arti, Storia e Società
Corso di Laurea Magistrale in “Giornalismo e Cultura Editoriale”
“Radiocronaca 2.0:Verso una nuova forma di oralità e di giornalismo”
Evoluzione di un modello, dalla guerra a Tutto il calcio
Candidato:
Orazio Giuseppe Vasta
Relatore:
Chiar.mo Prof. Giorgio Triani
Correlatore:
Chiar.mo Prof. Paolo Ferrandi
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ANNO ACCADEMICO 2012/2013

Ai miei genitori
ai loro sforzi, ai loro tanti sacrifici
II
III
Indice
Introduzione ……………………………………………………. – 7 –
CAPITOLO I
Gli inizi: la Radio durante il Regime fascista ……….. – 11 –
§ 1.1 Dalla caduta del Regime al blackout radiofonico. L’affermarsi di Radio Londra ……………………………………………. – 18 –
§ 1.2 La ricostruzione e il periodo del “boom” radiofonico. Nasce la Rai, il servizio pubblico italiano …. – 25 –
§ 1.3 Cominciano le trasmissioni televisive, la radio perde il suo appeal ……………………………………………………………… – 30 –
CAPITOLO II
L’avvento delle prime stazioni private e la fine del monopolio pubblico…………………………………………………. – 37 –
§ 2.1 In radio più musica e più idee. Nasce la prima forma di radiofonia privata ………………………………………………… – 39 –
§ 2.2 La fine del monopolio, la Rai predilige la Tv alla radio ……………………………………………………………………………………… – 45 –
CAPITOLO III
La forma vincente del servizio pubblico della Rai: le radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto ……….. – 55 –
Premessa ……………………………………………………………………. – 55 –
§ 3.1 L’esperimento radiofonico di Roma ‘60 ………. – 56 –
IV
§ 3.2 “Scusa Ameri… scusa Ciotti… linea allo studio…”. Il format vincente di Tutto il calcio minuto per minuto …………………………………………………………………………………… – 59 –
§ 3.3 La rivincita della parola: gli aspetti essenziali della radiocronaca e dei suoi protagonisti ………………………… – 67 –
§ 3.4 “Più breve sei, più bravo sei”. La regola del radiocronista ………………………………………………………………………… – 71 –
§ 3.5 I radiocronisti che hanno fatto la storia. ………. – 73 –
– Nando Martellini – ………………………………………………….. – 73 –
§ 3.5.1 Enrico Ameri e Sandro Ciotti: i due amici-nemici .. – 75 –
§ 3.5.2 Alfredo Provenzali e il declino del gioco del calcio – 82 –
CAPITOLO IV
Per la televisione del servizio pubblico niente diritti in chiaro, a raccontare il calcio ci pensa ancora oggi la radio – 85 –
§ 4.1 Tutti davanti alla Tv inizia Novantesimo Minuto . – 85 –
§ 4.2 Il calcio come evento popolare e coinvolgente del Paese ……………………………………………………………………………………… – 87 –
§ 4.3 Novantesimo minuto: fotografia di un calcio che cambia …………………………………………………………………………………… – 90 –
§ 4.5 Valenti lascia. Si va verso la fine di un’era …. – 93 –
§ 4.6 Gli italiani perdono 90° Minuto …………………….. – 97 –
Conclusioni …………………………………………………. – 101 –
Appendici ……………………………………………………. – 108 –
Appendice I – Le interviste ………………………………. – 109 –
Intervista a Filippo Corsini ……………………………… – 111 –
Intervista a Riccardo Cucchi ……………………………. – 114 –
V
Intervista a Nicoletta Grifoni …………………………… – 128 –
Intervista a Gabriele Majo ………………………………. – 133 –
Appendice II – Le voci storiche ………………………… – 143 –
Appendice III – Articolo 50° anniversario …………… – 149 –
Appendice IV – Dati ascolto 2012-2013 ………………. – 153 –
Bibliografia …………………………………………………. – 154 –
Sitografia ……………………………………………………. – 156 –
VI
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Introduzione
In questa Tesi ho cercato di seguire e tracciare un triplice percorso. Anzitutto quello della radiocronaca, come modello giornalistico, nato ai tempi della guerra e veicolato per scopi propagandistici sia in Italia che in Germania, mentre come strumento di liberazione e affermazione dei concetti democratici di libertà negli altri Paesi d’Europa.
La radiocronaca di guerra che non è l’unico modello di giornalismo radiofonico che si è affermato alle origini. Infatti, in un secondo momento, si procede all’analisi del binomio radiocronaca-sport, attraverso il quale, negli anni ante e post guerra, la radio sembra aver stipulato un ottimo rapporto.
S’inizia con i primi esperimenti di diretta, si “raccontano” i primi eventi sportivi e proprio sotto il regime fascista, che tanta attenzione dedicava allo sport, nascono le prime importanti figure di radiocronisti sportivi. Uno di questi in particolare, Nicolò Carosio, segnerà la storia del modello giornalistico più vecchio e certamente più glorioso del mezzo stesso. Il suo modo di narrare il calcio, già durante il ventennio, ha accompagnato gli italiani nelle gioie e nel dolore, e nel triste tentativo di riprendersi dalle atrocità che anni e anni di guerra avevano portato con sé.
La sua voce gridò per la prima volta nella storia del nostro Paese, e non solo a livello comunicazionale, ma anche calcistico, la gioia di una Nazione per la conquista di ben due Mondiali di calcio: 1934 e 1938.
A lui, o meglio ancora alla sua voce fu affidato il duro compito di far tornare a vivere un intero Popolo.
Infine, lo studio di una trasmissione, ovvero Tutto il calcio minuto per minuto, nata ormai cinquantatré anni fa che,
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partita come un esperimento destinato magari a perdersi da lì a poco, ha scritto la storia della Radio e di un intero Paese.
Una linea comune tra passato e presente, che tiene in considerazione tutti gli attori della comunicazione interessati: il mezzo, il pubblico, il contenuto e i suoi modelli. Un excursus tra ciò che era, è, e senza troppe pretese, sarà o potrà essere.
I primi due capitoli sono semplicemente d’approccio alla Tesi.
Nel primo si fa riferimento alla storia della Radio e alla nascita della radiocronaca ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Descrivo, all’interno, gli sviluppi del mezzo radiofonico in Italia, del suo uso durante la dittatura fascista e dei protagonisti che hanno legato il loro nome attorno a questo mezzo di comunicazione, sì nuovo ma già importante.
Focalizzerò l’attenzione sui seguenti punti: l’evoluzione della prima forma di giornalismo lontano dalla carta stampata; la nascita del Giornale Radio, dei bollettini di guerra e della radiocronaca.
Un modello quest’ultimo creato ad hoc per aggiornare in diretta il Popolo sugli eventi dell’Impero, e poi introdotta anche nello sport con la cronaca delle manifestazioni sportive più importanti: calcio, ciclismo e boxe su tutte.
Per arrivare fino al post guerra, con l’assuefazione ormai totale al mezzo radiofonico da parte degli italiani e le informazioni dettate da Radio libere, non più sotto il giogo della propaganda, che pian piano porterà alla nascita della Rai e alla comparsa della “sorella minore” della Radio: la Televisione.
Nel secondo capitolo, invece, ho posto la questione della concorrenza interna tra il vecchio e il nuovo, tra la televisione e la radio.
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La Rai fin da subito comprende la portata del nuovo mezzo di comunicazione e comincia una politica tesa a valorizzarne le qualità, raggiungendo nel breve tempo, un bacino d’utenza ascrivibile fino a poco tempo fa alla radio, che nel frattempo non riceve più le stesse attenzioni. Nel capitolo saranno elencate proposte e riforme fatte dall’Azienda pubblica nel tentativo di arginare il declino del mezzo radiofonico e controbattere la nascente concorrenza. Ci si focalizzerà anche sul vuoto legislativo che ha permesso la nascita di radio private, prima pirata e poi “legalizzate” e il boom delle televisioni commerciali.
Un momento molto importante nella storia del mezzo radiofonico, che permetterà di comprendere quanto l’interesse dei vertici del servizio pubblico fosse indirizzato verso lo sviluppo e la tutela della Televisione, soprattutto alla luce di una nuova forma di concorrenza, non più interna, ma dai primi anni Settanta, anche esterna. Infine, negli ultimi due capitoli analizzerò le due trasmissioni di punta della Rai definendone aspetti, peculiarità e differenze. Il terzo capitolo si sviluppa interamente attorno alla trasmissione radiofonica Rai Tutto il calcio minuto per minuto, dove cerco di cogliere gli elementi più importanti della radiocronaca e della trasmissione stessa, inquadrando gli aspetti più interessanti e gli uomini chiave che hanno permesso tale successo.
Un viaggio nella memoria di una trasmissione calcistica (e non solo), che è diventata un “caso”, costruendosi una propria identità e radicandosi nelle abitudini degli italiani e riuscendo altresì, a democratizzare gli sport, dando la stessa attenzione a diverse discipline sportive, trattate allo stesso livello del calcio e all’interno di una trasmissione di calcio. In appendice
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alcune interviste a giornalisti della Rai e protagonisti della trasmissione spiegheranno il perché del successo e verso quale futuro si andrà incontro. Nel quarto ed ultimo capitolo, infine esamino i cambiamenti sociali e comunicazionali che vigono nel mondo del calcio, analizzando in parallelo la nascita e la scomparsa di una trasmissione storica per la Televisione Rai: Novantesimo minuto. Dalla radio alla televisione, per analizzare i motivi per cui ancora oggi una trasmissione radiofonica riesce, in mezzo a così tante offerte di comunicazione, a trovare un posto fisso nelle abitudini della gente, mentre l’Ammiraglia Rai, (Rai Uno) ha dovuto dire addio al suo programma di punta, dopo l’avvento dei colossi commerciali.
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CAPITOLO I
Gli inizi: la Radio durante il Regime fascista
La radio fa il suo esordio ufficiale nel panorama italiano il 6 ottobre 1924, con l’inizio delle prime trasmissioni radiofoniche. Il suo impatto con la Società non è immediatamente positivo, il nuovo mezzo fatica ad imporsi al pubblico e i suoi primi passi saranno lenti e poco significativi.
Mentre la potenza del nuovo medium è ampiamente conosciuta e sfruttata in paesi come Germania, Francia, Inghilterra e soprattutto Stati Uniti dove, alla fine della Prima guerra mondiale, la radio era un mezzo in forte crescita, in Italia la situazione è completamente diversa. Il regime fascista non captò da subito le potenzialità del nuovo mezzo di comunicazione e nutrì davvero poco interesse verso la radiodiffusione. La situazione mutò solo col passare del tempo. Anche se in netto ritardo rispetto agli altri paesi del Mondo, anche in Italia ci si accorge della potenzialità del mezzo radiofonico, e il fascismo mise completamente le mani su uno strumento che diverrà prezioso per la propria Propaganda. Nascono i primi Enti che hanno il compito di realizzare le strutture e organizzare la trasmissione dei programmi, si susseguono, in questa prima parte di storia della radio l’Unione Radiofonica Italiana (Uri), poi l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (Eiar) che daranno vita ai primi servizi di carattere giornalistico, che saranno alla base del mezzo radiofonico. Proprio sotto il regime, nasce il primo Giornale Radio.
È in questa primissima fase che la radio mette in evidenza la sua particolare ambivalenza: “da una parte essa ci si presenta come un modello di comunicazione diretto, personale,
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privato, quasi intimo. Dall’altra la radio si è prestata, specie nel periodo pre-televisivo, in cui ha dominato il campo, insieme alla stampa e al cinema, ad essere il tamburo tribale ritmato dai grandi stregoni dell’assolutismo politico”1. Ambivalenza che esprime in maniera forte le due strade che l’uso del mezzo radiofonico costruirà col tempo:
 Realizzazione del tessuto socio-culturale, perché “ogni società ha la sua comunicazione”.
 Fattore di mutamento della Società, perché “la società è la sua comunicazione”.
Trasmettere per assoggettare al Potere, per giungere ovunque e a tutti. Il destinatario non era più il singolo, circoscritto al suo ambiente privato, bensì il ‘pubblico’, ovvero quella parte di popolazione da raggiungere anche al di fuori delle mura domestiche, nelle piazze o nei luoghi di ritrovo. Grossi altoparlanti avrebbero dovuto diffondere la voce del Partito in ogni luogo. Il messaggio radiofonico, le imprese del Duce dovevano giungere a quante più orecchie possibili, in modo da avvicinare un fine, denominato “educativo” che, proprio a cavallo delle due guerre, fu quello maggiormente perseguito nei paesi sotto regime. Il primo passo per ottenere una totale distribuzione sul territorio nazionale, in modo da garantire una più completa integrazione del mezzo nella vita dello Stato, fu la creazione dell’Ente Radio Rurale (E.R.R),2 che
1 AA.VV, La Radio. Storia di sessant’anni. 1924-1984, ERI, Torino, 1979, p. 95.
2 “Una radio in ogni villaggio”. Frase pronunciata da Benito Mussolini, che diede il via al progetto voluto da E. Marchesi. Esso si propone esplicitamente di: “1) educare la nuova generazione fin dalla più tenera infanzia secondo i dettami della dottrina fascista, completare e illustrare le lezione impartite dagli insegnante e far partecipare i fanciulli,
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aveva il compito di estendere la radiofonia nelle campagne e installare apparecchi nelle scuole. Il compito dei reggenti del Partito, attraverso ministeri ad hoc, era di riuscire a rompere la tradizione e portare in onda qualcosa di nuovo, si intuì che fosse stato meglio comunicare qualcosa di diverso a gente diversa, perché ci si rivolge a gruppi sociali non più omogenei, ma differenziati tra loro, come gli scolari nelle classi, i soldati nelle loro caserme e i contadini nelle campagne, affermando così, anche se in maniera ancora grezza, il carattere di servizio pubblico del mezzo radiofonico. Ciò avviene essenzialmente grazie al progresso fatto in campo tecnologico. Un esempio fu il broadcasting che, adottato negli Stati Uniti intorno agli anni ’20, fu una sorta di rivoluzione, in quanto permetteva di inviare via etere dei contenuti (musica o parole) non solo ad un singolo destinatario, bensì ad una pluralità di apparecchi dislocati in una particolare area di ricezione. Si veniva a creare così un profondo rapporto tra emittente e ricevente, che era di totale asimmetria: solo il primo era costretto a dotarsi di un potente apparato emittente per le trasmissioni cosiddette circolari, al secondo bastavano un paio di semplici trasmittenti, per ricevere e decodificare il segnale radiofonico. Apparecchi che potevano essere pubblici (come nel caso dei paesi sotto regime), e montati nelle strade o nelle piazze, o privati, propri dell’uso domestico del mezzo.
anche quelli dei più remoti villaggi, alla vita della Nazione; 2) comunicare ai contadini notizie e consigli utili, istruendoli e dilettandoli allo stesso tempo; 3) favorire in qualsiasi modo la diffusione della radiofonia nelle campagne per aggiungere un’arma nella lotta contro l’urbanesimo” in Rai (1984), 60 anni di radio. Cronistoria dalle origini 1924-1984, cit., p.77.
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Ad accelerare il processo di crescita della radio in Italia ci pensò in maniera imponente la guerra. All’alba della seconda guerra mondiale, la radio era pienamente in mano al regime, che usò questo nuovo strumento, per costruirsi consensi tra il popolo e diffondere l’ideologia fascista. Il mezzo radiofonico divenne sempre più un valido alleato, per arrivare al cuore e alle menti della popolazione.
Anche le programmazioni subirono una decisa modifica: “Si cerca di imprimere alla programmazione nuovi e definiti orientamenti in senso educativo, politico e propagandistico, interessando in modo particolare le trasmissioni scolastiche dell’E.R.R. e quelle dell’infanzia in genere, i notiziari e le radiocronache informative, i commenti politici e le conversazioni culturali, e perfino il mondo dello spettacolo che, a partire dal dicembre 1935, subirà le restrizioni imposte dalla politica autarchica; aumentano poi progressivamente le trasmissioni celebrative e quelle inerenti le attività del regime, i programmi musicali, la prosa e il radiodramma”3.
Si passò dall’uso ‘intimo’, privatistico della radiodiffusione a quello plateale, di massa, modificando – in nazioni come Italia e Germania – il ruolo originario del mezzo. L’individuo non era libero di scegliere, ma era costretto a subire il flusso di informazioni che le autorità avevano deciso di diffondere. Tra emittente e destinatario, in questi anni, venne a mancare il presupposto essenziale che aveva fatto grande la radio in altri luoghi: avere la
3 Anna Lucia Natale, Gli anni della radio (1924-1954). Contributo ad una storia sociale dei media in Italia, Liguori Editore, Napoli, 1990, p.72.
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libertà di scegliere, e ascoltare come e quanto si vuole. Tutto era nelle mani di chi deteneva il Potere: “Intorno al 1930 […] viene promosso nell’Eiar un giornalismo destinato a collaborare con quello scritto nella funzione di pedagogia nazionale. Nonostante qualche spunto originale e tecnicamente interessante proposto all’interno dell’Ente, la nascita del Giornale Radio e delle note politiche ad esso connesse subordinò l’informazione agli interessi dell’autorità politica, anzi agli orientamenti della burocrazia di regime, secondo una ottica di fascistizzazione popolare”. Bisognava arrivare a tutti, senza alcuna distinzione e la radio era il mezzo giusto. Essa, così come il cinema (o più del cinema), doveva giungere lì dove il giornale non poteva, abbattere cioè quelle barriere culturali che non permettevano di permeare gli strati sociali più bassi e meno colti. “Scoperta la radio, il regime la occupò e per mezzo di essa cercò di occupare gli spazi culturali e vitali della popolazione. Una sezione importante della programmazione radiofonica fu appunto quella politica, incentrata sui notiziari e su abili note interpretative degli avvenimenti: le cronache del regime a partire dal 1933, più tardi trasmesse come commenti ai fatti del giorno. Questi due tipi di trasmissioni, il giornale radio e il commento, furono per dieci anni la voce ufficiale del potere politico, alla quale la pur presente mediazione professionale non poteva apportare sensibili variazioni”.4
La radio, solo qualche tempo dopo dalla sua apparizione, divenne uno strumento conosciutissimo e apprezzatissimo, fu una costola del regime, e la guerra, cominciando dalla campagna d’Africa in Etiopia, venne trasformata in un sorta di genere narrativo. Gli sforzi profusi dalle autorità fasciste,
4 AA. VV, 1979, La Radio. Storia di sessant’anni. 1924-1984, ERI, Torino, p. 115.
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ottennero una prima, positiva risposta quando, in men che non si dica, gli abbonati crebbero rapidamente nella seconda metà degli anni ‘30, fino a raggiungere la cifra di un milione già nel 1938.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale le esigenze della popolazione erano mutate, la gente voleva sapere, conoscere i fatti e gli avvenimenti quotidiani oltre il fronte e fu per soddisfare questa voglia di sapere che cominciò a definirsi un nuovo modo di fare giornalismo. Le corrispondenze dai fronti, agli inizi della guerra, cominciavano ad introdurre alla radio quel tanto di sincerità e verità che mancava in tutte le altre trasmissioni. Il radio documentario, nato per informare la popolazione, giungeva alle orecchie dell’ascoltatore scandendo minuziosamente i fatti bellici e fu il miglior esempio di informazione possibile5. Attraverso gli altoparlanti si informavano gli italiani sui fatti di cronaca, sulle campagne militari concluse con successo e sulla crescita dell’Impero fuori dai confini italiani. In un crescendo di informazione e metodi, il racconto di guerra comincia a trovare un posto saldo nella società italiana degli anni ’30, assieme ad un altro genere che, proprio in quel periodo, ha gettato le sue basi: la radiocronaca sportiva.
5 Di primissimo ordine furono i servizi confezionati da Antonio Piccone Stella dall’Africa settentrionale, le interviste realizzate da Mario Ortensi sul fronte francese o i racconti di Cremascoli e Ferretti della vita di tutti i giorni nelle basi militari italiane, questo modo di fare giornalismo anticipò quello che può essere denominato il “neorealismo” radiofonico degli anni ’50. Ritorna alla radio anche Marinetti, che metterà la sua penna e la sua voce al servizio della “guerra futurista” in Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2005, p. 133.
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Proprio durante il regime lo sport ebbe un ruolo molto importante, e fu certamente per la grandissima attenzione verso di esso che in radio cominciarono a passare le prime radiocronache in diretta delle grandi manifestazioni sportive. Calcio, ciclismo, motori, ma anche tennis (con i primi incontri di Coppa Davis) e pugilato. Fu proprio un incontro di boxe che aprì il filone delle radiocronache sportive. Il 24 giugno 1928 da Milano andò in onda, in diretta radiofonica, l’incontro di tra Leone Jacovacci e Mario Bosisio. Fu subito un successo, che portò la gente ad appassionarsi sempre più a questo genere di ascolto radiofonico. Ascoltare le imprese dei grandi campioni, dei propri miti, vivere attraverso il racconto di un radiocronista le tappe del Giro d‘Italia, o ascoltare il rombo dei motori nelle gare più importanti (Mille Miglia o Targa Florio), costruì un legame forte e profondo tra la gente e il mezzo radiofonico, che conobbe ancora più fortuna grazie allo sport più popolare della nazione: il calcio. Le prime prove di una diretta radiofonica di un incontro di calcio del campionato di Serie A, risale al match tra Bologna e Torino, del giugno del 1923, ma non riscosse grandi consensi, così si pensò bene di prediligere le radiocronache in diretta solo dei grandi appuntamenti internazionali Nacque in queste circostanze la figura del radiocronista sportivo e proprio in quest’epoca vennero forgiati i migliori radiocronisti di tutti i tempi: Giovanni Buratti, Alfredo Gianoli, Mario Ferretti e Nicolò Carosio. Proprio quest’ultimo ebbe l’onore di trasmettere in diretta la radiocronaca di Italia-Germania nel gennaio del 1933, e solo un anno dopo da quella
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prima radiocronaca venne considerato da tutti il migliore radiocronista di sempre6.
Fu la carta stampata a rendergli omaggio, con un articolo apparso su La Stampa, il 17 novembre 1934, in cui si diceva di lui: “sa ricostruire, ricreare, rendere evidente e chiaro, visivo quasi, ogni particolare dell’azione che egli solo vede”7. La sua voce si legò indissolubilmente alla Nazionale e ai trionfi degli azzurri ai mondiali di calcio del 1934 e del 1938.
§ 1.1 Dalla caduta del Regime al blackout radiofonico. L’affermarsi di Radio Londra
Il periodo che va dal 1941 alla caduta del regime fascista segnò in Italia una serie di eventi che sanciranno la nascita di un nuovo modo di fare giornalismo in radio. Nel 1935 la redazione del Radiogiornale, nato diversi anni prima a Milano, fu unificata a Roma e contava cinque edizioni giornaliere, più l’introduzione, all’interno del
6 Il 14 novembre 1934 Carosio raccontò da Londra la partita tra Inghilterra-Italia, passata alla storia come la battaglia di Highbury. Una sfida tra due delle migliori scuole calcistiche al mondo. Gli azzurri si presentavano da campioni del Mondo in carica. Sotto di 3 gol e un uomo, gli azzurri giocarono un secondo tempo strepitoso, che attraverso il resoconto di Carosio giunse fino in Patria, dove un intero Paese, attraverso apparecchi pubblici o domestici, seguiva l’evolversi di quel match, conclusosi poi con il risultato finale di 3-2. Carosio riuscì, attraverso un microfono a trasmettere le stesse emozioni vissute da chi era lì presente.
7 Cfr. “La Stampa”, in Franco Monteleone, Storia della Radio e della Televisione. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2005, p. 86.
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proprio palinsesto, del programma Le Cronache del Regime. La trasmissione via via subì una serie di modifiche, fino a quando non cambiò il proprio nome in “Commento ai fatti del giorno” e fu affidata ad un giornalista emergente molto legato al fascismo, Mario Appelius. Proprio durante la sua trasmissione si registrò un fatto assolutamente storico: l’accettazione da parte delle autorità del contraddittorio in una trasmissione radiofonica.
La decisione non fu per niente voluta, ma piuttosto un atto dovuto. Un militante comunista, esperto di radiofonia, riuscì ad intrufolarsi tra le frequenze e cominciò a pronunciare motti antifascisti, esortando la popolazione italiana a reagire contro il regime. Diversi giorni dopo proprio Mario Appelius e Gherardo Casini ebbero il compito di sostenere il confronto con il cosiddetto spettro: “Per la prima volta, nella storia della radio italiana la voce di un antifascista poteva confrontarsi davanti alla platea radiofonica faticosamente costruita dal regime”8. Questo esperimento durò relativamente poco, infatti le autorità fasciste decisero di mandare in onda una voce registrata, che alla stessa ora, tutte le sere per un certo periodo di tempo si inseriva sulla stessa lunghezza d’onda della sua trasmissione. Il pubblico si accorse presto dell’inganno e lo spettro, che diede tanta popolarità ad Appelius e alla sua trasmissione, cessò di esistere.
Il giornalista aretino fu il più amato e allo stesso tempo il più odiato dal regime, egli aveva un modo di esprimersi chiaro e diretto, che fu funzionale alla Propaganda, ma allo stesso tempo attirò su di sé le antipatie delle autorità del Ministero della cultura popolare e dello stesso Mussolini, e nel febbraio
8 Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, Marsilio Editore, Venezia, 1976, p. 211.
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del 1943 venne sostituito da Salvatore Aponte. “Nei suoi commenti impiegava un linguaggio diretto e colorito, condensato in frasi brevi, in modo da creare una comunicazione di tipo altamente drammatico e suscitare una reazione emotiva. […] affascinava la piccola borghesia mettendosi al suo stesso livello. Ciò che invece preoccupava era un tono, diciamo così, disfattista che Appelius usava nei commenti sulle vicende belliche non favorevoli all’Italia, nella convinzione che non si dovesse nascondere la realtà al popolo, e inoltre il fatto che le sue invettive suscitavano la reazione immediata di Radio Londra, con la conseguenza che gli italiani avevano, dopo ventiquattr’ore, la possibilità di verificare la validità della propaganda fascista, quasi sempre a tutto svantaggio di questa”9. Un modo di raccontare le cose, il suo, che gli creò parecchi oppositori, soprattutto nei circoli stranieri situati in quel di Roma, ma fu il realismo delle sue trasmissioni a far traboccare il vaso. Il popolo italiano, secondo il Partito, non doveva sapere quello che effettivamente succedeva lontano dal Paese, ma Appelius non fece altro che anticipare il regime e preparare il popolo italiano all’imminente disfatta.
Dopo l’allontanamento del giornalista fedele al Partito, la situazione cominciò a sfuggire di mano ai gerarchi e la storia iniziava a modificarsi.
Il potere fascista cominciò pian piano a scricchiolare, le repressioni e i controlli su ciò che arrivava via etere non sortivano più gli stessi effetti di un tempo e la gente,
9 Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2005, p. 131.
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pur correndo il rischio di incappare in pene severissime, si avvicinava sempre più alle trasmissioni estere.
Il vagabondaggio dell’etere (così chiamato dalle autorità fasciste l’ascolto di radio estere) permetteva agli ascoltatori di ricevere informazioni non filtrate e non poste a censura. Il fenomeno si estese sempre più e non solo per motivi politici, ma anche per mera curiosità o semplice trasgressione. La radio ritrovò, grazie all’emittenza straniera, quei valori che durante i regimi totalitari aveva perso. Le stazioni estere trasmettevano messaggi diametralmente opposti a quelli che le dittature di Germania e Italia volevano far passare per veri, facendo rinascere all’interno di quel mezzo di comunicazione di massa nuovi propositi di libertà e di scelta. L’ascoltatore capì che c’era dell’altro che veniva tenuto nascosto. La clandestinità, fino a quel momento brutalmente repressa dal regime, finì con l’imporsi, diventando l’unica forma di informazione per la maggior parte dei radioascoltatori, tornati liberi di scegliere.
L’uso pubblico che fino a quel momento la radio dimostrò di avere, anche se assoggettato alla volontà del Partito, andò lentamente a deteriorarsi di pari passo con la crisi politica che si stava vivendo in quegli anni. Il confine dell’etere si era ormai allargato, in Italia la Propaganda aveva perso il suo peso specifico e le notizie giungevano adesso da ogni parte, da fonti non più ufficiali (Radio Mosca e Radio Londra).
Dalla caduta del regime, giorno della firma dell’armistizio, alla liberazione della Nazione l’Eiar attraverserà dei momenti convulsi.
Le programmazioni, fino ad allora stracolme di Giornali radio, radiocronache di guerra e falsi contraddittori, saltarono e calò improvvisamente il silenzio.
Il 25 luglio con un secco comunicato Titta Arista diede la notizia in radio del crollo del regime, mentre l’8 settembre
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quello dell’armistizio con gli alleati ad opera di Badoglio. Da quel momento, per due giorni interi, la radio tacque.
Con il regime ormai allo sfascio, e l’Italia spaccata, nella morsa degli Alleati e dei nazi-fascisti, anche nel mondo delle comunicazioni di massa si aprirono nuovi scenari. “Il potere dell’Italia e il controllo dei mezzi d’informazione risulta diviso in due. L’intera rete radiofonica del Centro-Nord, e fino alle stazioni di Roma, è di fatto sotto le disposizioni della Germania nazista; la Repubblica Sociale Italiana (come era stato denominato il territorio controllato dai tedeschi), con decreto Interministeriale 10 febbraio 1944, stabilirà poi il trasferimento al Nord di tutte le aziende, società ed enti di qualsiasi genere operanti a Roma, direttamente o indirettamente controllati dallo Stato”10. La sede legale dell’Eiar diventa così Torino, come nuovo direttore viene scelto Ezio Maria Gray e il controllo dei tedeschi sulle radiotrasmissioni è rigido e soprattutto totale. All’interno del palinsesto si trovò sempre meno spazio per varietà ed intrattenimento, mentre aumentavano le comunicazioni sulle evoluzioni delle battaglie vinte durante il periodo bellico, o ci si spingeva su argomenti ben più dolorosi, come le condizioni dei lavoratori italiani deportati nei campi nazisti o i lunghi elenchi dei caduti.
Le notizie dal fronte e i bollettini militari, seguiti con trepidazione dalla gente, moltiplicarono notevolmente l’ascolto della radio: nel 1942 si contavano due milioni di utenti.
Ma il silenzio delle frequenze repubblichine veniva puntualmente spezzato dalle notizie che giungevano dalle
10 Anna Lucia Natale, Gli anni della radio (1924-1954) Contributo ad una storia sociale dei media in Italia, Liguori Editore, Napoli, 1990, p. 105.
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emittenti estere. La più importante fu senza dubbio Radio Londra, una voce sempre più presente nella quotidianità degli italiani. Non solo perché dimostrò una forte apertura della politica estera britannica verso l’Italia, ma, contemporaneamente, perché mise in mostra la formidabile efficienza raggiunta dagli inglesi nel campo della propaganda. “Vi furono arresti e condanne; nell’ottobre un aggravio di pene; ma in nessun caso, forse, il regime risultò impotente come in questo. Tutti, alle ore ben note, giravano il perno per ascoltare Radio Londra”11. Una presenza costante che mantenne dapprima i rapporti con la popolazione civile e poi con i movimenti della Resistenza.
Ma la nuova ventata di libertà che spirava sul Paese non arrivò solo dalla Radio britannica. Se al Nord, come si è visto, la radiodiffusione era in mano ai tedeschi, e quindi ancora soggetta a manipolazione, nell’Italia Centro-meridionale essa era saldamente nelle mani degli Alleati.
Una volta fatti i conti con i danni della guerra e ripristinato gli impianti necessari per la trasmissione, si cercò sin da subito di stabilire un primissimo contatto con il Popolo italiano. Per prima cosa gli anglo-americani cercarono di creare una via alternativa rispetto a quella esistente e ufficiale. Gli sforzi furono tanti, richiesero parecchio tempo e vennero ripagati, ma solo al momento della completa liberazione. “I primi tentativi di riorganizzare il servizio della radiodiffusione nel Sud si avranno dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944), con l’insediamento di un Commissariato per la gestione delle attività radiofoniche, nel cui ambito si dà avvio ad una prima opera di epurazione del personale e di riforma
11 Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2005, p. 152.
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dell’apparato legislativo. Tali interventi si ispirano innanzitutto alla necessità di potenziare al massimo il contributo che la radio italiana potrà dare alla guerra contro i nazi-fascisti e di gettare le basi di una rinnovata organizzazione radiofonica che nella Nuova Italia Democratica possa presto diventare un efficace strumento di elevazione morale, sociale ed artistica a favore di tutto il popolo italiano”12.
L’impegno degli anglo-americani portò alla creazione di fonti d’ascolto alternative, che mettevano in onda ideali di libertà. Gli Alleati si ispirarono alla loro politica durante la seconda guerra mondiale: tutto si basava sulla democrazia, la fede nel lavoro e nel progresso e la diffidenza verso il comunismo sovietico.
Nacquero una dopo l’altra Radio Bari, Radio Palermo, Radio Napoli, Radio Cagliari e Radio Roma (poi Rai – Radio Audizioni Italia nell’ottobre 1944) che avevano il compito di informare nel centro-sud dell’andamento della guerra al Nord.
In tre di queste importanti Radio (Bari, Napoli e Roma) si affermò una trasmissione, Italia Combatte, che si apriva con il Bollettino della guerra partigiana in Italia, che serviva ad informare il pubblico sull’andamento delle vicende belliche al di là del fronte. Era un servizio con compiti esclusivamente militari, in cui i redattori usavano degli pseudonimi, per evitare rappresaglie verso sé stessi o i loro cari. Le informazioni militari arrivavano direttamente dall’VIII e dalla
12 Anna Lucia Natale, Gli anni della radio (1924-1954) Contributo ad una storia sociale dei media in Italia, Liguori Editore, Napoli, 1990, pp. 105-106.
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V Armata, mentre quelle politiche, sociali ed economiche dai servizi del Psychological Warfare Branch13 (PWB).
Soltanto il 25 aprile gli altoparlanti torneranno a ritrasmettere in una Nazione non più sotto il giogo della guerra e del nemico, e che da adesso in poi potrà trasmettere nell’etere una voce nuova. Libera.
“Il comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI), assunti i pieni poteri civili e militari, nomina Enrico Carrara Commissario per la gestione delle attività radiofoniche nell’Italia settentrionale; mentre le regioni centro-meridionali restano sotto il duplice controllo degli Alleati e del governo italiano. […] Da questo momento in poi, assistiamo ai primi passi della radiofonia italiana in una realtà politica e sociale profondamente mutata”.14
§ 1.2 La ricostruzione e il periodo del “boom” radiofonico. Nasce la Rai, il servizio pubblico italiano
Il processo di ricostruzione parte dal bisogno di informazione che la gente chiede di ottenere. La nuova Società, nata dalle ceneri dell’Eiar, la Rai – Radio Audizioni Italia, si ritrova sulle spalle una responsabilità molto importante. Innanzitutto bisognava cancellare ciò che il mezzo radiofonico
13 Organismo del Governo militare anglo-americano incaricato della gestione dei mezzi di comunicazione (e perciò della propaganda) italiani: stampa, radio e cinema. Fu attivo nel periodo tra il 10 luglio 1943 (sbarco alleato in Sicilia) e il 31 dicembre 1945 (termine dell’amministrazione alleata negli ultimi territori italiani).
14 Ivi, p. 106.
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era stato per molti fino ad un decennio fa, cercando di esprimere quel concetto di democrazia che pian piano stava affermandosi in Italia.
Era necessario cambiare. Innanzitutto bisognava modificare il modo di fare notizia, perché nel frattempo era cambiato il destinatario dell’informazione, non c’era più un pubblico da indottrinare, o a cui inviare messaggi propagandistici e manipolatori, ma un insieme di persone che erano finalmente riuscite a trasformarsi in un pubblico di “massa”.
I primi passi post bellici della radio non vanno però nella direzione sperata. Anche dopo la fine della guerra, la radio si dimostra un mezzo troppo ghiotto per chi detiene il potere. Il mezzo radiofonico cambierà nei suoi formati, nel suo modo di arrivare alla gente, ma non nella sua gestione.
“Il permanere di una struttura e di un sistema gestionale che si erano sviluppati in funzione di un uso strettamente politico del mezzo avrà la sua influenza sul processo di rinnovamento della radio nella nuova realtà politico-sociale, determinandone lentezze e contraddizioni. Non sembra mutino nella sostanza i rapporti tra informazione e potere, se si considera che la Democrazia Cristiana si assicura da subito il controllo sul mezzo. […] Inoltre, anche a livello di contenuti, si riproporranno a lungo valori e modelli di comportamento tradizionali (e già propagandati dal fascismo), che evidentemente continuano a trovare la loro ragion d’essere in un sistema socio-economico non ancora raggiunto dalle istanze modernizzanti. […] In tale contesto, lo sviluppo della radio nella nuova realtà democratica si svolge lungo una linea di sostanziale continuità con il passato, per quanto attiene alle forme di gestione e al ruolo generalmente attribuito al mezzo, e
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di una lenta ma progressiva evoluzione verso nuove modalità d’uso”15.
Cambiano però le finalità funzionali del mezzo. Esso non è più utilizzato come “arma” di persuasione per indottrinare la popolazione, non è più un “tamburo tribale” da suonare per risvegliare nelle coscienze l’animo patriottico, ma uno strumento per creare coesione, come “collante sociale” tra politica e pubblico e proprio a quest’ultimo spetta un ruolo di primaria importanza. “E’ importante sottolineare come per i dirigenti della radio del dopoguerra sia diventato prioritario il rapporto con il pubblico e il bisogno di sondare le opinioni dei radioascoltatori […] il gusto dei radioascoltatori costituisce una preziosa fonte di orientamento per la politica aziendale, ma il compito essenziale della radio in una società democratica resta quello di promuovere la diffusione della cultura e l’elevazione dei gusti”.16
La radio però deve cambiare, perché è il pubblico a chiederlo. Essa deve sostituirsi, in un percorso culturale, a strumenti che vincolano l’individuo ad un grado di alfabetizzazione.
Il mutamento avverrà, e con esso, cambierà profondamente anche il modo di fare radio, perché con l’emergere di nuove figure di spessore, soprattutto tra i giornalisti, le cui radici affondano negli anni della liberazione, si sente la necessità di modificare decisamente rotta. “Oltre ad offrire svago e ricreazione, ha in sé la possibilità di porre a
15 Anna Lucia Natale, Gli anni della radio (1924-1954) Contributo ad una storia sociale dei media in Italia, Liguori Editore, Napoli, 1990, pp. 107-108.
16 Ivi, pp.111-112.
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disposizione di tutto il pubblico dibattiti, discussioni e argomentazioni propri della cultura più elevata”.17
Il 3 aprile 1947 la Rai riorganizza il Giornale Radio che ingloba, oltre ai notiziari, tutte le trasmissioni parlate: radiocronache, servizi di attualità, conversazioni e altri programmi culturali. Ma non solo.
Per aumentare il livello di informazione giornaliera, si pensò di informare per aree geografiche, mettendo in onda, tutti i giorni alle ore 14.00 vari Notiziari Locali.
Si può, solo in questo momento, cominciare a parlare di un moderno modo di fare giornalismo alla radio, favorito tra l’altro da nuovi strumenti di natura tecnologica. L’attuale organizzazione dei programmi risponde, da un lato, al desiderio della dirigenza di rilanciare il mezzo anche nelle sue possibilità innovative e “culturali”, dall’altro, all’emergere, all’interno del pubblico di massa, di fasce di ascolto differenziato. Ci saranno dei programmi come Voci dal Mondo, Dibattito e Domenica sport che cominciano a segnare la strada da seguire in ambito giornalistico. Si formeranno altri importanti radiocronisti (alcuni dei quali più avanti passeranno alla tv), che si sarebbero solo qualche anno dopo specializzati nello sport, come Enrico Ameri, Nando Martellini e Paolo Valenti. Ma in generale, comunque, la radio tende ancora a fare appello a forme di richiamo massiccio ed omogeneo: con i nuovi generi, come i quiz, con la grande popolarità delle radiocronache di calcio, ed in particolare di ciclismo, con la musica leggera, i suoi divi, i suoi eventi, primo fra tutti quell’evento originariamente tutto radiofonico che è il Festival di Sanremo, che nasce il 29 gennaio 1951.
17 Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, Marsilio Editore, Venezia, 1976, p.211.
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A questo pubblico in parte nuovo, ma ancora nell’insieme percepito come realtà omogenea e massificata, si rivolge una campagna promozionale diversa nei toni e negli stili, ma non nell’intensità, rispetto a quella degli anni ‘30.
La radio è ancora uno dei principali strumenti di alfabetizzazione e diffusione culturale del Paese e la Rai tende ad incrementare il numero dei propri abbonati, proponendo loro nuovi programmi.
Il mezzo radiofonico viene ascoltato quasi tutti i giorni per diverse ore al giorno e punta verso ogni strato della Società. Tra il 1950 e il 1953, il numero degli abbonamenti arriva a toccare i 4 milioni e mezzo, grazie soprattutto alle diverse attività promozionali attuate per accaparrarsi più abbonati possibili18.
18 Le punte massime di ascolto si registravano alle ore 13 e tra le 20 e le 21; la durata media giornaliera dell’ascolto individuale, tra i possessori di radio, era pari a 3 ore e tre quarti nei giorni feriali e a 4 ore circa nei festivi. La Radio continuò tuttavia a mantenere elevati indici d’ascolto per gran parte della giornata (specialmente nelle ore del mattino e del primo pomeriggio), grazie anche alla continua differenziazione dei programmi e allo sviluppo delle trasmissioni in radiostereofonia. Pure la diffusione dei piccoli apparecchi portatili e dell’autoradio, a prezzi sempre più ridotti e con congegni sempre più perfezionati, contribuì al rilancio delle audizioni radiofoniche.
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§ 1.3 Cominciano le trasmissioni televisive, la radio perde il suo appeal
A trent’anni dal suo esordio in Italia la radio conobbe il suo primo momento di crisi con l’avvento della televisione. Tutto ciò che si era creato fino a quel momento cessò lentamente di esistere. Le piazze, fino ad allora gremite di gente intenta ad ascoltare gli altoparlanti, cominciarono a svuotarsi, al contrario dei bar che, soprattutto la sera, raccoglievano piccole folle per seguire i primi programmi televisivi.
La Tv sconfisse velocemente la radio. Il nuovo mezzo di comunicazione dimostrava di essere più a passo con i tempi, oltre che uno strumento tecnologicamente più avanzato. Come il cinema, la televisione impegnava contemporaneamente due sensi, udito e vista, ma al contrario del cinema non chiedeva alla gente una spesa economica per assistere ad uno spettacolo televisivo, e i più fortunati (o quelli economicamente più avvantaggiati, coloro che possedevano un televisore) potevano godersi lo spettacolo senza neanche muoversi da casa, comodamente seduti in poltrona, in compagnia di amici e parenti. La gente trovò in questo nuovo mezzo, non una semplice innovazione, bensì qualcosa di diametralmente diverso rispetto alla radio.
Inizia così un periodo particolare, in cui la radio cominciò a perdere terreno nei confronti della televisione. Il nuovo mezzo di comunicazione finirà con l’affascinare non solo il pubblico, ma anche e soprattutto gli addetti del settore radiofonico. Quelli che erano stati i protagonisti della radio, i divi di un’epoca, gli autori delle trasmissioni più popolari, che con assieme il consenso e la pubblicità finiranno col passare dalla parte opposta, approdare alla Tv. Tutto ciò che la radio
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aveva costruito e consolidato attorno a sé, adesso, lentamente confluiva nel nuovo mezzo televisivo.
La concorrenza tra i due mezzi in Italia si posizionò nell’epoca del monopolio, con la Rai incapace di gestire allo stesso modo le programmazioni dell’uno e dell’altro strumento comunicativo, riservando verso la neonata televisione una particolare attenzione, che fino a poco tempo fa era esclusiva della radio. La Tv non perde tempo ed impone fin da subito il nuovo rapporto con quello che poi sarà il suo pubblico, formando altresì un altro tipo di italiano, rispetto a quanto fatto fino a quel momento dalla radio. Il dominio della scena passa dunque dalla radio alla televisione, perché capace di creare un nuovo tipo di comunità. Gli italiani avvertono il bisogno di istituire un punto di riferimento che possa essere personale, ma anche collettivo, che rispecchi il loro vissuto nazionale e la loro quotidianità. La televisione ebbe il merito di arrivare anche là dove la radio non fu capace, di attirare a sé l’interesse di quella gente che, all’indomani della guerra, si sentiva ancor più esclusa dalla civiltà moderna. “Il mondo popolare subalterno , per la prima volta nella storia d’Italia, veniva strappato dalle sue tradizioni e dal contesto, spesso millenario, delle sue esperienze primarie e veniva spinto ad integrarsi con la grande platea collettiva”19. L’idea che ricorre è quella che il nuovo mezzo televisivo appartenesse al presente e fosse proiettato verso il futuro della comunicazione, mentre la radio, rispecchiasse il passato di una società, nel suo periodo più cruento, quello della guerra. Uno strumento sì utile, ma di cui adesso non si avverte più il bisogno. Uno strumento amato per anni e adesso dimenticato, o addirittura disprezzato dopo l’arrivo della televisione.
19 Franco Monteleone, Storia della Radio e della Televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2005, p. 297.
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Eppure la Tv denota ancora parecchi limiti: la programmazione in questo primo periodo risulta monotona e fondata sulle commedie del teatro italiano, opere liriche, concerti e il filone del cinema popolare. Solo col tempo l’offerta televisiva andò lentamente ad integrarsi con tutti i segmenti generazionali, cercando di arricchire quanto più possibile il proprio palinsesto, fino ad arrivare ad un processo che avrà nella funzione educativa il suo perno centrale.
Nel giro di due anni la potenza del segnale televisivo riesce a coprire l’intera penisola e si afferma come il mezzo di comunicazione più utilizzato (o amato) dagli italiani. Alla radio non resta altro che affidarsi agli affezionati, ai nostalgici, a coloro che non trovano nel cambiamento un vantaggio. I programmi radiofonici accompagnano il lavoro domestico e quello degli artigiani nelle botteghe e scandisce le serate di chi non ha la possibilità di acquistare il nuovo medium. Non tutto il pubblico voltò le spalle alla radio, per passare alla televisione, rimase un gruppo di gente più dimesso, umile, ma certamente fedele. Il duello con la televisione si rimette quasi in pari, quando la radio si riorganizza, si modernizza e punta forte su quelle che sono le sue prerogative: l’immediatezza, la tempestività e la diretta.
Il pubblico della radio è un pubblico in movimento, quindi emerge la maneggevolezza del mezzo, che può essere trasportato. E’ un pubblico che fa dell’altro mentre ascolta la radio, perché costretto ad usare solo uno dei cinque sensi, l’udito. Ciò permette di svolgere altre attività nel frattempo e sviluppare un ascolto critico, in quanto attraverso i suoni percepiti l’ascoltatore deve ricostruire da sé le immagini.
Tutti elementi questi che permetteranno alla radio di recuperare il terreno perso: “Grazie alla miniaturizzazione e all’abbassamento dei costi, la radio diventa il primo medium elettronico personale, non più rivolto ad una famiglia, ma a una persona. […] in questo senso, è il primo dei nuovi media.
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Con l’autoradio si afferma come colonna sonora del viaggio in automobile; miniaturizzata come radiolina a transistor segue il suo proprietario dappertutto, allo stadio e in vacanza, nel tragitto casa-ufficio, nello studio, nel lavoro e nel tempo libero”.20
La radio ha dimostrato una grande capacità di trasformazione e adattamento e dopo un periodo di inerzia, prendendo coscienza del proprio ruolo, è stata capace di rimettersi in discussione e vivere una seconda giovinezza, adeguandosi alla presenza della televisione e trovando un compromesso che potesse rendere i due mezzi compatibili e complementari.
Anche i formati si adeguano a questa metamorfosi della radio soprattutto per quello che riguarda l’informazione.
Sul piano giornalistico si segnala l’aumento graduale delle edizioni del Giornale Radio che passano da 26 nel 1963, ad un totale di 32 quattro anni più tardi. Proprio il Gr continuerà ad avere un ruolo primario nelle trasmissioni radiofoniche, riuscendo a contrastare il successo dei telegiornali. Il mattino resterà ancora una fascia nelle mani della radio, che però col passare del tempo concederà alla televisione la fascia di metà giornata. Una spartizione più o meno equa che dimostra la forza di un mezzo che sembrava finito, ma che ha dovuto ritrovare stimoli e nuove forme di trasmissione per andare avanti.
C’è però un momento nella storia della televisione e della radio in cui i due mezzi riescono a tirarsi fuori dalla fase di concorrenza, cioè quando la Rai decide di seguire una linea comune che potesse ottenere il meglio da entrambi i mezzi di comunicazione. “La storia della Rai, d’ora in poi, vedrà strettamente intrecciati i percorsi della programmazione, del
20 Enrico Menduni, Il mondo della radio. Dal transistor a Internet, Il Mulino, Bologna, 2001, p.19.
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rapporto con il pubblico, della crescita e dello sviluppo aziendale, espresso in ore trasmesse e dati d’ascolto, con le istanze politico-sociali che tendevano a cambiare le regole del gioco, aprire spazi a tentativi di privatizzazione, rompere il monopolio. La storia della radiotelevisione, d’ora in avanti, appare costellata da una serie di tardivi compromessi attuati pur di conservare la monoliticità del monopolio alla Democrazia Cristiana, prima, e alla sua alleanza consociativa con altre forze politiche, dopo”.
Ma è attraverso i momenti delicati della Nazione che la radio torna prepotentemente in auge e la Rai dimostra di riuscire a sfruttare appieno la sua funzione pubblica. Attualità, catastrofi, eventi particolari tornano a riempire le frequenze radiofoniche e riescono ad essere raccontati meglio attraverso la radio pubblica. Si offre agli ascoltatori un servizio teso non solo ad informare, ma anche a tenere aggiornati su un determinato problema. La radio era presente durante l’alluvione del Polesine nel 1951 e il terremoto dell’Irpinia del 1980, ma è con il racconto sportivo, già al centro dei palinsesti in passato, che la radio riscopre la propria utilità. Si comincia dalle Olimpiadi di Roma del 1960, che gettano le basi per quello che sarà un programma di grande successo, Tutto il calcio minuto per minuto, che fa della diretta e della tempestività il suo pezzo forte. Ma sono altre due Olimpiadi che sanciranno il nuovo ruolo del mezzo radiofonico: Monaco ’72, un radiocronista italiano, Piero Pasini, riuscì a raccontare in diretta radiofonica, nascondendosi all’interno del villaggio olimpico, il massacro di un gruppo di terroristi palestinesi nei confronti degli atleti israeliani21. Ore e ore di diretta
21 Un commando di terroristi dell’organizzazione palestinese Settembre Nero fece irruzione negli alloggi israeliani del villaggio olimpico, uccidendo subito due atleti che avevano tentato di opporre resistenza e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra
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radiofonica in cui il radiogiornalista italiano raccontò tutto quello che stava vedendo. Poi, Los Angeles ’84 momento importante per la qualità del servizio che la Rai riuscirà a mettere in piedi per la competizione a cinque cerchi: ben 108 ore di trasmissioni e la bellezza di 94 collegamenti.
La radio riscopre sé stessa, ritrova il suo pubblico e si colloca tra la televisione e gli altri mezzi di comunicazione, supportata negli anni da altri strumenti che ne accentuano le caratteristiche. Il telefono, ad esempio, fu proprio in quei tempi di rilancio della radio uno strumento che dimostrò di integrarsi in maniera del tutto naturale con il mezzo radiofonico, puntando sulla predisposizione di quest’ultimo di fornire informazioni e notizie in tempo reale e trasmettere dirette di grandi eventi sociali, culturali e sportivi. Il telefono riesce a sposarsi al meglio con la radio, perché si stabilisce un rapporto egualitario: esso mette in collegamento una o più persone che hanno in comune solo la voce. Il conduttore e lo spettatore sono sullo stesso livello, la radio trasmette la voce di entrambi mettendoli sullo stesso piano e non facendo pervenire, oltre al tono, nient’altro. Con la televisione questo rapporto invece non si concretizza, non è per niente bidirezionale e ugualitario, la voce in questo contesto, si perde nel sottofondo dell’immagine, mentre nella radio è essa stessa comunicazione, in tv non è altro che uno dei tanti aspetti comunicativi. La voce dell’ascoltatore è subordinata all’immagine del conduttore, ai suoi gesti e quelli del pubblico. Si perde così il senso dell’immediato, della referenza che è forte in radio, ma di secondo piano in televisione. La radio torna a far sognare come un tempo, diventa uno strumento sempre più intimo. Ma la vera svolta, quella che in
olimpica di Israele. Alla fine un tentativo di liberazione compiuto dalla polizia tedesca portò alla morte di tutti gli atleti sequestrati, di cinque fedayn e di un poliziotto tedesco.
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qualche modo darà la scossa alla radio del servizio pubblico avverrà solamente dopo la riforma del 1975.
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CAPITOLO II
L’avvento delle prime stazioni private e la fine del monopolio pubblico
Il fermento politico che si registrerà in Italia verso la fine degli anni ’60, riguarderà non solo la politica, ma anche gli enti e le istituzioni che questa controllava.
Il ’68 Italiano, sarà un banco di prova molto importante anche per i mezzi di comunicazione di massa, messi in crisi sia dall’interno che dall’esterno.
Come successo in passato, durante il regime fascista, la Democrazia Cristiana cercò di utilizzare i media come un’arma a proprio favore, mentre i manifestanti o gli oppositori, misero in discussione l’intero assetto, i ruoli e le funzioni sia di radio, che di televisione.
Qualcosa stava succedendo, cominciava a cambiare e bisognava raccontarlo.
Dei due mezzi di comunicazione, la radio fu quella che fin da subito si prestò meglio a questa richiesta da parte degli oppositori, perché, ovviamente, i democristiani cercarono di avviare una repressione attraverso la televisione, mezzo certamente più potente e più d’impatto. La radio fu messa da parte, accantonata, spogliata dei privilegi che tradizionalmente le spettavano e l’avevano resa grande. Il mezzo televisivo compiva grandi progressi e la Rai, proprio per questo, si confermava, giorno dopo giorno, un campo di battaglia.
Instabilità politica, maturazione del pubblico, allargamento dell’informazione furono tutti elementi che richiedettero un cambiamento gestionale in Rai, che risultava ormai inevitabile e necessario.
Le contestazioni studentesche andate in scena nel 1968 misero a confronto due mondi contrapposti tra loro: da un lato quello industriale, fatto di gente che si è formata nel passato e
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riviveva in quegli anni e dall’altro, quello postindustriale, agli albori, fatto di nuove idee, innovazioni, composto da gente formatasi nel presente e orientata verso il futuro.
I successi ottenuti dalla televisione nel campo tecnologico e in quello della programmazione22 non erano altro che ulteriori fattori che spingevano verso una cambiamento radicale.
Ma prima ancora di un problema politico, all’interno della Rai venne fuori un problema aziendale.
Il pubblico si lasciò affascinare sin da subito dalla televisione e alcuni programmi proposti nei primi anni di trasmissione ebbero un così forte riscontro che, a distanza di dieci anni dalla comparsa della Tv in Italia, il numero degli abbonati aveva superato di molto quelli della radio.
La società, un tempo formata alla e dalla radio, oggi veniva formata dal nuovo mezzo di comunicazione. Le voci storiche della radio, si trasformarono in volti celebri, il giornalista o il presentatore prese consistenza davanti alle telecamere e divenne sempre più parte integrante della collettività.
22 Il 25 giugno 1967, per la prima volta, un miliardo di telespettatori era stato raggiunto in Mondovisione. La Rai aveva partecipato in rete Eurovisione e Intervisione, al primo collegamento diretto tv con cinque continenti, realizzato con l’impiego di cinque satelliti, di cui due per la zona dell’Atlantico, due per la zona del Pacifico, e uno sovietico. La televisione italiana dispiegava ormai nella sua programmazione un’offerta di prodotti ricca e variegata. Nel gennaio del 1968 sul nazionale fu inaugurata una nuova fascia oraria, “Meridiana”, che si estendeva dalle 12.30 alle 14.00 nei giorni feriali e alle 14.45 la domenica. La nuova fascia comprendeva una nuova edizione del telegiornale che naturalmente era preceduta da un intervallo pubblicitario. Ma gran parte del successo della Tv arrivò grazie al lavoro dei giornalisti, che pur essendo ossequiosi nei confronti del potere politico, ogni sera aprivano una finestra sul mondo, informando così milioni di telespettatori.
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Il passaggio del testimone, dall’uno all’altro mezzo, fu ingeneroso verso la radio, che aveva alle spalle un passato glorioso. Le scelte tese a contrastare il successo televisivo furono per lo più lesive per la radio, che ancorandosi ancora ad una tradizione fatta principalmente di prosa e lirica, rimarrà fossilizzata per anni.
La radio, nella sua forma attuale, annoiava la gente, che per tutta risposta deviò il proprio interesse verso il nuovo mezzo di comunicazione.
“Certo l’azienda Rai, abbagliata dal proprio successo, non fece nulla per proteggere il suo prodotto radiofonico; ma fu la stessa radio a non capire cosa stava succedendo; forse perché, intessendo rapporti stretti e di lunga data con la cultura umanistico-retorica del Paese, condivideva con essa il pregiudizio diffuso contro la televisione, la sua riduzione a nuova barbarie, la sottovalutazione della sua influenza […] non ci fu alcuno sforzo di studiare forme espressive veloci e agili che pure sono compatibili col mezzo radiofonico e anzi, in più punti potevano confrontarsi con una televisione ancora incerta sul piano tecnologico e comunicativo e non pienamente matura”.23
§ 2.1 In radio più musica e più idee. Nasce la prima forma di radiofonia privata
Le prime riforme al sistema radiotelevisivo riguardarono direttamente la radio. Tra il 1962 e il 1966 si cercò di frenare il declino del mezzo radiofonico nei confronti della crescita, oltre le previsioni, della televisione.
23 Enrico Menduni, La radio nell’era della Tv. Fine di un complesso di inferiorità, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 32.
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Prima la riforma dei programmi, poi la ripartizione delle fasce orarie ed infine quello dei generi. Decisioni che però non sembravano tese a tutelare il vecchio mezzo di comunicazione, ma piuttosto, ad arginare il problema e indirizzare verso nuovi orari o un nuovo pubblico.
In Italia, l’attenzione per la radio andava sempre più a diminuire, mentre quella per la televisione batteva, giorno dopo giorno, ogni tipo di record.
Come, però, accaduto per la diffusione del mezzo radiofonico sulla nostra Penisola, la scossa arrivò dall’estero. In America la radio continuava ad avere un ruolo primario e godeva di ottima salute. Nel luogo dove nacque e si diffuse in tutto il Mondo, la radio continuava a rigenerarsi e a costruire un forte rapporto con la Società.
Nacquero le prime radio locali e commerciali, si faceva ricorso ai primi introiti pubblicitari, ma la vera rivoluzione fu data dal passaggio ad una radiodiffusione non più basata sulla parola o il chiacchiericcio, ma sulla musica. In onda passavano i dischi più venduti e la musica più di tendenza. Per i radioascoltatori fu il massimo che potessero desiderare.
L’immobilismo italiano era esteso in Europa, dove la burocrazia tendeva ad arginare questa diffusione commerciale, a favore del monopolio dei servizi pubblici. Ma al contrario di quanto avvenne in Italia, in Europa la forte domanda di musica nuova, dopo l’esplosione del rock e l’affermarsi di gruppi come i Beatles e i Rolling Stones, permisero di rompere quello schema tradizionale e accontentare i gusti dei giovani, nuovi utilizzatori del mezzo radiofonico.
La radio continua ad affermare quelle caratteristiche che la televisione non ha e non potrà mai avere, e se nel suo recente passato il mezzo radiofonico era servito per informare le popolazioni durante il secondo conflitto bellico, ed era indirizzato sì verso la massa, ma adulta, oggi, bisognava
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orientarsi verso i giovani, in un periodo storico in cui erano loro i veri protagonisti.
Gioventù, trasgressione e rock ‘n roll diventano così le parole chiave da seguire. Lussemburgo, Gran Bretagna e Principato di Monaco inaugurarono i primi filoni di radio – cosiddette – pirata.
Radio Luxembourg fu la prima a trasmettere senza permesso, la sua musica era indirizzata ai giovani e le sue frequenze toccavano anche i paesi confinanti. Radio Caroline può essere considerata la radio pirata per eccellenza. Nata con lo scopo di infrangere le leggi vigenti e aggirare il Monopolio inglese, Radio Caroline era stata pensata per i giovani, per le nuove tendenze musicali provenienti soprattutto dal continente americano.
Nata per iniziativa dell’irlandese Roman O’ Rahilly, trasmetteva su navi che stazionavano nelle acque Internazionali e “inondò di musica l’Inghilterra, il suo stile era all’americana con molta musica, jingle e voci coinvolgenti, dopo tre settimane gli ascoltatori dell’emittente erano già 7 milioni, nel giro di un anno diventarono più di dieci milioni”24.
Ma è con Radio Montecarlo che si esce fuori dalla pirateria e si gettano le basi per la nascita delle radio private. L’emittente del Principato va in onda in tutta la Francia e le sue frequenze vengono captate anche in alcune zone dell’Italia.
24 Radio Caroline aveva superato negli ascolti l’emittente di Stato, la Bbc, che non rimase a guardare e cercò di adattarsi al gusto e ai bisogni delle nuove generazioni: nacquero in quel periodo trasmissioni come SATURADY CLUB e READY STEADY GO. Nell’estate del 1967 il governo inglese varò una legge repressiva durissima, Radio Caroline, entrata nel mito, sopravvivere comunque a diversi naufragi e ai vari rigori imposti dalla legge, chiuderà nel 1990, dopo avere festeggiato il venticinquesimo compleanno, sconfitta dalla concorrenza delle radio private, ora libere di trasmettere. In http://www.storiaradiotv.it/RADIO%20CAROLINE.htm
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“Il 6 marzo 1966 Radio Montecarlo inizia un programma in lingua italiana, inizialmente limitato a due ore quotidiane, che è realizzato dal cantante Herbet Pagani […] una ricca programmazione di musica leggera, un parlato divertente, nessuna ufficialità sono le chiavi con cui Montecarlo si afferma, soprattutto in quella più prossima Italia del Nord ovest che, oltre ad essere l’area più ricca del Paese, sarà presto la culla della radiofonia libera”25.
Questi primi modelli commerciali, che mettono gli interessi dell’ascoltatore al primo posto, pongono in subbuglio gli apparati monopolistici europei, e in Italia, la Rai, non riuscirà a reggere il peso della neonata concorrenza, capace di occupare uno spazio nuovo, in un universo occupato da quasi cinquant’anni dalle frequenze del servizio pubblico.
Le radio private daranno più spazio alla musica e vita a nuovi personaggi radiofonici, come i disc-jockey26, che alimenteranno le trasmissioni della radiofonia privata.
Ma il vero pregio delle radio private sarà quello di scorgere le ampie lacune del servizio pubblico, che tuttavia non modificherà i propri palinsesti e rimarrà convinto di giungere, anche dopo tanti anni, allo stesso pubblico, con la stessa offerta.
25 Enrico Menduni, La radio nell’era della Tv. Fine di un complesso di inferiorità, Il Mulino, Bologna, 1994, pp. 34-35.
26 Secondo alcuni la nascita del DJ coincide con i primi esperimenti radiofonici, quando i pionieri delle trasmissioni via radio collegavano dei grammofoni a dei trasmettitori. Naturalmente ci voleva qualcuno addetto a selezionare tali dischi: quel qualcuno diventerà presto il DJ con l’uscita allo scoperto della discoteca e l’esportazione in America negli anni ‘60, dove verrà coniato appunto il termine di DJ (disc jockey, letteralmente "fantino dei dischi")Nacque così una nuova forma di arte, il mixaggio, e cioè la sovrapposizione di due dischi a tempo e rispettando melodia e armonia creandone di nuove. (Wikipedia).
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La Rai, proverà a difendersi, da questo primo attacco delle emittenti private, puntando su quello che tradizionalmente aveva portato alla fidelizzazione del pubblico. Non scenderà, in questa prima fase, sullo stesso terreno delle radio private, e ai loro palinsesti, fatti di un mix di musica, dediche e frammenti di parlato leggero, contrappone il solito palinsesto, fatto di informazione, Giornali Radio e l’uso di un servizio di radiocronaca, ben assistito in questi anni dalla tecnologia.
Al mero divertimento, alla musica e alla superficialità, la Rai rispondeva con la cultura, e mentre nelle radio private spopolavano i disc-jockey, tra le reti Rai crescevano e si affermavano grandi personaggi e giornalisti, e trasmissioni che avrebbero fatto la fortuna di radio prima e televisione dopo.
Ma un cambio di rotta doveva essere fatto, e fu così che anche la radio del servizio pubblico modificò in parte la sua natura ed importò all’interno della sua struttura una ventata di novità.
Anzitutto decise di alleggerire il proprio servizio, rendendo le trasmissioni meno noiose e più dirette al pubblico, provando ad uscire per un attimo dal proprio terreno e allargando i propri orizzonti.
Sotto il segno del duo Boncompagni-Arbore inaugura il filone musicale con programmi come Bandiera Gialla e Alto gradimento27. Seguirà poi, quasi alla fine degli anni ’60,
27 Bandiera gialla è stata una trasmissione radiofonica italiana andata in onda nella seconda metà degli anni ‘60 sul Secondo Programma Rai (la prima trasmissione si ebbe il 16 ottobre 1965, ultima il 9 maggio 1970). Era dedicata alle novità mondiali della musica e destinata a un pubblico giovanile. Nella Rai di Ettore Bernabei, in una situazione di totale monopolio, Bandiera gialla diviene un fenomeno di costume e introduce scelte musicali totalmente nuove rispetto al gusto corrente, presentando novità discografiche provenienti soprattutto da Gran Bretagna e USA, senza tuttavia trascurare i gruppi e gli interpreti italiani dell’ondata beat. Solo in un anno i dischi presentati, selezionati dai due presentatori, furono
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Chiamate Roma 313128, in cui la radio ritrova i suoi ascoltatori e il suo successo, che verrà confermato da altre trasmissioni come La Corrida presentata da Corrado (1966), Il sabato del Villaggio, Per voi giovani, ed infine dal 1970 programmi come Voi ed io e Buon pomeriggio.
La riforma del palinsesto Rai, e dei programmi rivolti al pubblico diverrà più marcata soltanto con lo stravolgimento legislativo del 1975, che permetterà la nascita di radio private legalizzate, che assieme alla concorrenza della televisione, spingerà i dirigenti Rai a cambiare la loro visione di servizio pubblico, e aprire a nuovi generi radiofonici apprezzati dagli ascoltatori. La legge del 1975 varò il nuovo percorso da seguire. Stabilì in primis il passaggio del potere politico, sull’ente Rai, dal governo al Parlamento. Successivamente si pensò a come strutturare radio e televisione. Come però già avvenuto in passato, anche questa legge non risultò del tutto completa, in quanto il compito dei legislatori fu soprattutto quello di tutelare e garantire maggiori attenzioni al mezzo più potente, quello televisivo, soprattutto
672. Il programma diene un’importante spinta promozionale ai brani presentati, spesso incentivandone la rapida pubblicazione in Italia, che altrimenti tendeva a tardare rispetto al mercato internazionale.
Alto gradimento era in netta controtendenza rispetto agli standard radiofonici di allora, non solo per le trovate comiche e surreali, ma anche dal punto di vista musicale. Ogni trasmissione procedeva senza un apparente filo logico (infatti la ingegnosa, non banale, mancanza di filo logico era il punto di forza del programma) che si manifestava con frequenti interruzioni dei brani musicali, con battute varie ed interventi ricorrenti assolutamente e volutamente demenziali.
28 Il successo riscontrato portò la trasmissione ad essere la più seguita dei canali radiofonici della Rai, con punte di ascolto che arrivarono a comprendere 10 milioni di ascoltatori.
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alla luce della neonata concorrenza privata. Il controllo politico esercitato dai partiti fu regolarizzato e in qualche modo reso equo. Il sistema radio televisivo veniva diviso in tre distinti canali, indipendenti e autonomi tra loro: il primo canale e il suo Tg (Tg1), venivano affidati al partito di maggioranza (Dc), il secondo canale e il Tg2 ai socialisti, mentre nasceva un terzo canale televisivo e un Tg, diffuso su base regionale, affidati al partito comunista. Anche per la radio si seguì lo stesso esempio, anche qui tre reti e tre radiogiornali. Iniziò così un periodo di concorrenza interna che, per quanto riguarda la televisione, svecchiò il palinsesto e creò diversi pubblici tra i telespettatori. Invece, per quanto riguarda la radio, come vedremo più avanti, la concorrenza interna fu un clamoroso autogol, perché frazionò ancor di più il pubblico e diede una spinta sostanziosa per l’affermazione delle radio private. In Rai sottovalutarono l’offerta proposta dalle emittenti private, perché considerata qualitativamente bassa e di minor spessore culturale e tecnico. Un clamoroso errore da parte dell’Azienda che deteneva il monopolio delle comunicazioni, che però pagherà a caro prezzo negli anni successivi.
§ 2.2 La fine del monopolio, la Rai predilige la Tv alla radio
Le prime conseguenze della riforma del 1975 furono certamente positive per la Rai sia dal punto di vista politico, che culturale, ma solo per quanto riguardava la parte televisiva dell’offerta.
La lottizzazione29 dei canali televisivi, permetteva la spartizione delle frequenze radio-tv in base a quelli che erano
29 Nella politica, il termine lottizzazione ha diversi significati, derivati da quello urbanistico che fa riferimento alla suddivisione dei terreni in lotti destinati a vari usi. In
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stati i risultati elettorali. Solo che, mentre la televisione diventava terra di conquista dei partiti più grossi ed importanti, alla radio furono relegate quelle minoranze che non riuscivano a trovare spazio nell’organigramma del mezzo televisivo.
Dal punto di vista dei contenuti si avviò all’interno dell’Azienda un processo di crescita che portò alla nascita o all’affermazione di programmi dall’alto spessore politico, sociale e culturale. E fino a quando la concorrenza restò interna, la Rai riuscì a mantenere intatta la sua natura di servizio pubblico diretta all’educazione e alla crescita culturale della popolazione.
Con l’accrescere, invece, delle emittenze private si spostò anch’essa su binari sconosciuti giocando una partita su un terreno, fino a quel momento, per essa nuovo: quello commerciale.
Però, mentre la televisione riusciva a contrastare l’ondata dell’emittenza privata e a tutelarsi discretamente bene grazie all’intervento politico, per la radio si aprirono scenari completamente diversi. L’evoluzione di strutture radiofoniche private fu incredibile.
In Italia, nel giro di pochi mesi da quella riforma, e successivamente alla sentenza della Corte Costituzionale n.
tempi recenti il termine è stato usato sempre più di frequente in ambito politico ad indicare la spartizione concordata di commesse pubbliche, di cariche dirigenziali e impiegatizie in aziende ed enti pubblici o direttamente controllati dagli enti pubblici tra le diverse fazioni di un partito politico o tra i partiti di una coalizione, ai fini di distribuire tali risorse agli appartenenti e ai sostenitori dei partiti stessi. È conseguenza diretta delle forme più clientelari di patronato politico. In questo senso è stato usato per la prima volta da Alberto Ronchey, nel 1974 nel libro Accadde in Italia: 1968-1973.
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202/197630 le radio private nacquero e si diffusero a macchia d’olio. La concorrenza, questa volta esterna, mise a dura prova le strutture dell’Ente Statale, è il destino della radio pubblica sembrava interessare poco e niente agli alti dirigenti Rai.
Costi relativamente più bassi rendevano il mezzo radiofonico più accessibile di quello televisivo e fu per questo, che per un privato era più semplice avvicinarsi alla radio e non alla televisione. Fu così che nel giro di poco tempo in Italia si affermarono migliaia di stazioni radiofoniche locali.
Nel 1970 fu il turno di Radio Sicilia Libera, che cominciò a trasmettere in maniera illegale e fu chiusa subito dopo. Poi, nel gennaio del 1975, nacquero una dopo l’altra Radio Parma e Radio Milano International, i cui impianti vennero prima sequestrati e poi restituiti per intervento del pretore di Milano, che dichiarerà legittima l’attività dell’emittente. A Bologna nascerà Radio Alice, mentre a Roma si affermerà, Radio Città Futura, un’emittente fortemente politicizzata, che voleva essere una voce nuova contro la classe borghese, a cui seguirà di lì a poco Radio Radicale, che introdusse un sistema di informazione politica totalmente nuovo “quello della trasmissione integrale di tutti gli eventi di attualità
30 “La Consulta aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, 2 e 45 L. 103/75, nella parte in cui non consentiva (previa autorizzazione statale e nei sensi di cui immotivazione) l’installazione e l’esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l’ambito locale e, soprattutto, dichiarava, a norma dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 14 della citata legge 103/1975, nella parte in cui prevedeva la possibilità che, mediante le realizzazioni di impianti da parte della società concessionaria, fossero esaurite le disponibilità consentite dalle frequenze assegnate all’Italia dagli accordi internazionali per i servizi di radiodiffusione”. Via libera quindi alle trasmissioni radiotelevisive su scala locale a condizione che non cagionassero interferenze al servizio pubblico. In http://www.giurcost.org/decisioni/1976/0202s-76.html
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istituzionale e politica. Nessun taglio né selezione, nessuna mediazione giornalistica, al fine di permettere agli ascoltatori di Conoscere per deliberare direttamente gli eventi nella loro integralità originale”31. Saranno proprio queste nuove forme di radio a risultare le più interessanti di questa nuova era.
Grazie all’intervento delle primissime radio private, il mezzo radiofonico ritrova il suo antico splendore, ritorna ad essere proprio come un tempo un mezzo di forte carica simbolica per chi vuole affermare la propria autonomia, o rivendicare una funzione rivoluzionaria nella società.
All’interno del ’68 la radio ritrova la sua natura. Se la radio privata, agli inizi, riuscirà a trarre giovamento dagli aspetti esterni della società, con scelte che ripagheranno l’imprenditore, quella pubblica pagherà gli errori dell’amministrazione, degli effetti negativi dell’accentramento organizzativo e produttivo in un momento di cambiamento del Paese.
La radio privata diventa un mezzo di successo e riuscirà nel giro di poco tempo a contrastare il dominio del servizio pubblico, trasformandosi nell’altoparlante della Società. L’emittenza privata non solo mise in crisi i contenuti della radiofonia pubblica, ma anche e soprattutto le sue potenzialità, in un periodo in cui l’ascolto era in forte calo e il segnale radio Rai cominciò ad essere meno ricevibile in tutta la Penisola. La qualità del segnale sarà scadente a causa della sovrapposizione delle frequenze private sul nuovo canale Fm, verso cui il servizio pubblico stava orientandosi.
L’esempio lampante sarà dato dal terzo canale radio Rai, che non fu trasmesso in onde medie (Om), come tradizione, ma per la prima volta in modulazione di frequenza (Fm)32: “Radio
31 In http://www.radioradicale.it/chi_siamo
32 L’Om richiede un numero molto limitato di trasmettitori, molti dei quali situati anche a distanza di centinaia di chilometri e di grande potenza, che richiedono ingenti porzioni di
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Tre è ricevuta con qualità ottima o buona dal 45% della popolazione in Fm, e dal 23% in Om. Non ci è dato di sapere quanto incidano le sovrapposizioni fra le due reti; comunque non si tratta di due reti nazionalmente diffuse ed è perfino dubbio che si possa parlare di una rete nazionale. Per Radio Uno e Radio Due la ricezione ufficiale in Fm è la medesima, 45%, e l’Om sale rispettivamente al 66% e al 64%. La consistenza della rete è migliore, ma solo in presenza della complementarità”.33
Altro dato importante fu dato dalla concorrenza interna con un mezzo televisivo in grandissima forma, che fece perdere qualità e prestigio al servizio pubblico radiofonico, ulteriormente penalizzato dal proliferare di quelle emittenze private che, nel tempo, riuscirono a costruirsi attorno un alto valore sociale, poi commerciale ed infine industriale.
La riforma ebbe effetti negativi sulla radio, perché si cercò di ricalcare la struttura immaginata e costruita ad hoc per la televisione. Questo fattore fece capire quanto di poca importanza fosse la tutela del mezzo radiofonico, in quanto il concetto di pluralismo in radio non era facilmente attuabile. “La divisione operata in tre reti concorrenti obbediva a un’idea astratta di pluralismo ma in realtà era un’assurdità tecnica (soprattutto per Radio Tre che non riuscirà mai ad avere una
territorio. La rete in modulazione di frequenza è stata costruita molto più tardi, insieme alla rete televisiva. Il segnale in Fm permette la trasmissione in radiofonia. Diversamente dall’Om, la modulazione di frequenza richiede un grande numero di impianti, circa 2000 tra trasmettitori e ripetitori. La Rai, in epoca di monopolio e di disponibilità assoluta del territorio, ha collocato le postazioni in modo che servissero la più ampia area potenziale, quindi sulle montagne. Quando è nata la radiofonia privata, questa ha scelto fin da subito l’Fm.
33 Enrico Menduni, La radio nell’era della Tv. Fine di un complesso di inferiorità, Il Mulino, Bologna, 1994. p. 48.
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sufficiente possibilità di irradiazione) ma anche produttiva, poiché obbligava le reti a darsi una struttura troppo omogenea, non adatta a costruire un rapporto realmente differenziato col pubblico. In assenza di un coordinamento puntuale e continuo, per quel che riguarda gli orari, i palinsesti, i contenuti delle trasmissioni, si finirà per disporre di tre reti sostanzialmente generaliste dalla fisionomia a volte sbiadita”.34
Gli anni che vanno dal 1975 al 1990 continueranno ad evidenziare una situazione di subalternità tra radio e televisione, e una scarsa presa di posizione da parte degli amministratori della Rai, per evitare questa inutile concorrenza interna.
I tentativi di rilancio della radio del servizio pubblico non furono mai realmente attuati e molte decisioni andarono addirittura contro gli interessi della stessa radio. Nel 1986, per frenare lo strapotere della Fininvest, la direzione Rai decide di potenziare la fascia del mattino sul primo canale (Raiuno). Una decisione discutibile visto che, fino a quel momento, la fascia mattutina in tv era considerata di scarso interesse, mentre era un punto forte della programmazione delle reti radiofoniche, che grazie ad un servizio di informazione infallibile, con i suoi notiziari, svolgeva una primaria funzione di servizio pubblico. “Fu un chiaro esempio di come l’azienda Rai seguisse le sue priorità televisive incurante dei possibili effetti sulla radio […] l’effetto negativo sugli ascolti della radio non fu particolarmente consistente, ma si trattò sempre dell’1-2% in meno e di un intervento che, invece di caratterizzare la radio, la collocava in un alone indistinto di tributaria della televisione”.35
34 Franco Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia, 2009, p.395.
35 Enrico Menduni, La radio nell’era della Tv. Fine di un complesso di inferiorità, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 52.
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Il 1987 è l’anno in cui l’emittenza privata riesce a superare la Rai, che cercò di tutelarsi approvando il Documento di indirizzi sulla radiofonia dove è possibile ritrovare una serie di dettagli riguardanti la comunicazione radiofonica: “l’affermazione del suo ruolo autonomo e la necessità di rompere la subalternità falsamente simmetrica con l’organizzazione televisiva. Si affermava, pur senza mai uscire da un’impostazione totalmente generalista della programmazione radio, la necessità di diversificare di più le reti e i programmi stereo, di potenziare la programmazione regionale e si proponeva anche di dar vita, in alcune aree metropolitane, a radio cittadine”36. Ma non seguirono mai fatti concreti. Successivamente, nel 1990 venne varato il piano per la radio, che obbligava l’azienda ad impegnarsi attivamente per risolvere una serie di aspetti. La Rai doveva stare al centro del progetto di rilancio del mezzo radiofonico, l’Azienda doveva esprimere, attraverso atti concreti, la propria centralità indiscussa.
Prima di tutto bisognava darsi una nuova linea editoriale, che rimase simile a quella del 1952. Il secondo canale radiofonico e il suo Giornale radio vennero riconfermati come canali generalisti, al terzo canale fu riconfermato l’aspetto culturale, mentre il primo canale e il suo Giornale radio continuavano ad avere una missione di tipo informativa. Vi fu anche la decisione dell’Azienda di varare su due nuovi canali in stereofonia, sdoppiando il segnale Fm da quello Am di Radio Uno e Radio Due. Nacquero così Stereo Radio Uno e Stereo Radio Due in cui musica e notizie confluivano in un flusso continuo. L’esperimento durò una decina di anni e non ebbe gli effetti desiderati. In seguito l’Azienda cercò di dotarsi di una nuova organizzazione interna, aggiornando le proprie direzioni e il proprio personale.
36 Ibidem
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La radio doveva essere libera di regolamentarsi e gestirsi nella programmazione. Non doveva esserci in alcun modo influenza o subalternità con la televisione.
Ancora una volta, però, questo processo non portò ad una netta maturazione del mezzo radiofonico che, qualche anno dopo, subì un ulteriore contraccolpo a causa dello scioglimento delle tre orchestre sinfoniche di Milano, Roma e Napoli, e la chiusura degli spazi di quei programmi regionali non attinenti al mondo giornalistico.
Le emittenti private avevano attirato verso di sé l’attenzione dei giovani e delle casalinghe, avevano duramente sbriciolato il primato della radiofonia pubblica e si erano impossessate delle fasce orarie più forti per tradizione.
Ma la radiofonia pubblica fu presa d’assalto anche dalla televisione, che attinse barbaramente dalla radio e propose sui propri schermi quei programmi che stavano segnando il rilancio della radio pubblica.
Gli anni ’80 segnarono il momento più basso della storia della radiofonia pubblica, che troverà uno spiraglio solamente alla fine di quel decennio, quando si decise di puntare su una programmazione più a misura d’uomo. Si tornò a seguire la strada che fu battuta – come visto – dal duo Boncompagni-Arbore, e partendo da quell’esempio nacquero nuovi programmi di intrattenimento.
Vennero cancellati dai palinsesti varietà e quiz, che trovarono maggior fortuna in televisione, ma furono mandate in onda categorie come le fiction e le soap opera.
Si decise di importare dalle radio private l’ironia e la satira. Nacquero così dei programmi che coltivano la loro fama anche oggi, come Ho perso il trend su Radio Uno; Il Ruggito del Coniglio, Caterpillar e Viva Radio2 sulle frequenze di Radio Due ed infine La Barcaccia su Radio Tre.
La cultura come la prosa o la lirica è scomparsa o è stata sostituita da altri generi, ma fu una strada mai del tutto
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abbandonata, anzi, soprattutto in questo caso si capì quanto potesse essere importante l’uso della diretta.
Su Radio Tre la musica classica cominciò ad essere mandata in onda in maniera diversa rispetto al passato, con più collegamenti con l’esterno, dai teatri nazionali e internazionali per le opere liriche, da quelli dei concerti sinfonici o da camera, fino ad arrivare alle esibizioni dei più grandi artisti di musica jazz.
La diretta tornò improvvisamente sovrana anche nelle altre due reti. Il palinsesto di Radio Due è pieno di numerosi notiziari, anche se mandati in onda con tono diverso rispetto alla formalità e alla solennità del Gr1, si tratta degli stessi servizi, ma con un formato più snello, ridotto e agile. In più si registrerà la nascita del Gr2-flash.
Radio Uno resta invece la radio di palinsesto, la più importante. Ad essa viene affidato il compito di informare e farlo soprattutto attraverso la diretta. Di cogliere l’attimo e il particolare.
Come si è visto in precedenza, lo sport è la disciplina che meglio si presta alla diretta. E fu così che si cominciò a riempire il palinsesto con cronache e commenti degli avvenimenti sportivi più importanti, sia in Italia, che nel Mondo.
Vi fu un ritorno alla parola che riformula il modo di fare informazione. La tempestività torna ad essere una caratteristica essenziale nella radio del servizio pubblico e la radiocronaca si presta perfettamente a questo nuovo mutamento della radio pubblica. “La radio è il mezzo più efficace per seguire le notizie nella loro evoluzione, con continui aggiornamenti, raggiungendo il pubblico anche in mobilità o durante attività di tipo lavorativo”.37
37 Franco Menduni, Il giornalismo radiofonico, in Il giornalismo in Italia. Aspetti, processi produttivi, tendenze a cura di Carlo Sorrentino, Roma, Carocci, 2003, pp. 125-135.
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Ed ecco che si afferma l’appuntamento domenicale. Quello solito che dal 1960 in poi, tra alti e bassi, dalle frequenze del servizio pubblico non smise di presenziare, raccontando le vicende calcistiche del campionato italiano, attraverso le voci dei cronisti di Tutto il calcio minuto per minuto, una trasmissione che non conosce crisi e flessioni, e che ancora oggi, a distanza di cinquantatré anni continua a tenere incollati davanti alla radio milioni di persone.
Attraverso il racconto dei radiocronisti è possibile vivere, oggi come ieri, le emozioni del momento, esser proiettati all’interno dell’evento che ci viene descritto.
Un appuntamento, quello domenicale che si vive in prima persona, pur non essendo lì presenti, ma che noi immaginiamo e interpretiamo.
La Rai sfruttò questa peculiarità per contrapporsi allo strapotere della televisione e delle emittenti private. La rivincita dell’oralità parte e passa dalle voci di Tutto il calcio minuto per minuto.
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CAPITOLO III
La forma vincente del servizio pubblico della Rai: le radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto
Premessa
Tutto il calcio minuto per minuto diventa nel giro di poco tempo la trasmissione di punta dell’Azienda Rai, perché riesce a soddisfare il fabbisogno informativo degli amanti del gioco del calcio e soprattutto dei primi giocatori del concorso a premi Totocalcio.
Essa si radica nella Società italiana, diventandone una costola, scandendo puntualmente, domenica dopo domenica, il ritmo degli italiani. Diviene, un appuntamento fisso a cui non poter mancare, o per dirla con le parole affermate da Candido Cannavò, ex direttore de “La Gazzetta dello Sport” e grande giornalista:
“Tutto il calcio minuto per minuto è stata la colonna sonora delle domeniche degli italiani”.
Per italiani ovviamente si intendono solo gli appassionati, gli amanti del gioco più popolare del nostro Paese, coloro che con un giro di manopola venivano proiettati dentro la partita grazie al racconto dei radiocronisti. Radiocronaca, come visto, nata parecchi anni fa, che si presenta a questo appuntamento però migliorata e supportata sempre più dalla tecnologia.
Un viaggio che dura da cinquantatré anni e che continua ancora oggi, anche se tra qualche difficoltà. Che riesce a raggiungere quegli appassionati, gli amanti del calcio, che, per un motivo o per un altro, non possono o non vogliono seguire le partite diversamente.
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Tutto il calcio di oggi è ben diverso da quello che era stato in passato, da quella “colonna sonora degli italiani”, ma resta comunque un prodotto ancora valido, ancorato alla sua tradizione, al suo ceppo di ascoltatori, che rende onore al servizio che la Rai ha offerto negli anni e che continua ad offrire, pur essendo schiacciata dalla potenza delle emittenti Tv.
In una sorta di confronto impari, Davide (la Radio) sfida Golia (emittenze televisive) su un terreno che ancora oggi ha il compito di informare ed emozionare l’ascoltatore.
Oggi come allora, ma più difficilmente rispetto ad un tempo, vista la saturazione dell’etere, basta un giro di manopola, sintonizzarsi sul canale Rai-Radio Uno e lasciarsi trasportare, proprio come una volta dal racconto, dalle voci dai campi.
§ 3.1 L’esperimento radiofonico di Roma ‘60
Gli inizi della trasmissione di maggior successo dell’Azienda Rai vanno fatti risalire certamente alle prime prove che lo stesso consorzio statale fece in occasioni delle Olimpiadi di Roma del 1960.
Tutto il calcio minuto per minuto, nella sua forma originaria, non era altro che una sperimentazione.
Così come affermato dall’attuale coordinatore della trasmissione radiofonica Rai, Riccardo Cucchi38, la prima puntata che partì nel gennaio del 1960, non era altro che una “prova”, che lasciò parecchi dubbi e non convinse più di tanto sia i tecnici che gli addetti ai lavori.
Gli inizi di Tutto il calcio non furono per niente facili, e l’Azienda era pronta mettere la parola fine su un esperimento
38 Vedi intervista in Appendice II a Riccardo Cucchi, p. 114.
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poco gradito al pubblico, ma principalmente ai piani alti della Rai.
La svolta arrivò solo grazie alla cocciutaggine di Guglielmo Moretti, che importò un modello già esistente in Francia, anche se non di gran successo e lo inaugurò proprio in occasione delle Olimpiadi di Roma. Tutto quello che sarebbe nato dopo sarebbe stato certamente un successo, grazie all’ideazione di una trasmissione supportata perfettamente dalla tecnologia e che lentamente cominciava ad ottenere il consenso del pubblico, e finalmente la fiducia dei tecnici dell’Azienda.
Era l’autunno del 1960, Guglielmo Moretti, incuriosito da una trasmissione transalpina che si occupava di rugby ed altri sport, decise di importare lo stesso modello dalla vicina Francia e cucirgli addosso lo sport più amato e popolare d’Italia: il calcio. La sua idea venne accolta molto positivamente da altri colleghi, Roberto Bortoluzzi e Sergio Zavoli, i quali, si impegnarono, affinché Tutto il calcio prendesse realmente vita. Poggiarono, insomma, le basi per quello che si dimostrerà essere un modo nuovo ed innovativo di informare e tenere con l’orecchio incollato alla radio milioni di italiani negli anni.
La radio si era prestata nel tempo a raccontare degli avvenimenti in diretta, il radiocronista del passato poteva contare sulla tempestività del mezzo radiofonico, e poteva, al contrario di altri colleghi, raccontare istantaneamente ciò che vedeva attraverso i suoi occhi.
Lo sport, come si è detto, si prestò meglio a questo racconto, fungendo da ottimo partner per la radio. Questo sodalizio diventò ancora più forte proprio in occasione dei Giochi Olimpici che Roma si preparava ad accogliere. L’Italia e gli italiani sono in fermento, il Paese è ancora in una fase di ripresa e costruzione e la Rai percepisce che è il momento di dare un forte segnale all’ascoltatore, dimostrare l’utilità del
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proprio servizio, cosiddetto pubblico. Guglielmo Moretti all’epoca capo della redazione sportiva, formò un pool di radiocronisti di tutto rispetto, Roberto Bortoluzzi prese le redini di Tutto il calcio minuto per minuto, e per ben ventisette anni il suo nome fu legato alla conduzione del programma, infine Sergio Zavoli era il responsabile della redazione radiocronache.
Tutto era ormai maturo, dopo mesi e mesi di prove la trasmissione che avrebbe accompagnato le domeniche di milioni di italiani aveva ormai preso il via.
Il vero banco di prova per la redazione sportiva della Rai furono appunto le Olimpiadi romane, in quanto l’idea di creare una trasmissione che raccontasse la giornata calcistica era in cantiere da diverso tempo, e fu in qualche modo realizzata, anche se mai varata, circa nove mesi prima dell’inizio della competizione a cinque cerchi. Un po’ per paura di fallire, un po’ per la reticenza da parte dei tecnici Rai, Tutto il calcio minuto per minuto non uscì mai realmente dal suo concetto astratto, non trovando fino alla data del 25 agosto, un’attuazione pratica.
In Rai all’entusiasmo del trio Moretti-Bortoluzzi-Zavoli si contrapponeva lo scetticismo dei tecnici, che già alle prime difficoltà di trasmissione palesarono tutti i loro dubbi, facendo altresì pressioni affinché si abbandonasse l’idea di realizzare tale progetto.
Gli schemi pensati per Tutto il calcio combaciavano a pennello per l’evento sportivo che stava incalzando, l’entusiasmo però dei fautori di tale progettò naufragò con i primi insuccessi derivanti dalla scarsa attenzione da parte dei tecnici e da una preparazione non eccelsa dei radiocronisti.
Il primo giorno fu da dimenticare, ma segnò la svolta in casa Rai. Moretti e Zavoli fecero pressione sull’ingegnere che era incaricato di garantire le dirette e il giusto funzionamento del meccanismo dei collegamenti. Si cercò di mettere qualche
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pezza qua e là, in modo da coprire le falle. L’impegno portò ad un miglioramento, e col miglioramento si ottenne un enorme successo.
L’esperienza olimpica dimostrò che era possibile un collegamento simultaneo tra i campi e informare in tempo reale su diversi avvenimenti che si svolgevano nello stesso istante.
Da questo momento si capì che era possibile trasportare la stessa idea su un altro terreno, si stava mettendo in moto una nuova macchina giornalistica alimentata dalla tecnologia vigente.
Finite le Olimpiadi la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto iniziò a riempire i pomeriggi domenicali degli italiani.
§ 3.2 “Scusa Ameri… scusa Ciotti… linea allo studio…”. Il format vincente di Tutto il calcio minuto per minuto
“La prima puntata andò in onda dopo pochissime prove, ma fu subito un successo. Scegliemmo quattro campi di Serie A e uno di Serie B, tutto quello che la Lega Calcio ci aveva concesso. Carosio, prima voce, aveva a disposizione cinque minuti, così come i successivi colleghi dagli altri tre campi. Dopo ogni collegamento la linea tornava allo studio di Milano per gli aggiornamenti sui campi non collegati”39
Il giorno dell’esordio Nicolò Carosio è a Milano per Milan-Juventus, Enrico Ameri a Bologna per Bologna-Napoli e Andrea Boscione ad Alessandria dove si gioca Alessandria-Padova.
39 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali. “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Minerva Edizioni, Bologna, 2011, p. 47.
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Non ci sono interruzioni per i gol, un protocollo che toccherà ad Ameri stravolgere tre mesi dopo, da Milano, per segnalare una rete di Pedro “piedone” Manfredini in Inter-Roma 1-3.
Nicolò Carosio, storico radiocronista dell’Eiar, testimone delle vittorie iridate degli azzurri dei Mondiali del 1934 e del 1938, era la prima voce della trasmissione, a lui spettava il campo più importante, il match clou di quella domenica.
Di certo non gradiva la presenza di altri radiocronisti con cui dover dividere il racconto, non amava essere interrotto, ma la trasmissione trasse dal suo nome e dalla sua figura un enorme vantaggio.
Non solo Carosio, ma anche Nando Martellini fu chiamato a far parte di questa nuova trasmissione. Non più lunghe radiocronache, ma brevi flash dagli stadi collegati, un continuo rimbalzare da uno stadio ad un altro. Tutto era deciso dal conduttore in studio, che a seconda degli andamenti delle partite, diventava anche il regista della trasmissione. A lui il compito di decidere a chi dare la linea, a chi passarla dopo un collegamento, o se continuare a tenere una partita dal risultato ormai assicurato come campo principale.
Era necessario sapere reggere le fila e sapere leggere le partite, era necessario mantenere fino all’ultimo secondo alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Con i tecnici Rai messi ormai a tacere e con una direzione aziendale che vedeva adesso solo vantaggi e non più problemi, Tutto il calcio minuto per minuto inizia la sua scalata verso l’Olimpo della radio, conquistando nel giro di poco tempo un pubblico impressionante e sempre più numeroso, con picchi vicino ai 20-25 milioni di ascoltatori a domenica.
Il successo però porta con sé anche degli obblighi verso gli ascoltatori ed è così che nel giro di poco tempo è quasi necessario un primo intervento da parte della redazione
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sportiva. La trasmissione doveva in qualche modo cambiare, essere più dinamica, più a servizio dell’ascoltatore. Era necessario azzerare i tempi morti ed inserire l’elemento patico. Quello che serviva era catalizzare l’attenzione dei fruitori del programma verso l’interruzione, verso la voce che irrompe prepotentemente nella trasmissione e urla il gol di una determinata squadra.
Con buona pace di Nicolò Carosio, si studiò un modo per accavallare le voci, inserirsi nel racconto di un collega, per informare della variazione di un risultato su un altro campo. Si decise, quindi, di puntare sulla dinamicità e la tempestività. Si passò dai cinque minuti di radiocronaca ai due/tre da ogni campo e tutti i radiocronisti potevano interrompersi tra loro per intervenire dalla propria postazione in caso di gol.
La trasmissione però continua a cambiare col cambiare delle esigenze dell’ascoltatore e della Società.
Negli anni Tutto il calcio diventa sinonimo di Totocalcio, si segue la trasmissione per controllare l’andamento della propria schedina e proprio la dinamicità, il cambio di campo, la sovrapposizione delle voci diventano elementi che soddisfano ancor di più le attese dell’ascoltatore, che si lega alla trasmissione perché diventa unica forma di garanzia istantanea.
Gli anni passano, la trasmissione diventa sempre più salda nel palinsesto della Rai e all’interno della Società. Nuove leve presero il posto dei più vecchi, e dopo il pensionamento di Nicolò Carosio si diede avvio ad una scuola che potrà contare su elementi di assoluto spessore.
Furono promossi ai microfoni gente come Ameri, Ciotti, Provenzali, Ferretti, Pasini e Luzzi. Le loro voci entrarono di diritto nella storia della trasmissione e nel cuore degli ascoltatori. Il timbro di ognuno di loro diveniva inconfondibile alla radio per gli appassionati di calcio. Durante il corso della trasmissione non si aspettava altro che l’interruzione da parte
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di una di quelle voci, ormai familiare, nella speranza che desse notizie positive sull’andamento della partita della squadra del cuore.
Il gioco del calcio cambia, sul campo le azioni di gioco si susseguono in maniera più convulsa, e anche il lavoro del radiocronista è costretto ad adeguarsi, seguendo un ritmo più rapido e veloce. Ma lo stile resta sempre lo stesso, incommensurabile. La capacità di adattamento da parte dei radiocronisti sarà un’arma in più per la trasmissione. Grazie ad una serie di artifizi linguistici l’ascoltatore è letteralmente proiettato dentro al match e anche il linguaggio diviene un elemento di prim’ordine. Esso deve essere il più asciutto possibile, ma deve comunque comunicare quanto più possibile.
Il vero segreto sta nell’abilità del radiocronista di gestire il racconto, dalla sua capacità di proiettare attraverso le sue parole dentro ciò che lui vede, chi invece è all’altro capo ad ascoltare.
Basta un niente per rompere questo filo sottile che intercorre tra radiocronista e ascoltatore.
Lo stesso Moretti così diceva dei suoi radiocronisti:
“Tutti bravissimi, ognuno con uno stile e un timbro diversi ma con una caratteristica unica, sparavano a zero se avevano qualcosa da raccontare. Ameri, a mio avviso, era il migliore, una voce meravigliosa e l’abilità di non perdere mai il filo. Anche se veniva interrotto decine di volte aveva questa straordinaria abilità di ricominciare esattamente da dove aveva lasciato. Ciotti, così rauco, con quella voce di gola, era un grande professionista. Provenzali una vera mitragliatrice anche lui e nonostante ciò riusciva sempre a essere chiarissimo nell’esposizione. Quella di Ferretti una voce davvero bella, pulita, quasi baritonale. Ezio Luzzi, che commentava le partite di serie B, era il più disciplinato, quello che riusciva a stare sempre rigorosamente nei tempi. E non dimentichiamoci che era tutta in diretta: la nostra radio era vera. Facevamo in modo che la gente potesse immaginare, quasi vedere
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ciò che accadeva in campo, attraverso il nostro racconto. Piero Pasini, da buon romagnolo, si distingueva fra tutti perché era l’unico accento ‘provinciale’ del gruppo”.40
Un gruppo compatto e affiatato, dove capitò qualche litigio e si registrarono delle incomprensioni, ma che nel suo complesso, trasformò la trasmissione da mero esperimento ad evento di grande successo.
La formula era semplice e affidabile, così come semplice e affidabile si conferma oggi, ma le distinzioni tra quella trasmissione e quella attuale sono parecchie.
Innanzitutto si comincia con la differente concessione dei diritti da parte della Lega calcio. In principio Tutto il calcio trasmetteva soltanto il secondo tempo di una partita, facendo un breve sunto nell’intervallo di quelli che erano i risultati fino a quel momento maturati e indicando quali altri collegamenti avrebbero riempito la giornata calcistica.
Il campo principale, come detto era affidato alla voce di Nicolò Carosio, gli altri dai rispettivi campi in principio non potevano intervenire, ma dovevano aspettare il cambio di campo.
La voce di Bortoluzzi dallo studio di Milano informava gli ascoltatori che tutto era pronto. Veniva fatto un sunto veloce dei primi quarantacinque minuti e dopodiché linea ai campi.
Questa formula andrà avanti fino a quando, nel 1977, la Lega non concederà alla Rai i diritti per l’intera cronaca delle partite.
In principio ciò non avveniva per timore che la gente si allontanasse dagli stadi e rimanesse a casa, o andasse in
40 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto. Quando la radio diventa storia, Cit. p. 55.
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qualche bar ad ascoltare le radiocronache di Tutto il calcio anziché andare allo stadio.
Con in mano anche i diritti per i primi tempi in Rai si pensò bene di sdoppiare l’appuntamento domenicale e creare una nuova trasmissione, Domenica Sport41, che doveva servire a raccontare proprio i primi quarantacinque minuti delle partite dei campionati di Serie A e Serie B. Con essa furono introdotte anche altre novità. Anzitutto si diede la possibilità ai più giovani di farsi le ossa e commentare i primi tempi di qualche squadra di seconda fascia, con interventi sporadici nel corso del secondo tempo, proprio dentro Tutto il calcio per aggiornare sul risultato, si cominciarono a raccogliere più commenti con le interviste post gara e ci si occupava anche di altri sport che si disputavano la domenica pomeriggio. Una trasmissione non alternativa, ma che completava l’offerta di Rai e di Tutto il calcio. Domenica sport andava in onda su Radio Due ed era condotta da Mario Giobbe, altro elemento importantissimo del pool della redazione sportiva della Rai.
41 Trasmissione che va inizialmente in onda su Radio Due a partire dal 1955. Fino al 1976 alla sua conduzione c’era l’ideatore di Tutto il calcio minuto per minuto, Guglielmo Moretti, dopodiché gli è subentrato Mario Giobbe, fino a quando, nel 1987, non venne sostituito anch’egli da Paolo Carboni. Quando la Rai ottenne i diritti degli interi 90 minuti delle partite, la diretta dei primi tempi, allora concessa alla trasmissione del secondo canale Rai, confluì in Tutto il calcio. Domenica sport però rimase in vita, con altre caratteristiche e funzioni. Attualmente, soprattutto per far fronte alle tante partite in programma Domenica Sport è passata sulle frequenze di Radio Uno. L’inizio delle trasmissioni è passato dalle 14.00 di qualche anno fa, alle 12.30, per permette agli ascoltatori di seguire l’anticipo domenicale del campionato di calcio. Si alternano alla conduzione Paolo Zauli e Filippo Corsini. Quest’ultimo si occupa solo della presentazione degli incontri e dei commenti post gara. Proprio come in origine trovano spazio anche tanti altri sport in programma la domenica pomeriggio.
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All’inizio, dopo la Riforma della Rai e l’acquisizione dei diritti da parte dell’Azienda pubblica ci fu un po’ di confusione nel gestire le due trasmissioni, perché con la diretta anche dei primi tempi l’ascoltatore era costretto a cambiare più volte stazione nell’arco dello stesso pomeriggio.
Iniziava sintonizzandosi su Radio Due per seguire Domenica Sport e i primi tempi delle partite in programma, qualche minuto prima dell’intervallo, doveva spostarsi su Radio Uno e seguire su quelle frequenze Tutto il calcio e i secondi tempi delle gare, per poi, tornare un ultima volta, su Radio Due per ascoltare le interviste e i commenti realizzati da Domenica Sport.
Si andò avanti così per una decina di anni, fino a quando nel 1987, proprio Mario Giobbe ottenne l’unificazione dei canali e delle due trasmissioni. In quel momento, con la fusione tra Domenica Sport e Tutto il calcio minuto per minuto, nasce il modello di trasmissione che tutt’oggi continua ad andare in onda.
La scelta dell’Azienda di unire le due trasmissioni fu più dovuta che voluta, in quanto la domenica pomeriggio, Tutto il calcio dimostrava di non avere concorrenti e questo influiva anche sulle altre programmazioni Rai. Per evitare che gli ascolti domenicali di Radio Due subissero una forte spinta verso il basso si decise di mandare Tutto il calcio anche su quella rete, ottenendo così un’ottima risposta da parte degli ascoltatori. Solo qualche anno più tardi, per venire incontro alle esigenze di quegli ascoltatori che non amano il calcio, la trasmissione tornò nuovamente solo su Radio Uno, dove va in onda regolarmente, tutte le domeniche da cinquantatré anni.
Eppure la suddivisione dei tempi in programmi differenti fu un ottimo ausilio per le nuove leve di giornalisti.
Come affermato dallo stesso Cucchi, nel corso della nostra intervista, Domenica Sport era per loro, giovani
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emergenti in quel mondo, un’importante palestra in cui farsi le ossa e crescere professionalmente.
Un momento in cui avere la possibilità di entrare in contatto con la radiocronaca, il racconto di una partita, l’anticipare i grandi nomi e le grandi voci di Tutto il calcio, era sì motivo d’orgoglio, ma una fucina in cui cominciare a muovere i primi passi e mostrare le proprie capacità.
Questi giovani radiocronisti avevano a disposizione la prima metà di gioco per mettersi in mostra, poi la parola passava ai “vecchi”, ai più esperti per il racconto dei secondi tempi. Loro rimanevano in silenzio, a meno che non succedeva qualcosa sul loro campo e dovevano informare solo sul cambiamento del risultato. Infine, i campi si allargano, la trasmissione si adatta al campionato, che inesorabilmente, senza nemmeno guardare alla propria tradizione, si spoglia dei propri valori e si concede al Dio denaro.
La vendita dei diritti per la diretta delle partite, proprio come successo nel lontano 1977 fa gola alla Lega calcio, che dà la possibilità ai nuovi “Padroni del calcio” di smembrare il campionato, svalutare l’appuntamento domenicale ormai sacro per qualsiasi ascoltatore.
Ormai la domenica non è sacra come un tempo. I radiocronisti di Tutto il calcio sono costretti a giocare sulla difensiva. Sono due gli elementi ad essere cambiati: non basta più solo il racconto della partita, non si vede più solo attraverso la radio, ma tramite altre realtà che hanno messo in ombra l’opera del servizio radiofonico pubblico. Ovunque c’è informazione, ovunque si può seguire il campionato, la propria squadra del cuore.
Secondo e non meno importante, la forza di Tutto il calcio era data dalla ciclicità dell’evento. L’ascoltatore sapeva che la domenica bastava accendere la radio per seguire l’andamento del campionato di calcio. Oggi non è più così, tra
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anticipi, posticipi, orari strani e diversi, l’ascoltatore non ha più un appunto fisso come un tempo, non è più solo la domenica, ma anche il sabato, e volte anche il venerdì o il lunedì. Si è persa la ciclicità dell’evento, ma Tutto il calcio, resta ancora oggi una solida realtà, capace di resistere alla concorrenza e di riuscire a far sognare, proprio come i suoi inizi, l’ascoltatore.
§ 3.3 La rivincita della parola: gli aspetti essenziali della radiocronaca e dei suoi protagonisti
In un periodo in cui la televisione muoveva i primi passi, era la parola a scandire gli appuntamenti degli ascoltatori. Quello domenicale, come si è detto, era accompagnato dalle voci dei cronisti di Tutto il calcio minuto per minuto, che offrivano all’ascoltatore un servizio totalmente nuovo e rivoluzionario, fino a quel momento utilizzato solo in alcune circostanze. La parola torna in auge, e con esso la tecnica della radiocronaca, che aveva le sue origini nell’ante guerra. Gli italiani (come si è visto nel primo capitolo) durante il regime fascista avevano già avuto modo di avvicinarsi a questo nuova tecnica radiofonica.
La radiocronaca del ventennio fu utilizzata per raccontare gli eventi di guerra e gli eventi sportivi più importanti, ma è solo a partire da quel 10 gennaio del 1960, che essa trova la sua vera consacrazione ed ogni domenica diventa un evento importante e da raccontare.
Sport come il ciclismo e il calcio, nel dopoguerra in Italia, trovarono la loro collocazione e consacrazione fra le frequenze radiofoniche del servizio pubblico, principalmente per due motivi: 1) la gente era ancora in una fase catatonica e aveva bisogno di dimenticare i dolori e le sofferenze provocate dalla Guerra; 2) i grandi campioni del ciclismo o l’affermarsi
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di una squadra straordinaria come il Grande Torino permise al ciclismo e al calcio di essere consacrati come i generi più amati dagli italiani.
Lo scetticismo però che gravitava intorno a Tutto il calcio minuto per minuto, nella sua primissima edizione, non era solo quello proveniente dall’interno dell’Azienda, ma anche quello che derivava da un’intera categoria completamente estranea alla Rai, quella degli editori dei giornali, che sottovalutarono il fenomeno radiocronaca sportiva e Tutto il calcio, credendo che il successo della trasmissione sarebbe finito di lì a poco. Eppure, nel giro di poco tempo un po’ tutti dovettero prendere atto della straordinaria forza del prodotto della parola.
La radiocronaca aveva ri-conquistato un folto pubblico e i suoi protagonisti, ognuno a suo modo, erano entrati a pieno diritto nel cuore e nelle case degli italiani.
Erano uomini fortunati. “Le loro voci erano un pezzo della vita di tutti […] loro guardavano le gambe piccole e nervose di Sivori, la falcata potente di Gigi Riva, la minuta robustezza di Giacomino Losi e traducevano quelle immagini in parole […] dovevano far sapere cosa stava accadendo e dovevano fornire una emozione. La voce era una tavolozza, i toni erano i colori, le parole le pennellate […] i- radiocronisti erano dei tipi abbastanza eccezionali, un po’ reporter e un po’ poeti. Erano gente veloce in un tempo lento. Erano dove noi avremmo voluto essere. Erano in missione per conto nostro”.42
Carosio, come detto, fu il capostipite, colui che inventò la radiocronaca sportiva. Impresse il suo stile, forte, appassionante, vibrante e segnò la strada da seguire. Gli altri, quelli che vennero dopo di lui non ebbero una scuola dove
42 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. p.43.
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poter imparare, ma proprio come colui, impararono da autonomamente.
Negli anni della guerra altri grandi nomi fecero la fortuna della radiocronaca.
Vittorio Veltroni, ad esempio, vinse il concorso in Rai all’età di 19 anni e dal 1937 cambiò assieme ad altri il modo di raccontare le cose. Egli si occupava principalmente di politica, seguiva gli eventi bellici dalle unità della Marina italiana, ma ebbe anche la fortuna di raccontare la vittoria al Tour de France di Gino Bartali e la sfortuna di essere la voce del racconto della tragedia del Polesine.
Insieme ad altri grandi della Rai come Sergio Zavoli, Aldo Salvo, Lello Bersani, Luca Di Schiena diede avvio a quella radio che fa notizia, “che informa con rigore e senza fronzoli. Soprattutto una radio figurata, a colori, che consenta cioè di vedere, immaginare, sognare”.43
Il passaggio generazionale dai vecchi ai giovani seguì la stessa tendenza. Le voci storiche, i personaggi che fecero la storia della Rai e della radiofonia, furono d’esempio per i nuovi arrivati.
La televisione stava lentamente prendendo piede e sgretolando il potere della radio, l’etere stava pian piano diventando terreno di conquista per tutti, ma niente riusciva a scalfire le voci dei protagonisti di Tutto il calcio.
La figura del radiocronista veniva invidiato dagli altri giornalisti, costretti a non poter ricorrere all’uso della diretta, del racconto istantaneo e amato dall’ascoltatore, che considerava le voci di Tutto il calcio, come degli Dei da venerare.
Con il racconto dai campi di gioco, o dalle strade del Giro cambia totalmente il modo di arrivare alla gente. Non ci
43 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. p. 38
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si affida più solo alla parola come mezzo di significati e significanti, ma la si riempie di un senso che fino ad allora fu usato soltanto per la propaganda, quello emozionale. La radiocronaca si poggia, da questo momento in avanti, su due fondamenti indissolubili: lessico ed emozione.
La radio continua ad essere emozione ancora oggi. L’avvento della televisione ha in parte inquinato il racconto fatto in radio, ma non ha tolto di fatto la sfera emozionale che emerge da una voce che ci racconta il fatto e si esalta mentre lo fa.
Bisogna partire dal fatto che la radio non è la televisione, l’ascoltatore non ha davanti a sé uno schermo dove poter seguire le immagini del gioco. La sua unica fonte di informazione è la voce del radiocronista.
In questa sorta di relazione che si instaura tra i due, la voce deve riuscire a ricostruire nella mente di chi riceve ciò che sta accadendo sotto il suo naso. Il radiocronista per riuscire nel suo obiettivo deve riuscire ad emozionare ed emozionarsi, perché un radiocronista emozionato può arrivare meglio e più facilmente all’ascoltatore. “Emozione è una voce che emerge dagli effetti prodotti da uno stadio gremito; emozione è il calore, è il ritmo con i quali la cronaca si sviluppa. Oggi come ieri. E l’emozione può essere vissuta solo se vissuta”.44
44 Mario Giobbe, In diretta da…Le radio-telecronache sportive, RAI-ERI, Roma, 1997, p.99.
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§ 3.4 “Più breve sei, più bravo sei”. La regola del radiocronista
L’avvento delle radiocronache ha introdotto un nuovo tipo di racconto accompagnato dalle immagini. È indubbio che la cronaca del match è solo un aspetto del racconto, in quanto attraverso i suoi occhi, il telespettatore da casa può farsi un quadro preciso delle azioni di gioco. Da solo può individuare chi ha la palla, quale zona di campo i calciatori stanno occupando, verso dove si svolge l’azione e così via. Tutte cose che in radio devono essere ricondotte alla bravura del cronista, che nel lasso di tempo a disposizione deve riuscire a dare il maggior numero di informazioni all’utente del mezzo.
Dunque, al momento si possono distinguere due modelli di cronaca calcistica: quella simultanea dettata da interventi brevi e continui, che fa la formula di Tutto il calcio minuto per minuto, e quella intera, che si sviluppa per intero, nell’arco dei novanta minuti.
Per quanto riguarda la prima forma alla base di tutto bisogna mettere il ritmo, ovvero la brevità, la sintesi e l’efficacia del linguaggio che deve risultare essenziale ed immediato.
Non un lavoro semplice, ma “un esercizio di grande difficoltà che richiede rapidità espressiva e una naturale tendenza a semplificare, senza inaridirla, la capacità descrittiva. Un autocontrollo che significa rispetto della trasmissione, della quale si è solo un ingranaggio. Fondamentale mantenere viva l’attenzione anche a tutto ciò che avviene sugli altri campi di gioco. La sintassi di Tutto il calcio lo pretende. E non c’è migliore chiusura per un intervento che quella stringata, e di grande effetto, che coincide con la conclusione di un’azione, il riferimento al punteggio e l’assist al campo che segue”.
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Una coreografia ben studiata e perfettamente portata in scena tutte le domeniche dai campi di calcio d’Italia. È logico che qualche errore capita, qualcuno tiene la linea più di un altro, si entra in un momento in cui può esserci un’azione pericolosa sul campo collegato. Un errore è addirittura stato discusso per anni ed è entrato nella storia di questa trasmissione (paragrafo 5.2).
Diversa, ovviamente perché di differente natura, è la cronaca dei novanta minuti.
Questo tipo di racconto non richiede la brevità necessaria degli interventi, ma all’opposto la capacità di saper allungare il brodo.
Negli ultimi anni, per supplire ad una scarsa capacità tecnica nella telecronaca è stata introdotta la seconda voce. Un commento tecnico, da parte di un ex calciatore o allenatore che serva a coadiuvare il telecronista durante il match.
“Ogni telecronaca diretta si articola in tre fasi: l’apertura, la descrizione dell’evento agonistico, la conclusione. L’apertura pretende un’esposizione ordinata, quasi rituale, con la presentazione del fatto sportivo e dei personaggi; la linea narrativa, a una o più voci, segue l’evolversi della vicenda con la necessaria aderenza alle immagini proposte; la chiusura è meno rigorosa, assume il sapore della celebrazione o del rammarico, specie quando il risultato ha una teorica valenza positiva o negativa per tutti i telespettatori (atleti o squadre italiane che si misurano con antagonisti stranieri). Ovvio che all’interno di questo rigoroso schematismo siano poi ammesse o addirittura inevitabili interpretazioni personali sul piano del linguaggio, della partecipazione emotiva”45.
45 Mario Giobbe, In diretta da… Le radio-telecronache sportive, Cit. pp.81-82.
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Il linguaggio, come nel caso della radiocronaca può essere generale o personalizzato, ognuno può scegliere come presentarsi al pubblico di casa, purché, a meno che non sia tifoso, mantenga la propria imparzialità. Il cronista deve riuscire a trasmettere allo stesso modo a chiunque sia collegato, al tifoso della squadra di casa e a quello della squadra ospite. La sua emozione, al pari del radiocronista, non deve mai essere tendente verso uno dei due competitori, a meno che non si stia raccontando la partita di una Nazionale.
L’importante è emozionarsi, ma non cadere in commenti troppo di parte.
§ 3.5 I radiocronisti che hanno fatto la storia.
– Nando Martellini –
La seconda voce del primo Tutto il calcio era firmata da Nando Martellini, romano, ma perugino d’adozione, fu per anni la seconda voce in radio, fino a quando non prese l’eredità di Carosio e fu promosso a prima voce nella trasmissione.
Il suo nome negli anni si legherà alla televisione, in cui passerà dopo l’esperienza di Tutto il calcio.
Da radiocronista si trasforma in telecronista e vive gli anni d’oro della Nazionale di calcio. Nel 1968 commenta la vittoria della nazionale azzurra al campionato Europeo di calcio, disputato proprio in Italia. Due anni dopo, nel 1970, non è la voce della Nazionale ufficiale, ma lo diventerà perché sarà costretto a sostituire Carosio, che era nel frattempo finito nell’occhio del ciclone, per aver espresso una frase ingiuriosa
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(razziale) nei confronti di uno dei guardalinee46 del match dell’Italia.
Nel suo curriculum non solo calcio, ma anche ciclismo, con commenti al Giro d’Italia e al Tour de France.
Nel 1982 il suo urlo di gioia è lo stesso di milioni di italiani, cha da casa seguivano in Tv la finale del Mondiale tra la nostra Nazionale e la Germania Ovest. Per tre volte ripeterà “Campioni del Mondo!”, frase che resterà impressa nella storia.
Fu quella l’unica volta in cui abbandonò il suo self control, il suo stile british. Fu il primo che decise di adottare una formula che più si confacesse alla radio.
Martellini “si ispirava alla imperturbabilità degli speaker inglesi: niente urla, niente enfasi, niente isterismi. Anche le pause, che in una radiocronaca riuscirebbero esiziali, nella telecronaca servono a far respirare sia il cronista sia l’utenza. […] una telecronaca di Martellini è una cosa diversa, che appartiene a un altro genere”47.
46 Durante Italia-Israele del girone eliminatorio, su segnalazione del guardalinee etiope Seyoum Tarekegn l’arbitro dell’incontro annullò due gol italiani apparentemente regolari.
Per anni a Carosio venne attribuita un’espressione denigratoria nei confronti di Tarekegn («Ma cosa vuole quel negraccio?») che provocò una protesta ufficiale del governo etiopico tramite il suo ambasciatore in Italia e la sostituzione di Carosio con Martellini, per la telecronaca successiva dei quarti di finale contro il Messico; in realtà Carosio non fece mai alcuna affermazione di stampo razzistico nei confronti di Seyoum Tarekegn e la videoregistrazione della telecronaca, ritrasmessa dalla Domenica Sportiva del 31 maggio 2009, lo conferma. Sembra piuttosto, come affermato dallo stesso De Luca che una forma di offesa nei confronti del guardalinee fosse arrivata non dalla diretta televisiva, ma da quella radiofonica, con Ameri che si lasciò scappare un commento a sfondo razziale.
47 Mario Giobbe, In diretta da… Le radio-telecronache sportive, Cit. p. 49.
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Quel suo modo educato, mai invadente ne contraddistinse la carriera fino all’ultimo racconto. Un malore nel 1986 lo costrinse ad abdicare a favore di Bruno Pizzul, ma dalla sua prima radiocronaca, nel 1946, un Bari-Napoli e la sua prima telecronaca nel 1958, in occasione della sfida tra Italia e Urss a Londra, all’ultima apparizione sugli schermi, Martellini collezionò la bellezza di tre Olimpiadi, diciotto Giri d’Italia e dodici Tour de France e un numero esorbitante di radio-telecronache di incontri di calcio, tra i quali anche la partita del secolo, quell’Italia-Germania 4-3 che entrò di diritto nei libri di storia.
Una battaglia epica che lui riuscì a raccontare senza mai lasciarsi prendere troppo dall’emozione. In fondo lo sport era la sua passione e anche all’apice della sua carriera Nando non assunse mai i toni del professore, era la sua indole, che nasceva da una profonda curiosità per gli altri e da un grande rispetto per il mestiere di giornalista. A volte, il giorno prima di una partita andava sul campo di allenamento con l’album delle figurine per conoscere meglio la fisionomia dei calciatori. Quando non era sicuro della pronuncia straniera andava a chiedere lo spelling al collega telecronista. Un grande esempio di professionalità.
§ 3.5.1 Enrico Ameri e Sandro Ciotti: i due amici-nemici
Furono due grandi voci e protagonisti della trasmissione Ameri e Ciotti. Diversi tra loro, ma così simili nella passione che mettevano nel raccontare alla radio le loro partite. Un feeling mai nato, un rapporto di odio e amore costellato comunque da una stima personale e professionale reciproca.
Il loro dualismo può essere considerato alla pari di tanti altri personaggi che hanno segnato la storia dello sport,
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Bartali-Coppi; Rivera-Mazzola tutti grandi campioni che sono stati in qualche modo, professionalmente, amici e avversari.
L’esordio di Enrico Ameri è tutt’altro che positivo.
Nel 1950 gli viene affidata al radiocronaca della Mille Miglia, al momento di andare in onda l’emozione gli giocò un brutto tiro e gli si smorzò la voce in gola, rimanendo totalmente in silenzio. In suo aiuto accorse Nando Martellini che prese il microfono e condusse in porto la radiocronaca dell’evento automobilistico. L’episodio non sfuggì ai piani alti della Rai e Vittorio Veltroni, allora capo della redazione radiocronache, gli annunciò che non avrebbe mai più effettuato una radiocronaca di sport.
L’esilio dagli eventi sportivi però durò solo cinque anni e nel 1955 tornò al microfono per raccontare la partita tra Udinese e Milan.
Questa volta andò tutto liscio, ma Veltroni volle comunque trasferirlo dalla radio alla televisione, per commentare in video le partite della Nazionale. La sua esperienza da telecronista fu breve ed Ameri decise ben presto di tornare al suo vero amore, la radio, dove collezionò la bellezza di milleseicento radiocronache di partite di calcio, ma anche ventidue Giri d’Italia e quindici Tour de France.
Dal 1967 al 1991 sarà la prima voce di Tutto il calcio minuto per minuto.
Solo dopo l’approdo alla trasmissione dell’ammiraglia Rai venne considerato il degno erede di Nicolò Carosio.
La sua voce fu tra le più amate, perché riusciva attraverso la rapidità delle parole a travolgere l’ascoltatore, accendendogli la fantasia. Riusciva a trasformare in interessante qualsiasi cosa raccontasse, ed era così che anche la partita più insignificante, del campionato o di un mondiale, veniva raccontata con la stessa passione di sempre, con lo stesso entusiasmo.
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Una vita di sacrifici, una gavetta lunga e un amore spasmodico verso la propria professione ne hanno fatto uno dei protagonisti più importanti della trasmissione di punta della Rai, eppure la sua carriera avrebbe potuto meritare maggiori soddisfazioni. Proprio come Carosio ebbe l’onore e la fortuna di commentare la vittoria del Mondiale del 1982 da parte della nostra Nazionale, un’impresa capitata a pochi, e mai al suo amico-rivale Ciotti.
Il 20 maggio del 1973 una sua radiocronaca entrerà nella storia, non solo per il risultato che commenterà, ma per il modo in cui prende la linea all’inizio del collegamento. Si andava ancora in onda per i secondi tempi e Ameri era in cabina a Verona, per la partita tra gli scaligeri e il Milan.
Ultima giornata di campionato, rossoneri idealmente Campioni d’Italia. Con un solo punto cucirebbero lo scudetto sulle maglie. Verona che invece non ha alcun interesse di classifica. Un risultato già scritto, una vittoria, quella rossonera, già sentenziata prima ancora che iniziasse il match. Dopo la consueta sigla, Bortoluzzi gira la linea ai campi, e ad Ameri.
Non esordirà dicendo il campo di gioco, com’era solito fare, ma scandendo meticolosamente al microfono, in quest’ordine le seguenti parole: “Milan”, “zero”, “Verona”, “tre”. Chiaro, sintetico e anche un po’ sadico, ma diretto e soprattutto straordinario nel suo stravolgere quella certezza che era nell’aria. Dopo mezz’ora di silenzio, Ameri da Verona disegna uno scenario apocalittico per tutti i tifosi del Milan che si erano sintonizzati per essere sicuri della conquista dello scudetto.
Uno shock per tutti i tifosi rossoneri, che subiscono in appena quattro secondi quelle parole che non avrebbero mai voluto sentire. La capolista, a sorpresa, perdeva 3-0 sul Campo del Verona, che sarà fatale ai rossoneri, che alla fine soccomberanno per 5-3.
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Ma Ameri non fu solo radiocronista. Fu lui, infatti, nel 1980 ad ideare e poi realizzare la trasmissione televisiva Il Processo del Lunedì. Trovò più di una resistenza da parte del gruppo sportivo Rai, che non puntò sulla sua idea. Alla fine riuscì lo stesso a mettere in atto il suo progetto, condusse i primi due anni, e poi passò il timone del programma a quello che è il conduttore ancora oggi, Aldo Biscardi. Una dimostrazione che qualcuno a quei tempi si sbagliava e che lui avesse ragione.
Sandro Ciotti, invece, inizia la sua avventura alle Olimpiadi di Roma, con la radiocronaca della partita Danimarca-Argentina. Prima di allora non aveva mai preso un microfono in mano, non aveva mai raccontato una partita di calcio.
Si definiva un pessimo ascoltatore, lui non stava alla radio ad ascoltare le partite, ma in campo, in quanto nella sua vita ebbe anche la fortuna di giocare nelle giovanili della Lazio. Fu scelto per commentare quella partita delle Olimpiadi per una serie di motivi: in Rai non c’erano tanti radiocronisti per il numero di ore di diretta e Nando Martellini lo raccomandò all’allora direttore della Redazione Radiocronache per prendere parte a quell’evento, appunto perché avendo giocato a calcio era in qualche modo preparato, rispetto a qualche altro collega.
Il calcio però era soltanto uno delle sue tante passioni. Certamente più istrionico rispetto al collega Ameri, Ciotti univa all’amore per il giornalismo e lo sport, anche quello per la musica, l’arte, la letteratura, il cinema e le donne. Arrivato a Tutto il calcio per seguire le due romane dall’Olimpico, ben presto, grazie alle sue grandissime capacità divenne seconda voce, e solo dopo il ritiro di Ameri prima voce della trasmissione.
Voce, ma anche volto noto, perché la sua esperienza trovò applicazione anche in televisione con la trasmissione Rai
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la Domenica Sportiva. Diverso era anche il suo modo di raccontare. La sua voce rauca, inconfondibile era un timbro indelebile, un marchio di fabbrica che lo distingueva dagli altri.
Una voce particolare ascrivibile, secondo quanto riportato nel suo libro48, a “quattordici ore di diretta sotto la pioggia” durante le dirette dell’Olimpiade del Messico del 1968. Così scrive:
“A causa di un edema alle corde vocali mi venne la voce che ho adesso. Sono passati talmente tanti anni che molti ascoltatori nemmeno immaginano che la mia voce non sia sempre stata così, Ma posso assicurare che era ben diversa. E quando quella mattina mi svegliai con questa voce bassa e roca, mi sentiì crollare il mondo addosso. Ero convinto di dover cambiare mestiere. Furono Paolo Rosi e Sergio Zavoli a rassicurarmi, dicendo che poteva funzionare lo stesso […] I colleghi che mi consolavano avevano ragione: questa voce poteva funzionare, tanto da divenire una specie di marchio di fabbrica, da rendermi immediatamente riconoscibile tra le tante voci della radio. Per un benevolo scherzo del destino, l’incidente di Città del Messico finì con l’incrementare la mia popolarità”.49
Qualcuno mise in dubbio questa teoria, esaltando la capacità di Ciotti di inventare anche al di fuori della cronaca, di vivere la propria vita sempre al limiti del possibile. Una bugia, dunque, da attribuire al suo personaggio.
Egli resta anche per questo (o soprattutto per questo) una figura certamente storica, una delle più apprezzate ed amate dai colleghi e dagli ascoltatori. La sua carriera è piena di numeri impressionanti, oltre duemila partite, otto Mondiali,
48 Sandro Ciotti, Quarant’anni di parole, Rizzoli, Milano, 1997.
49 Sandro Ciotti, Quarant’anni di parole, Cit. p.121.
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quattordici Olimpiadi, quaranta Festival di San Remo e quindici giri d’Italia. Una vita spesa alla radio e per la radio.
Ciotti e Ameri seguirono strade diverse anche dopo Tutto il calcio minuto per minuto, il primo rimase in radio fino a pochi giorni dalla morte, il secondo invece scomparve e morì quasi in solitudine. Il loro dualismo fu essenziale per la crescita dei colleghi più giovani, che da loro appresero il mestiere di radiocronista e per la fortuna della trasmissione. Il loro stile, la loro classe, il loro modo di raccontare le partite era un investimento per la Rai e il prodotto Tutto il calcio.
Il loro rapporto non fu tutto rose e fiori, e non mancò l’elemento di discussione. Nell’aprile del 1975, pare infatti che Enrico Ameri stizzito dal continuo intervenire del collega-rivale Ciotti, si lasciò scappare un insulto che fu trasmesso in diretta Nazionale. Il caso creò ovviamente scalpore, Ciotti presentò subito le dimissioni e Guglielmo Moretti ebbe un gran da fare per risolvere la diatriba.
“Successe quel giorno che la regola, che era stata all’epoca varata dai coordinatori di questa trasmissione, e che dopo il terzo o quarto gol non si interrompesse più sul collega che aveva la linea, ma si aspettasse il cambio di linea, cioè il passaggio tra un campo e l’altro, per non interrompere il racconto, su gol che erano ininfluenti […]Sandro non rispettò questa regola, mi pare che fosse il quarto gol della sua partita, ormai assolutamente chiusa, mentre quella di Ameri era ancora molto viva, e lui interruppe Enrico Ameri annunciando e violando la regola che era stata individuata, e descrisse e diede il quarto gol. Purtroppo il tecnico che lavorava con Enrico Ameri, distrattamente non abbassò il potenziometro del microfono di Enrico Ameri e quest’ultimo convinto di non essere in onda, se ne uscì in diretta con una parolaccia, un insulto nei confronti dell’amico-avversario Sandro Ciotti, che andò regolarmente in onda”.50
50 Vedi intervista in Appendice II a Riccardo Cucchi, p.114.
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Tutto fu poi prontamente sistemato e i due tornarono insieme ai microfoni di Tutto il calcio minuto per minuto, fino a Genoa-Juventus del 1991 per Ameri e Cagliari-Parma del 1996 per Ciotti.
Ameri tifoso genoano fu accolto da un caloroso saluto e tributo da parte dei colleghi, e a stento riuscì a nascondere l’emozione, proprio come l’amico-nemico Ciotti. Solo in questo si dimostrarono veramente simili.
Una coppia diventata certamente sinonimo di Tutto il calcio minuto per minuto, che ha rappresentato un ossimoro, quasi fino a quell’ultimo saluto, che li ha accomunati nell’amore per gli ascoltatori e il loro lavoro. Erano opposti ma indispensabili. Una vita vissuta sulle onde radio al servizio del pubblico. Una vita dedicata alla radiocronaca descritta da Ciotti, come: “un esercizio che rimane più alto della telecronaca. È come una splendida amante che però va rispettata come se fosse una moglie. Un esaltante modo di comunicare in diretta, a milioni di ascoltatori che pendono dalle tue labbra. Ma obbliga a un’attenzione feroce”51. Anche perché, riprendendo una frase utilizzata da Frank Sinatra era questo che Sandro Ciotti pensava della televisione. “È una cosa stupenda. Perché basta chiudere gli occhi per avere l’impressione di ascoltare la radio”52. Un amore mai dimenticato, nemmeno quando iniziò a presenziare come ospite e opinionista in Tv.
51 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. p.77.
52 Sandro Ciotti, Quarant’anni di parole, Cit. 187.
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§ 3.5.2 Alfredo Provenzali e il declino del gioco del calcio
Per Provenzali fare la radiocronaca di un avvenimento è davvero: “La cosa più bella e affascinante che possa esistere: raccontare i fatti nell’attimo esatto in cui avvengono. Se poi la radiocronaca riguarda una partita di calcio, la cosa più imprevedibile che possa svolgersi sotto i nostri occhi, allora il fascino del racconto si moltiplica. Se vogliamo cercare il segreto di Tutto il calcio direi che è dato da questo connubio, racconto e sorpresa”53. Rimasto ai microfoni di Tutto il calcio minuto per minuto fino a 76 anni come collaboratore in pensione, Alfredo Provenzali può essere considerato di diritto, vista la sua carriera e il suo grande apporto alla trasmissione, l’ultimo dei grandi radiocronisti appartenuto all’Azienda Rai e alla trasmissione di Radio Uno.
Arrivato nel 1966, quando la trasmissione aveva già una sua precisa identità, Alfredo Provenzali ha ricoperto un ruolo molto importante in Tutto il calcio, spegnendosi appena un anno fa, nel luglio del 2012.
La sua avventura in Rai inizia per caso, e non nello sport come si potrebbe immaginare, ma nella cronaca, quella nera e quella giudiziaria.
Il calcio arrivò soltanto dopo, prima come passatempo, poi come occupazione a tempo pieno. Radiocronista e non solo, Alfredo Provenzali nel corso della sua lunga carriera è stato l’elemento clou della trasmissione, rimanendo alla conduzione del programma la bellezza di diciotto anni.
Il suo lavoro era il più complicato, ma lui preferiva non ammetterlo: organizzare la scaletta, gestire i radiocronisti dai
53 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali. “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. 98.
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campi e se necessario, imporre la propria autorità interrompendo il collega che non rispettava i limiti di tempo. Ma una cosa ha sempre ammesso, ovvero che l’emozione al momento della sigla iniziale era quella di sempre.
Un’emozione che riemerge quando ripensa agli anni passati nei campi d’Italia e del Mondo al seguito della Nazionale di calcio e di un ruolo secondario che mai gli è pesato, perché consapevole di avere grandi nomi davanti.
Un amore, quello per lo sport e per la radio, mai messo da parte e coltivato fino alla fine dei suoi giorni, anche se dal posto di comando e non sul campo di battaglia: “Quando fai parte dell’Esercito è innegabile che ti dia più soddisfazione essere in prima linea che in fureria. Ma è anche vero che gli anni passano e bisogna fare altre considerazioni: per le radiocronache occorrono riflessi prontissimi e una vista perfetta. Non ti puoi permettere errori, sviste o indecisioni. Ho 76 anni e sono ancora qui, ai microfoni, a fare ciò che amo. Cosa potrei recriminare? La vita del radiocronista è faticosa e per certi aspetti pericolosa, vista l’aria che tira negli stadi”54.
Un calcio che si dimostrava già ai tempi diverso, violento, in cui il radiocronista doveva stare attento a quello che diceva e a come lo diceva. Spesso, oggetto di sfogo da parte dei tifosi che ne contestavano l’imparzialità. Il rischio di ieri è cresciuto a dismisura oggi in un luogo non più “sacro” come un tempo, ma piuttosto di frustrazione, in cui si riuniscono anche i delinquenti e gli invasati. Un calcio sporco, reso ancora più impuro dalle scelte dei “padroni”. Ne ha raccontate di cose Provenzali, era con Ciotti e Ameri in Messico in occasione dei Mondiali del 1970, non fu la voce della finale tra gli azzurri e il Brasile, ma riuscì ad intrufolarsi negli spogliatori assieme ad un tecnico e a strappare ai
54 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. p.101.
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calciatori le prime dichiarazioni dopo la gara. Un ricordo indelebile nella sua memoria, che fa a pugni con il calcio attuale, che Provenzali non concepisce. “Sono passati quarant’anni da quel Mondiale e da quel calcio. Molte cose sono cambiate, soprattutto dopo il cosiddetto spezzatino. In una giornata abbiamo iniziato alle 14 con quattro partite di B, cinque sono iniziate alle 16; alle 18 l’anticipo per il campionato di Serie A, l’ultimo incontro è previsto alle 20.45 e terminerà dopo le 22. Otto ore e mezza di pallone in un solo pomeriggio. Questo sport lo stanno uccidendo”, e quella consapevolezza che solo un comandante può dare “noi di Tutto il calcio minuto per minuto siamo un po’ presuntuosi. E in tempi di spezzatino rimaniamo appassionati della bistecca alla fiorentina. Magari non pesa più sei etti, ne peserà tre o quattro, ma sempre bistecca ! E su questo non ci sono dubbi”55. Il calcio non morirà mai. La passione della gente per questo sport così tanto messo sotto torchio continuerà a restare viva, ma fino a quando ci sarà passione, ci sarà anche Tutto il calcio minuto per minuto.
55 Riccardo Cucchi, Clamoroso al Cibali, “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Cit. p.102.
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CAPITOLO IV
Per la televisione del servizio pubblico niente diritti in chiaro, a raccontare il calcio ci pensa ancora oggi la radio
Lo scetticismo primordiale della Rai fa quasi sorridere alla luce di come, negli anni, si sono evolute le cose. L’Azienda pubblica per il campionato appena concluso non ha ottenuto i diritti in chiaro per le sue trasmissioni televisive, dovendo così tagliare una trasmissione che assieme a Tutto il calcio minuto per minuto era entrata nella storia degli italiani, ovvero 90° Minuto. Di contro, senza particolari problemi è riuscita ad ottenere i diritti per le cronache in diretta per la radiofonia, continuando la tradizione positiva e continuativa di Tutto il calcio. La concorrenza della piccola radio non può scalfire lo strapotere delle Pay-Tv, titolari dei diritti (e) del campionato di calcio, ma è un dato certamente significativo in un momento in cui le tradizioni sembrano andarsi a perdere.
§ 4.1 Tutti davanti alla Tv inizia Novantesimo Minuto
Dieci anni dopo l’esordio vincente di Tutto il calcio minuto per minuto, esattamente il 27 settembre del 1970, alle 18, orario che poi diventerà storico per milioni di italiani prende avvio dagli studi della Rai, in onda su Rai Uno, una trasmissione che dopo il commento delle gare, manda in onda i gol (alcuni) del campionato di calcio di Serie A: Novantesimo Minuto.
Essa diventava per forza di cose il normale allungamento della trasmissione radiofonica, il momento in cui le azioni ascoltate
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in radio, immaginate, vissute con gli occhi del radiocronista si palesavano in tutta (o quasi) la loro realtà.
Gli inizi ovviamente richiedevano un po’ di pazienza e sugli schermi dei telespettatori, come per magia all’ora X era possibile vedere alcuni gol della giornata. Alcuni e non tutti perché la tecnologia di allora non lo permetteva. Si girava ancora in pellicola e nel momento in cui la trasmissione andava in onda si riusciva a montare solo i gol di 4/5 partite, e solo del primo tempo. Era un limite tecnico un po’ scocciante, che però permetteva alla gente, al contrario di quanto avveniva in radio di vedere con i propri occhi. Innanzitutto il conduttore, o i conduttori si presentavano proprio come i mezzo busto dei Tg o delle rubriche politiche, una novità per quel tempo.
Maurizio Barendson, scelto per il suo peso politico in Rai e la sua competenza sportiva e Paolo Valenti, proveniente invece dalla radio davano il benvenuto ai telespettatori commentando per loro la giornata calcistica con l’ausilio delle prime immagini.
Ovviamente il programma diventa subito un caso capace di ottenere fin da subito un grande successo.
Accanto ai due giornalisti sopra citati c’era un terzo uomo, Remo Pascucci, fidatissimo di Barendson, che divideva col collega il compito di informare sui risultati dai campi. Sono loro tre a dare vita ad una trasmissione che cambierà il modo di vivere la domenica e il calcio.
Più di Tutto il calcio, Novantesimo minuto incarnava i cambiamenti della Società e del gioco del calcio. Travolgendo e stravolgendo con esso tutto quello che gli girava intorno. Le necessità, i cambiamenti hanno costretto a cambiare in corsa, ad adattarsi per cercare di continuare ad offrire ai telespettatori un servizio soddisfacente. Se Tutto il calcio riesce ancora a farlo, pur ritagliandosi un pubblico ormai di nicchia, 90° Minuto ha perso terreno negli anni e quella forza che lo aveva inserito di diritto nelle abitudini domenicali degli italiani.
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La Rai era riuscita con un abile stratagemma aziendale a costruire attorno alla domenica il proprio Impero: in radio c’era Tutto il calcio minuto per minuto, nel tardo pomeriggio si passava in televisione per vedere i gol della giornata su Novantesimo minuto, ed infine, la sera si chiudeva in grande con la Domenica Sportiva.
Un abito cucito perfettamente addosso a milioni di italiani, appassionati di calcio. Un appuntamento irrinunciabile che per anni ha messo a dura prova la pazienza di fidanzate e mogli.
§ 4.2 Il calcio come evento popolare e coinvolgente del Paese
La Televisione aveva mostrato quanto gli italiani fossero affamati di calcio. Il solo appuntamento con Tutto il calcio minuto per minuto sembrava non bastare più e il Mondiale del 1970 dimostrò quanto fosse necessario inventare un programma domenicale anche nel pomeriggio.
C’era già la Domenica Sportiva, ma andava in onda in tarda serata e molti italiani non potevano vederla perché l’indomani erano costretti ad alzarsi presto per andare a lavorare, e poi, dopo il racconto di Tutto il calcio delle partite aspettare tante ore per accedere alle immagini era per alcuni una vera sofferenza.
In Rai si pensò così di realizzare una rubrica televisiva che domenica per domenica facesse il punto del campionato di Serie A.
Si affidò – come già detto – al trio Barendson, Valenti e Pascucci la conduzione di una nuova trasmissione. Dei tre quello che rimarrà legato al programma sarà il solo Valenti, che dopo la Riforma della Rai, dal 1976 in poi, subentrerà come unico conduttore fino agli ultimi giorni di vita.
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Si deve proprio a lui il grandissimo successo di 90° Minuto. L’idea è vincente e anno dopo anno la trasmissione apporta delle modifiche innovative e sostanziali.
In principio si andava in onda per 10-15 minuti, ovviamente non avendo tutti i gol della Serie A era inutile dilungarsi troppo. Lo schema era semplice, una volta in onda si leggevano i risultati, la colonna della schedina vincente e si mostravano i pochi gol su pellicola che la redazione disponeva. Ogni domenica era una corsa contro il tempo, perché le pizze contenenti le immagini dei gol dovevano arrivare in tempo, essere montate e pronte per essere mandate in onda al momento della diretta della trasmissione.
Nel 1975 la trasmissione arriva a 20 minuti, un anno dopo, grazie alla riforma Rai e quella introdotta da Valenti, si va in onda per 30 minuti, con un giro di campi e collegamenti dalle varie sedi regionali, in perfetto stile Tutto il calcio minuto per minuto.
Solo dopo qualche anno si arriverà alla formula dei 50 minuti e ad una copertura totale delle squadre di A.
L’anno cruciale, della svolta però è senza dubbio il 1976. La riforma della Rai investe la programmazione aziendale non solo da un punto di vista dei contenuti, ma anche e soprattutto da quello politico. Il processo di lottizzazione fa sì che alcuni giornalisti della rete ammiraglia, spinti dai propri ideali politici, passino al secondo canale. Questo avvenne in Novantesimo minuto. Barendson, fervente socialista, emigrò su Rai Due dove ideerà un nuovo programma serale di sport, Domenica Sprint. Valenti, democristiano invece, resterà invece alla guida di Novantesimo minuto e ne diventa l’unico conduttore.
Paolo Valenti era un grande giornalista, entrato nelle grazie degli ascoltatori, quelli radiofonici però, per l’esaltante radiocronaca che fece in occasione dell’incontro tra Benvenuti e Griffith per il titolo mondiale dei pesi medi nel 1967. “Il 17 aprile 1967, notte dell’incontro, la Rai, per preservare il sonno degli italiani, non trasmette il match alla televisione, ma sceglie di farlo solamente via radio: è stato calcolato che fra i 16 e i 18 milioni di
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radioascoltatori seguirono in diretta il match: solamente Italia – Germania, 4-3 ha avuto un successo simile”.56 Tosatti la racconta come la più bella radiocronaca del dopoguerra e dice: “Valenti ci ha portato per mano dentro al Madison Square Garden e ci ha fatto vivere una notte indimenticabile, come se fossimo lì presenti”57.
Aveva già dimostrato di avere tutte le carte in regola, di saper emozionare e conquistare il favore della gente, era insomma l’uomo giusto. Lui era il capo o come è stato definito il “capofamiglia”. Peccato però che “la famiglia, in quel 1976, Valenti dovette costruirsela pezzo per pezzo”58. Molti giornalisti avevano abbandonato Rai Uno, quelli più bravi erano già impegnati con Tutto il calcio e la Domenica Sportiva.
“Valenti fece il giro delle stesse chiese, nel senso delle sedi regionali della Rai. Parlò con i capo-redattori e a ognuno chiese di indicare dei nomi che, dalle varie realtà locali, fossero in grado di lanciarsi in video per quel minuto-minuto e mezzo ogni domenica e, insomma, di fare il proprio onesto mestiere. Non erano competenti di calcio? Pazienza, lo sarebbero diventati”59.
La ricerca portò ad un dato di fatto sì discutibile, ma che negli anni ha dato ragione a Valenti. Non era necessario andare alla ricerca della professionalità e della perfezione, l’importante era riuscire a creare un prodotto che coinvolgesse tutti, appassionati e no.
Insomma, bisognava partire, e nella mente di Paolo Valenti questo era ben chiaro, dalla prerogativa che bisognava, prima di tutto, fare televisione.
56 In http://it.wikipedia.org/wiki/Nino_Benvenuti.
57 Antonio Dipollina, Quando c’era 90° Minuto, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2005, p. 117.
58 Ivi, p. 18.
59 Ibidem.
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§ 4.3 Novantesimo minuto: fotografia di un calcio che cambia
La Rai, grazie all’intuizione di Valenti di unire spettacolo ed informazione, si ritrova tra le mani, anche in televisione, un prodotto che catalizza domenica dopo domenica una massa enorme di ascoltatori.
Un programma di grande successo che, attraverso un mix ben congeniato, riesce a spopolare e diventare anch’esso come Tutto il calcio minuto per minuto una costola della Società.
Il calcio si dimostra non solo prerogativa del racconto orale, ma grazie al progresso e all’attenzione dei dirigenti Rai, anche e soprattutto di quello visivo.
Attraverso lo sport più popolare d’Italia, il calcio capace di abbattere distanze e distinzioni, il servizio che offriva la Rai riusciva a coinvolgere tutti gli italiani, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia.
Anche per il calcio però valse il principio del monopolio, e col passare del tempo le cose cominciarono a mutare. Anzitutto cambiò proprio il gioco nei suoi aspetti più strutturali. Si passò da uno sport nobile, ad uno macchiato dalle continue violenze tra i tifosi, scontri con le forze dell’ordine e scandali di ogni tipo. In secondo luogo, cominciò a scricchiolare il monopolio calcistico e l’Impero della Rai dovette fare i conti con la concorrenza della televisione commerciale. Un primo segnale, fortemente sottovalutato in Rai, fu dato dal Mundialito60 del novembre 1980, un’occasione da non perdere visto il blasone delle squadre partecipanti. La Rai, come al solito, decise di acquistare i diritti televisivi per mandare in onda le dirette della partite, quando però si decise a muoversi scoprì che era troppo tardi. La Fininvest di
60 In Uruguay si disputa un mini torneo con tutte le nazionali che hanno vinto il Mondiale di calcio.
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Silvio Berlusconi si era infatti accaparrata, per la prima volta, la possibilità di trasmettere un evento sportivo in diretta sulle proprie reti.
C’è da dire che in quel periodo Fininvest non poteva trasmettere in diretta, così fu trovato un espediente che potesse permettere la regolare trasmissione delle partite del Mundialito. La Rai dovette accusare il colpo e constatare che non era più l’unica a poter ottenere determinati vantaggi.
Un aspetto che al momento lasciò sgomenti i dirigenti Rai, ma che, forse a torto, non prenderanno più tanto in considerazione per il futuro.
Come già detto è anche il calcio a cambiare e a mostrare il suo volto più cruento, più sporco.
Dal 1979 al 1982 si registrano in Italia degli eventi che lasciano pensare al declino dello sport più popolare del nostro Paese. Il 28 ottobre 1979 il corrispondente di Novantesimo minuto prenderà la parola dall’Olimpico informando lo studio e gli italiani in ascolto che durante il derby Roma-Lazio, un razzo partito dalla Curva dei tifosi giallorossi colpì a morte un tifoso laziale. Il primo morto da stadio raccontato dalla televisione. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Ancora a Novantesimo minuto toccava il compito di raccontare in diretta la “domenica sporca” del campionato italiano.
Il 23 marzo 1980 ancora una volta dall’Olimpico in occasione di Roma-Perugia, Giampiero Galeazzi volgendo lo sguardo verso la pista di atletica si accorge di una volante della Polizia parcheggiata sulla pista di atletica, quasi a ridosso dell’entrata degli spogliatoi. La notizia viene data immediatamente in studio. Valenti pensa a torto che si l’ennesimo caso di violenza da registrare ancora una volta all’interno dello stadio romano, ma qualcosa di grave sta succedendo, ma questa volta non c’entrano i tifosi, non c’è alcun morto da dare o bollettini di guerra da leggere. Inizia proprio da quella domenica, da quello stadio il filone del calcio scommesse. Si tratta di un’indagine da parte della Procura che ha emesso mandati di arresto per Dirigenti e calciatori.
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I Tg, riprendendo Novantesimo minuto, e un tran tran di collegamenti, racconteranno il susseguirsi della vicenda.
Il calcio italiano tornerà ad acquistare nuovamente la propria credibilità solamente qualche anno dopo, grazie alla consacrazione nel Mondiale spagnolo del 1982.
Il giorno della finale, milioni di italiani assiepati nelle piazze, riunitisi in casa propria o di amici, erano pronti a scacciare l’incubo appena vissuto e urlare a squarciagola la loro gioia. L’11 luglio del 1982, allo stadio “Santiago Bernabeu” di Madrid va in scena la finalissima tra gli azzurri allenati da Bearzot e la Germania Ovest.
Una sfida infinita contro i crucchi, ricca di emozioni e tradizione. La televisione torna a consacrare il calcio, l’italiano torna ad amare, grazie alla Nazionale, il calcio in televisione. L’urlo di Marco Tardelli, la gioia di Pertini, Zoff che alza al cielo la Coppa del Mondo, i caroselli in tutte le città d’Italia sanciranno la rinascita di questo sport nel nostro Paese e cancelleranno l’onta vissuta solo pochi anni prima. Il tifoso è tornato più affamato e fedele di prima e il calcio torna in rampa di lancio, grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche che permettono quella spettacolarizzazione che non si era mai avuta prima: immagini più nitide, replay impeccabili, la Tv aveva finalmente capito come trattare il calcio.
Valenti approfittò di queste migliorie tecniche e le importò nel suo programma, che nel frattempo era stato inserito all’interno del programma contenitore domenicale di Rai Uno, Domenica In. La gente è totalmente innamorata del pallone e indirettamente anche dei programmi che ne parlano. Ormai il trasmissione non conosce ostacoli, il tempo di diretta è aumentato, così come il numero dei gol da mandare in onda. Le trasmissioni vanno in onda a colori, non si registra più su pellicola, ma su nastro magnetico e ogni sede regionale viene dotata dei mezzi elettronici necessari. Alcune di queste vengono dotate dei giusti macchinari solo per meglio collaborare con Novantesimo minuto. Un successo per tutti. Un
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grossissimo passo in avanti per Valenti e compagni che, da questo momento in poi, misero in piedi un programma fatto di collegamenti impeccabili e soprattutto puntuali. “Avevamo una settima per preparare la partita, poi la seguivamo, raramente c’erano dei problemi particolari: sbagliare era impossibile”.61 Così un inviato fisso della trasmissione, Gianni Vasino, parlerà del suo lavoro, definendolo addirittura il più facile del mondo.
§ 4.5 Valenti lascia. Si va verso la fine di un’era
Il 1990 è un anno emblematico per l’Italia, che sarà il Paese organizzatore dei Campionati del Mondo di Calcio. La Rai al solito predispone un’unità di tutto rispetto. Valenti, ormai debilitato dalla malattia che lo ha colpito, si mostra alle telecamere ormai stanco e quando comincerà il campionato, vorrà ancora una volta sedere su quella poltrona che lo aveva consacrato al grande pubblico. Lascerà la trasmissione dopo poche giornate dall’avvio del campionato e il 15 novembre, qualche settimana dopo il suo addio al programma, muore.
La domenica successiva i dirigenti Rai decidono di mandare in onda il collega amico Nando Martellini, in modo da ricordare nel migliore dei modi colui che tanto fece per quella trasmissione e per il bene della Rai e degli ascoltatori.
Ma sono anni, quelli successivi alla morte del conduttore-giornalista Rai, che non sarebbero piaciuti neanche a lui. A far concorrenza al monopolio Rai, oltre alla Tv commerciale, nel frattempo cresciuta e diventata una forte antagonista del servizio pubblico arrivò un nuovo competitor: Telepiù, la prima e unica pay-tv italiana ancora in fase di sperimentazione.
61 Antonio Dipollina, Quando c’era 90° Minuto, Cit. p. 35.
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Il calcio si vende al business e in Lega Calcio tanti soldini cominciavano a fare comodo.
Il 29 agosto 1993 si assiste a qualcosa di epocale, Lazio-Foggia va in onda interamente in diretta sul satellite interamente, e per la prima volta si gioca di sera, e non assieme alle altre partite del pomeriggio.
Si diede così avvio alle partite in “posticipo”.
Le pay-tv funzionavano proprio come gli altoparlanti del regime. Sembra strano da dire, ma se si analizza la sua offerta all’inizio, si può constare quanto le due forme di comunicazione risultassero simili: non tutti avevano la possibilità di accedere ad un servizio a pagamento e allora qual era la soluzione? O affidarsi ai soliti metodi, quindi ancora una volta alla radio e poi aspettare il servizio del gol in tarda serata, oppure recarsi in qualche circolo o bar, dotato di tv con apposito impianto satellitare e vedere la partita. Di solito il costo medio era una consumazione o un ingresso che si aggirava attorno alle cinque mila lire. La Pay-tv faceva da cassa di risonanza per gli appassionati.
Da quella data oggi sono passati vent’anni e una miriade di postici. Da quella partita, straordinaria nel suo genere, si è passati alla rivoluzione del sistema calcistico italiano, con le Tv che adesso dettano le regole del gioco. Si è passati ad avere l’anticipo al sabato, poi doppiato dall’incontro del sabato pomeriggio. Si è passati da un anno al lunch match, l’anticipo domenicale delle 12.30, che ha portato allo svuotamento degli stadi o a sacrifici quasi disumani. Si è arrivati al posticipo del lunedì, o del martedì e all’anticipo del venerdì sera in caso di Coppe. Si è passati dall’appuntamento domenicale fisso di Tutto il calcio minuto per minuto e 90° Minuto a quello giornaliero, con partite in programma tutti i giorni della settimana: venerdì l’anticipo di Serie B e in alcuni casi quello di A (20.45); il sabato la Serie B alle ore 15 e gli anticipi di A alle ore 18 e alle ore 20.45; la domenica c’è la Serie A. Si comincia alle 12.30 con l’anticipo, poi appuntamento fisso alle 15 ed infine il posticipo alle ore 20.45; il lunedì tocca al
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posticipo di B e come accade il venerdì in alcuni casi quello di A (sempre 20.45); martedì e mercoledì Champions League; giovedì Europa League, per poi iniziare tutto da capo. E non solo. L’offerta non è ristretta al solo campionato italiano, ma anche a quelli esteri, così è possibile con un colpo di telecomando collegarsi, stando comodamente seduti sulla poltrona di casa propria, con canali che trasmettono il campionato inglese, tedesco, francese, spagnolo e così via.
Una ricca offerta che ha lentamente messo in crisi il tradizionale andamento e funzionamento dei programmi Rai. A farne immediatamente le spese è stato 90° Minuto, la creatura portata al successo da Paolo Valenti, che ha cominciato a svuotarsi domenica dopo domenica, perdendo la caratteristica di appuntamento fisso settimanale. Diventa così per molti, ma non per tutti un appuntamento inutile. Il bilancio registrato parla di un forte calo di ascolti che ha portato dai picchi di tredici milioni, ad un massimo di sette-otto milioni di telespettatori, quando va bene.
Ci va di mezzo il calcio che “si scopre incapace di gestire il cambiamento. E impazzisce del tutto, tramite i suoi dirigenti, di fronte alla montagna di soldi che la (anzi le) pay-tv riversano sul pallone. Anche quelli delle pay-tv sono tutto, fuorché dei geni: avrebbero potuto pagare tutto la metà, o anche meno, semplicemente chiedendo ai signori del pallone quali alternative avessero. Ma per qualche motivo, non lo hanno mai fatto”.62
Ma non tutti hanno seguito la moda, non tutti hanno abbandonato la nave prima che affondasse. Qualcuno, gli affezionati, i più svogliati, i meno appassionati sono rimasti fedele a quella trasmissione che prendeva avvio alle 18.10 su Rai Uno. Per loro 90° Minuto (accorciato intanto così il titolo) è ancora un punto di riferimento, un luogo dove poter vedere le prime immagini dei gol, di quelle poche partite (proprio come gli inizi) che si giocano
62 Antonio Dipollina, Quando c’era 90° Minuto, Cit. p. 126.
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la domenica alle ore 15. Un tempo tutto questo poteva soddisfare i tele-ascoltatori, che comunque avevano seguito le partite interamente in radio, conoscevano i risultati di tutte le partite in programma. Oggi no, non è così. La situazione è molto lontana da quei tempi.
Oggi si è consumato un delitto sul campionato: mancano le partite in programma. In studio si fatica a gestire la trasmissione, si mandano in onda gol che interessano poco e niente anche al tifoso più accanito. Si è inserito all’interno della strutta il parlato, il dibattito, che ha fatto perdere molto valore alla trasmissione. Le partite più importanti, delle squadre che fanno ascolto, che hanno un certo blasone e un numero importante di appassionati non ci sono più. Di solito Inter, Milan e Juventus giocano al sabato o in posticipo domenicale. Le grande sfide, tra le grandi del nostro campionato non sono mai alle 15 e questo fa sì che ci sia, per forza di cose, un calo d’interesse.
L’idea di Valenti si scontra contro l’aridità del mondo giornalistico, che va sempre più verso lo stretto necessario. Non si può più perdere tempo, bisogna consegnare al fruitore quelle informazioni di cui ha bisogno, in maniera professionale. In studio lo spazio dei gol è stato preso dai commenti della gare giocate il giorno prima o di quelle che si devono ancora giocare, come il posticipo serale ed ecco, come un archetipo del ridicolo che un inviato Rai, all’interno di uno stadio ancora vuoto, dà informazioni di seconda mano sulla partita che seguirà. Dati, formazioni, notizie non ufficiali e poi ritorna la linea allo studio. Lui il suo lavoro l’ha fatto, e poco gli importa se lo spettatore andrà a vedere la partita su un altro canale.
Il vero paradosso è che qualcuno ha permesso lo sgretolamento di questa realtà, che ha tolto all’ascoltatore quell’appetito che ha conservato negli anni. Nel suo svolgimento tradizionale l’ascoltatore dopo aver seguito le cronache in radio e fantasticato accompagnato dalle voci dei vari Ciotti, Ameri, Martellini, Provenzali, Cucchi, Repice eccetera, aspettava con
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impazienza che si materializzasse davanti ai suoi occhi Paolo Valenti e i suoi inviati. Facce, facce diverse dalle voci che aveva appena abbandonato. Altre voci. Un altro modo di vivere il calcio.
Infine, per completare la scorpacciata domenicale, per gli approfondimenti del caso, c’era la Domenica Sportiva. Dopo quella si poteva andare a letto soddisfatti e con la pancia completamente satura.
Dopo 90° Minuto è stata la volta de la Domenica Sportiva. La trasmissione ora in onda su Rai Due, per colpa anche della forte concorrenza delle reti della televisione commerciale ha perso terreno e consensi. Una debacle della Rai piuttosto pesante.
§ 4.6 Gli italiani perdono 90° Minuto
Non servirà alla Rai cambiare più volte conduttore della trasmissione. A Maffei subentrato allo scomparso Valenti, succederà nel 1992 Giampiero Galeazzi63, un personaggio molto conosciuto e apprezzato per via del suo ottimo lavoro. I suoi anni come conduttore di 90° Minuto saranno gli stessi anni in cui sarà parte attiva del programma Domenica In, la prima volta che questo avviene. La cosa non piacque molto ai direttori di Raisport che chiesero ed ottennero la sua testa.
63 Nella storia l’idea di lasciare il microfono a Maradona, in occasione dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli, e far fare al Pibe de Oro le interviste dagli spogliatoi ai compagni di squadra, mentre Galeazzi se ne stava in un angolo, lontano dagli schiamazzi. Il servizio andrà in onda in forma integrale, sedici minuti che faranno sobbalzare i vertici Rai, ma che riscuoteranno un enorme successo e poi come dimenticare le cronache alle Olimpiadi di canottaggio. Quel suo modo di incitare i fratelli Abbagnale, come se anche lui dividesse lo sforzo di quel momento. Momenti di giornalismo che hanno fatto scuola.
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Nel 1998 ritorna alla conduzione della trasmissione Fabrizio Maffei, che verrà sostituito nel 2003 da Paola Ferrari, attuale conduttrice della Domenica Sportiva.
La Rai continua a tenere vivo un programma che ha perso molti contenuti, paga, anche in maniera eccessiva i diritti per mandare in onda, al solito orario i gol in chiaro, ma la parola fine aleggia sulla trasmissione. Nell’estate del 2005 a Milano succede ciò che nessuno si sarebbe mai aspettato. La Rai decide polemicamente di non partecipare all’asta per l’acquisizione dei diritti in chiaro delle partite del campionato di calcio, presentando però regolare offerta in busta chiusa.
A contendere i diritti all’Azienda pubblica c’è Mediaset che farà un’offerta di 61.559.000 euro alla Lega Calcio.
All’apertura delle buste si scoprirà che la Rai aveva offerto 100 euro, una cifra ridicolissima comparata a quella della concorrenza, ma tesa a mettere in luce un sistema che aveva ormai perso il lume della ragione e sembrava sempre più viziato e controllato dai soldi.
Quella busta con quella cifra esorbitante cancellò dal palinsesto Rai la trasmissione che aveva tenuto incollato milioni e milioni di italiani per trentacinque anni. Il dato era chiaro: la Tv commerciale aveva comprato 90° Minuto.
Il nuovo prodotto Mediaset si chiamerà Serie A e sarà condotto da Paolo Bonolis. Un programma che non si dimostrerà all’altezza della cifra spesa e che, soprattutto con l’avvento di Sky, segnerà un clamoroso fallimento. La nuova piattaforma satellitare permette infatti di vedere e rivedere a proprio piacimento i gol e le azioni delle altre partite in programma, proprio al triplice fischio di tutte le gare. Un 90° minuto personalizzato e istantaneo. Ma sarà proprio Sky a mettere fine alla trasmissione più amata dagli italiani. I diritti dopo quella parentesi tornano in Rai, 90° Minuto torna a proiettare sugli schermi dell’Azienda pubblica i gol del campionato di calcio, fino a quando, all’inizio della scorsa stagione, il colosso satellitare inglese non acquisisce anche i diritti in chiaro.
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90° Minuto viene mantenuto in vita, pur senza ragione d’esistere e viene spostato su Rai Due, mentre al termine della gare, circa all’ora del compianto 90° Minuto è possibile collegarsi su Cielo, il programma in chiaro di Sky, per poter vedere i gol del campionato italiano. All’interno di questo marasma generale la televisione dimostra dei limiti che non può superare, la Rai un’incapacità e un’impreparazione vista più volte negli anni e che la radio continua ad essere ancora oggi, almeno, un mezzo alternativo alle Tv satellitari.
La scomparsa di 90° Minuto è data dall’incapacità del programma di rigenerarsi, e della Rai di migliorarlo. Gli sforzi fatti in passato hanno non più premiato lo spettatore, ma fossilizzato il programma troppo incentrato dentro dei canoni fissi. La domenica non è più un appuntamento fisso dell’appassionato di calcio o degli italiani. Le caratteristiche del mezzo radiofonico permettono a Tutto il calcio minuto per minuto di continuare a vivere e provare ad ampliare il proprio raggio d’utenza approdando su altre piattaforme, come internet e le App per i telefoni di ultima generazione.
Le caratteristiche della Tv, affossata dalle sue tante regole e restrizioni, hanno portato alla scomparsa di un programma storico e seguito per anni. Il gioco dei diritti in chiaro ovviamente non può essere esclusivo di una sola porzione degli attori del mercato televisivo. La Rai ha dovuto abdicare verso nuove realtà per mancanza di fondi, a causa di fondi, a causa di una richiesta, da parte della Lega calcio troppo esagerata, pompata dalle esagerazioni registrate negli ultimi anni. In fondo, la parola fine su 90° Minuto l’aveva già messa la concorrenza che, spietata e sempre più golosa, ha creato un vero mostro.
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Conclusioni
Alla luce di quanto analizzato nel corso di questa Tesi si può concludere che il flusso della Radio non è ancora finito.
Quella che può sembrare una piacevole favola da raccontare ai più giovani, a coloro che hanno a disposizione un notevole bagaglio tecnologico non inizia con «C’era una volta la radio», ma piuttosto con «C’era una volta e, c’è ancora la radio».
La Radio, il più vecchio mezzo di comunicazione esistente e ancora utilizzato, ha dimostrato nel corso degli anni la sua poliedricità e una capacità di adattamento alle diverse epoche e alle diverse situazioni.
La tecnologia certamente ha permesso che essa potesse evolversi anche al di fuori di quello che era il pensiero più comune. Ogni volta che la Radio sembrava tagliata fuori, spacciata, ecco che riusciva a riemergere, a ripresentarsi più forte e competitiva di prima. Si può insomma affermare che più varia la Società e più variano le caratteristiche tecniche e no, di quello strumento affermatosi in Italia nel lontano 1924.
La concorrenza prima della televisione e poi degli altri mezzi di comunicazione hanno sì ridimensionato il mezzo radiofonico, ma non lo hanno mai seriamente spazzato via. La televisione ha concentrato su di sé l’interesse di un pubblico abituato solo ai suoni, alle parole provenienti dalle frequenze radiofoniche. Il passaggio dall’uno all’altro mezzo fu drastico e negativo per la radio, che tutto d’un tratto si trovò relegata in un angolo, seguita solo da pochi intimi e in difficoltà. La televisione stregava la gente per quella combinazione di parole e immagini mai avuta negli anni. Un mezzo nuovo che evitava ai telespettatori di attivare così quel processo critico di decodifica delle parole, utile per trasformare in immagini quel parlato. La Radio non era più al centro del sistema delle comunicazioni di massa, la gente, le famiglie, i singoli preferivano la televisione.
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Ma questo non fu che un primo momento di flessione del mezzo radiofonico, che in questa prima fase critica riuscì a trasformare in forza le proprie debolezze. La Radio si adattò al suo nuovo ruolo di comprimaria, accettò le regole imposte dalla televisione e creò un percorso alternativo di crescita e affermazione. Il primo passo che portò la Radio fuori da questo momento di crisi si verificò con l’invenzione del transistor. Grazie ad esso le dimensioni della Radio si riducevano drasticamente, trasformandola di fatto in un media a portata d’uomo. Il secondo passò si verificò invece con l’abbassamento dei prezzi degli apparecchi radiofonici.
Due momenti essenziali nella vita della Radio che le permisero di trasformarsi da strumento di comunicazione di massa, a strumento di comunicazione personale, rivolto non più solo alla famiglia, ma alla persona. All’interno di uno strano paradosso il mezzo di comunicazione più vecchio della storia, si trasforma nel primo dei “nuovi media”.
Non solo tecnologia, ma anche contenuti e formati. La musica entra di diritto al centro della comunicazione radiofonica. Essa diventa il linguaggio di una Società che muta, che non si fossilizza dentro certi confini, ma va oltre, superando ogni tipo di barriera socio-culturale. La musica veicola i messaggi e crea nuove identità, demolendo così la lunga tradizione del parlato, che resiste e non scompare del tutto, ma si trasforma anch’esso. Non è più un parlato forbito, accademico, ma gergale, che rompe gli schemi classici e che arriva a tutti. Nascono trasmissioni, non solo nelle prime radio private, ma anche in Rai che desacralizzano il parlato dell’ante guerra e trasformano la Radio in uno strumento di compagnia intima, privata.
Come si è visto, lo stesso discoro si può fare per l’informazione, si mantiene sì un certo rigore, una certa professionalità, ma si cerca di arrivare alla gente sfruttando i mezzi più consoni alla radio: la tempestività e la diretta.
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Tutto il calcio minuto per minuto rientra in questo filone, nel filone del «C’era una volta e c’è ancora» perché è una trasmissione che ha completamente stravolto il modo di fare Radio in Italia.
Un esperimento che è riuscito a cogliere da un lato il cambiamento del mezzo tecnico, dall’altro le aspettative degli ascoltatori. Un connubio trasmissione-radioascoltatore reso forte proprio da quest’ultimo che in Tutto il calcio riusciva a trovare il programma di cui aveva bisogno. Il target della trasmissione era ampissimo, era difficile fallire, più difficile era invece riuscire a mettere in piedi un prodotto che potesse soddisfare l’utenza.
Le difficoltà mostrate erano solo di tipo tecnico, la Rai era ancora dotata di impianti molto vecchi e di idee ancora troppo radicate alla tradizione, un passo che costò sforzi e sacrifici, ma che alla fine diede e continua ripagare appieno l’Azienda. Una scommessa di pochi vinta da tutti, come spesso accade in certe occasioni. Un programma entrato nella storia di un Paese e che ancora oggi, alla luce di una concorrenza non più solo interna, ma sfrenata con tutti gli altri mezzi di comunicazione, continua a scrivere le sue pagine di storia.
Gli ideatori di Tutto il calcio capirono quale era la strada da battere e seguire, e chi dopo loro ha preso le redini della trasmissione ha fatto la medesima cosa, non stravolgendo l’assetto di un prodotto vincente, ma modificandolo di tanto in tanto e apportando le giuste modifiche per metterlo a passo coi tempi.
Si è passati dalla diretta dei soli secondi tempi, alla divisione in due programmi distinti e separati (Tutto il calcio e Domenica Sport), su due canali diversi (Radio Uno e Radio Due) del primo e del secondo tempo, alla fusione in un unico programma (Tutto il calcio) e la messa in onda sui due canali Rai dell’intera cronaca delle partite del campionato. Si è passati dall’avere un solo uomo, il radiocronista, sia in cabina per il racconto del match, che negli spogliatoi per raccogliere le interviste, alla separazione del lavoro con soggetti preposti solo ad una particolare mansione. Ma la solfa non è mai cambiata, il credo della trasmissione è sempre stato
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quello: simultaneità, cambi di campo e informazioni veloci, chiare ed efficaci. Il servizio proposto dalla Rai con Tutto il calcio minuto per minuto è rimasto inalterato negli anni e a cambiare è stato il contorno. La concessione dei diritti solo per i primi tempi, poi per tutti i novanta minuti. Lo sgretolamento del Campionato in più momenti e più collegamenti: anticipi, posticipi, partite in mezzo la settimana… sono tutti elementi che dimostrano quanto la trasmissione sia stata capace di adattarsi ai cambiamenti del calcio, proprio come per anni e anni, tempo addietro riuscì a fare la radio. L’adattamento, il riuscire a trasformarsi diventa così un elemento essenziale per la radio che vuole continuare a vivere e sopravvivere.
Oggi Tutto il calcio continua ad andare in onda dalle frequenze di Radio Uno, proprio come un tempo, e proprio come quel tempo racconta, domenica dopo domenica (o sabato dopo sabato!) ciò che accade sui terreni di gioco di tutta Italia. La formula è sempre la stessa, vincente negli anni: informare emozionando la gente. Ancora oggi la voce dei cronisti di Tutto il calcio irrompe nelle case degli italiani, o se non proprio lì, accompagna i viaggi, le uscite di alcuni di quei milioni di italiani che un tempo seguivano solo Tutto il calcio e che oggi hanno un’ampia scelta.
L’adattamento però non è finito. La situazione attuale non permette cali di concentrazione e la Radio sa che non può permettersi passi falsi. In un quadro certamente connotato dalla potenza delle Tv satellitari o digitali che offrono un servizio a pagamento, la Radio pesca il jolly Internet, dimostrando ancora una volta una grande capacità di ibridazione. Tutto il calcio non va in onda solo sulle frequenze di Radio Uno, ma è anche possibile ascoltarlo su Internet o tramite apposite applicazioni per telefonia mobile. Un ulteriore cambiamento o miglioramento di un prodotto che tende a non fossilizzarsi all’interno della propria gloria, ma che guarda avanti, aprendo nuovi orizzonti e cercando di allargare il proprio bacino di utenza, ma soprattutto un modo per non sparire, non scomparire dalla scena proprio come fatto dalla trasmissione di
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punta della televisione pubblica: 90° Minuto. La Rai non è riuscita, come nel caso di Tutto il calcio a gestire una situazione complessa, resa ancora più difficile dall’avanzare della concorrenza. Il cambiamento avuto nel mondo del calcio ha estromesso dai giochi quello che era un appuntamento abituale per ogni appassionato. La televisione ha mostrato dei limiti acuiti ancor di più dall’aumentare dell’offerta da parte della concorrenza. Un tempo i gol era possibile vederli solo su Rai Uno, oggi invece la trasmissione dell’Ammiraglia Rai continuava a mostrare i gol per ultima, anche se manteneva il primato per quanto riguarda il chiaro. L’ampia offerta proposta da Sky, Mediaset e altri mezzi più o meno leciti ha permesso al fruitore di vedere i gol al termine delle partite o durante il loro normale svolgimento. Uno stravolgimento radicale che ha fatto sì che scomparisse dalla Tv, il luogo di scontro più aspro, il programma di punta della domenica Rai, che venissero a mancare, dopo anni e anni di servizio i gol delle 18.10.
Discorso diverso va invece fatto per la radio, che continua ad avere un suo seguito, concorre non sullo stesso piano dei colossi commerciali, ma su un campo decisamente diverso. Acquisisce quella parte di pubblico che la televisione non può accaparrarsi. La stanzialità del mezzo televisivo è un limite anche per le grandi emittenze televisive a pagamento, che proprio dalla Radio stanno imparando a modificarsi. L’offerta televisiva adesso passa anche su altri canali, internet, applicazioni telefoniche, oggetti che non obbligano l’individuo a star fermo, ma con ancora i suoi limiti. L’offerta televisiva richiede l’uso degli occhi, un’attenzione che la Radio non richiede. Per questo è più semplice in macchina accendere l’autoradio, sintonizzarsi sulle frequenze Radio Rai e ascoltare il commento della partita. Un tempo c’era il binomio cinema-radio; poi quello radio-televisione; oggi si può e si deve parlare del triangolo venutosi a creare tra Internet-Radio e Telefono cellulare. L’approdo ad Internet e altri strumenti tecnologicamente avanzati è la nuova fase di una radio che è notevolmente cambiata
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negli anni e che ancora oggi continua a scrivere pagine della propria favola.
«C’è ancora oggi la Radio. C’è ancora oggi Tutto il calcio minuto per minuto». Non solo presuntuosamente si può dire anche: «C’è e ci sarà ancora».
Non è lecito sapere per quanto. Ma fino a quando l’asticina tra domanda e offerta non raggiungerà limiti improponibili Tutto il calcio continuerà ad andare regolarmente in onda e mantenere Radio Uno tra le prime dieci stazioni radiofoniche più ascoltate all’anno. Dati alla mano64 gli ascoltatori del primo canale radiofonico Rai sono rimasti immutati nell’ultimo anno, segno che qualcuno restio alle novità o impossibilitato a seguire un calcio frammentato ancora c’è. La parola fine sulla favola di Tutto il calcio minuto per minuto non si può ancora scrivere, passerà del tempo. Forse poco o forse tanto, chissà.
Ciò che invece oggi si può affermare con certezza e con un velo di amarezza, mista a tristezza è che nel nostro Paese non c’è più quel bel gioco di una volta. Si può insomma dire che se qualcosa non c’è più, beh, quel qualcosa non è il racconto delle partite alla radio, o la magia che ruota attorno all’apparecchio radiofonico. Più semplicemente: «C’era una volta il bel calcio». «C’era il campionato più bello, difficile e seguito del Mondo».
Oggi è rimasta la sua brutta copia, quello che a stento riesce ancora a legare, esaltare, far sognare.
Un tempo i ragazzini ripetevano le gesta dei loro eroi senza neanche averli mai visti in viso, adesso, gli altri eroi, quelli contemporanei sono ovunque: in Tv, negli spot, sui giornali scandalistici e nei vari giochi di calcio.
Si parla di loro più per quello che fanno fuori dal campo, che dentro. Campioni stereotipati in un mondo in cui i valori non esistono più.
64 Vedi appendice III in fondo alla Tesi
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Una cosa è certa, ancora oggi le voci dei cronisti di Tutto il calcio raccontano con la stessa intensità, con le stesse emozioni un gioco, che sarebbe meglio rivalorizzare, partendo magari dall’abbandono delle immagini e la progressiva riscoperta della parola. In fondo non ci vuole poi così tanto. Basta, proprio come da quel lontano gennaio 1960, girare la manopola della Radio, trovare il canale giusto e fantasticare, con in sottofondo la voce dei nuovi Carosio, Martellini, Ameri, Ciotti… “alla fine di tutto c’è un segreto: la capacità di raccontare una storia. Perché ogni evento, sportivo e non, ha un inizio e una fine e ci sono personaggi protagonisti e comprimari, spesso ci sono anche i buoni e i cattivi e una morale. Insomma c’è un romanzo, con le sue regole di narrazione, dietro ogni evento che, tramandando un’antica tradizione, attraverso la parola, ti proponi di far vivere a chi ascolta. Il fascino della radio è un po’ questo: l’antica capacità di far vivere attraverso la voce emozioni vere veicolate, per chi segue, attraverso solo uno dei cinque sensi, l’udito. E questo vale ancora oggi come da migliaia di anni. Non è una bellissima storia?”.65
Solo così «si potrebbe tornare a rivivere un gioco pieno di valori e continuare a vivere tutti felici e contenti». Senza però avere la fretta di mettere la parola fine.
65 Vedi intervista in Appendice a Nicoletta Grifoni p. 130.
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Appendici
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Appendice I – Le interviste
Questa appendice riporta una serie di interviste che trattano il presente, il passato e il futuro della trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto. Curiosità e aneddoti da parte di chi ci ha lavorato, ci lavora o ne è un appassionato.
Filippo Corsini nasce a Roma il 4 Agosto 1962. E’ un giornalista e conduttore radiofonico italiano. Lavora in pianta stabile per la Rai, dove è vice caporedattore della redazione sportiva del Giornale Radio. Il sabato pomeriggio conduce la trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto per le partite del campionato di Serie B. La domenica pomeriggio dalle 14.00 fino alle 23.30 conduce il contenitore sportivo Domenica sport e dopo la scomparsa di Alfredo Provenzali sta al timone della trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto gestendo i campi collegati e aggiornando i risultati delle partite di Prima e Seconda divisione inserite nella schedina Totocalcio. Nel corso del pomeriggio sportivo della domenica, Corsini, al termine delle partite, effettua i collegamenti con gli inviati sui campi della Serie A per le interviste del dopo gara. Nello stesso tempo è in collegamento con Filippo Grassia che, dagli studi di Milano, oltre a commentare le partite, effettua la ormai famosa Moviola alla radio. Nell’ultima parte della trasmissione, dalle 22.30 alle 23.30, insieme a Filippo Grassia e a Nevio Scala risponde alle domande dei radioascoltatori.
Riccardo Cucchi nasce a Roma il 31 Agosto 1952. Laureatosi in Lettere, nel 1979 viene assunto alla Rai dopo aver vinto un concorso per radio-telecronisti. All’inizio degli anni Ottanta comincia a lavorare per “Tutto il calcio minuto per minuto” insieme a voci storiche della trasmissione come Sandro Ciotti, Enrico Ameri, ed Alfredo Provenzali. Oltre al calcio segue anche canottaggio, scherma ed atletica leggera, sport quest’ultimo di cui commenta, nel 1992, le gare alle Olimpiadi di Barcellona. Dal 1994 sostituisce Sandro Ciotti come radiocronista della Nazionale ed oggi è la voce principale di “Tutto il calcio minuto per minuto”. Inoltre ha partecipato come inviato a sei Olimpiadi e a quattro Mondiali di calcio, tra cui quello di Germania 2006, di cui ha raccontato la finale, riempiendo di gioia i cuori di tutti gli italiani amanti del Nazionale azzurra. Dall’estate del 2007 è caporedattore della redazione sportiva di RadioRai al posto di Marco Martegani.
Nicoletta Grifoni è la prima voce di Tutto il calcio minuto per minuto. Riesce in un solo collegamento, il primo datato 14 novembre 1988, a sfatare due tabù: il primo inerente alla trasmissione più amata dagli italiani. Per la prima volta una donna stava raccontando una partita di calcio; il secondo inerente al pensiero comune, che lo sport, o il calcio fosse cosa solo per gli uomini. Negli anni Settanta muove i primi passi come giornalista sportivo in una radio privata, poi nel 1988 approda alla Rai e nel
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giro di poco a Tutto il calcio minuto per minuto. Si occupava di calcio, basket, ma il suo amore era ed è la pallavolo. Questo amore la portò lontano dai microfoni di Tutto il calcio e ad intraprendere una nuova strada, condurre Pallavolando, che le permise di raccontare gli anni d’oro della Pallavolo italiana. I suoi ricordi legati al calcio non sono tutti belli come la vittoria dell’Inter di Trapattoni del 1989, per via di un San Siro letteralmente esploso di gioia e in festa (l’essenza del calcio!), o per l’incontro negli spogliatoi con Maradona, un idolo per i tifosi napoletani e non solo, ma anche di momenti brutti. Nicoletta Grifoni si distaccò dal calcio dopo il terribile fatto accaduto ad un giovane tifoso dell’Ascoli, percosso con sassi e bastoni da alcuni tifosi della squadra avversaria. Qualche giorno dopo il giovane morirà a causa delle conseguenze di quel pestaggio e segnerà profondamente la giornalista. “Vedere da vicino cosa può succedere in una famiglia che perde un ragazzo per una partita di calcio allo stadio è qualcosa che non si può dimenticare, che trasforma il tuo rapporto con lo sport”.
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Intervista a Filippo Corsini
Come si sente ad essere l’erede di un grande come Alfredo Provenzali?
“E’ una grande responsabilità, addolcita dal fatto che con Alfredo ho diviso gli ultimi quindici anni della mia vita, tutte le domeniche, a volte anche il sabato, sempre in studio accanto. Quindi, alla fine era diventato un rapporto di tipo padre-figlio, zio-nipote, anche amico-amico”.
Quant’è difficile stare al comando di una trasmissione così articolata, che è entrata di diritto nelle abitudini degli appassionati di calcio?
“Bisogna non pensarci, o pensare solo che fai la cosa che hai sempre voluto fare. Perché io mi ritengo un privilegiato, visto che avevo puntato questa trasmissione fin da bambino, sentendola alla radio, mimando i calciatori, facendo finta di essere in campo io stesso… ho sempre saputo, ho sempre detto io devo condurre Tutto il calcio minuto per minuto. Alla fine la fortuna, la tenacia, mi hanno permesso di poterlo fare, di avere questa grande opportunità. Ogni volta che parte la sigla è sempre una grande emozione. Non devi pensare che la gente ti ascolta e devi essere molto naturale. Condurre questa trasmissione ti dà l’opportunità di riuscire a prendere decisioni, talvolta difficili, in pochi secondi. Ti insegna a decidere in poco tempo”.
Com’è cambiata la trasmissione e come crede che cambierà domani?
“Intanto bisogna dire che è cambiata radicalmente, perché come molti si ricorderanno, la trasmissione prima era impostata soltanto sulla diretta dei primi tempi delle partite. Prima Radiouno mandava in diretta soltanto il secondo tempo delle partite, perché si credeva, la Lega calcio credeva, che trasmettere integralmente tutte le partite avrebbe tenuto lontano gli spettatori dagli stadi, pensa come sono cambiati i tempi (sorride ndr). Poi la trasmissione, con il passare degli anni si è evoluta,
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ovviamente, si cominciavano a trasmettere le partite dal primo minuto e c’era chi effettuava le interviste. Per dirti come è cambiata la Rai, il radiocronista, tipo Sandro Ciotti non effettuava le interviste dagli spogliatoi, ma c’era un altro addetto solo per quello, poi con i tempi è cambiato tutto e anche Ciotti è sceso a fare le interviste. Adesso si continua così, di norma chi fa la partita, fa anche le interviste e poi, con questo campionato ‘spezzatino’ non si finisce mai, perché si comincia dagli anticipi, posticipi, recuperi… questo secondo me ha molto tolto al fascino della struttura”.
Sul futuro invece? Ha una visione ottimistica, la radio avrà un ruolo importante anche domani?
“Beh sì, perché partendo da un discorso prettamente romantico la radio è rimasta l’ultima isola, l’ultimo baluardo contro lo strapotere e lo stradominio delle televisioni. Poi c’è questa cosa che sentendo la radio, secondo me, si immagina una partita migliore. La radio fa sognare, aiuta la fantasia, la stimola e magari in un racconto non supportato dalle immagini vedi anche un’altra partita, in mente, ai tuoi occhi, addolcita, edulcorata rispetto a quello che realmente mostrano le immagini vere e proprie. Poi, da un punto di vista prettamente più spietato, economico-commerciale, io credo che la Rai sia consapevole dei mezzi di questa trasmissione di punta, che ha compiuto e superato i cinquanta anni. Quindi se resiste da cinquanta anni un motivo ci sarà. È una trasmissione che continua ad avere il suo zoccolo duro di ascoltatori, che per nulla al mondo rinuncerebbero a Tutto il calcio”.
Della serie finché ci saranno appassionati, ci sarà la trasmissione?
“In un certo senso. C’è ad esempio chi, lo so per certo, vede le partite alla tv, togliendo l’audio e mettendo Tutto il calcio, anche se questo comporta però dei problemi, perché l’immagine del satellite arriva più tardi, quindi mentre il radiocronista di tutto il calcio grida gol, le immagini sono ancora a centrocampo. Quindi, per tutta una serie di cose si può affermare che è una trasmissione che davvero, volendo, può durare ancora altri cinquanta anni. Ma questo non dipende ovviamente da noi…”
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Nello scontrarvi con le grandi potenze televisive, vi sentite un po’ come Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento?
“Sì, con i fucili di sughero contro i carri armati. Però io sono anche molto riconoscente ai calciatori, agli allenatori che ti conoscono, ed essendo essi stessi fruitori di Tutto il calcio ti trattano con più benevolenza. Si ricordano di te, sono ben felici di farsi intervistare. Ancora oggi Tutto il calcio vive un po’ nel suo ricordo, sulla tradizione della grandezza della Rai. È un po’ il prodotto che non tradisce mai, che almeno ci prova, poi ogni tanto capita che anche noi sbagliamo…”
Provenzali scelse Lei come suo erede. Per il post-Corsini ha in mente già qualcuno a cui poter affidare la conduzione della trasmissione?
“(ride ndr) Non sono io a sceglierlo… ma ci sono tantissimi bravi giornalisti. Una cosa è sicura. Chiunque sia la trasmissione sarà in buone mani”.
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Intervista a Riccardo Cucchi
Partiamo dalle origini della trasmissione che adesso coordina. Gli esordi di Tutto il calcio minuto per minuto.
“Tutto il calcio nasce intanto il 10 gennaio 1960, diciamo come sperimentazione. Il ’60 è l’anno delle Olimpiadi di Roma, di una grande impresa da un punto di vista tecnico e giornalistico per la Rai, che naturalmente pretendeva delle sperimentazioni, perché l’idea era quella di, evidentemente, con le Olimpiadi, sperimentare la contemporaneità dei collegamenti da più di un campo. Parliamo di radio in questo caso, ma era un problema anche della Tv, ma noi ci fermiamo alla radio. Una cosa che non si era mai fatto fino a quel momento.
Sappiamo che Nicolo Carosio era il radiocronista che raccontava una delle partite del nostro campionato di calcio e che all’interno della sua lunga radiocronaca di novanta minuti, dava aggiornamenti, abbastanza frammentari e anche un po’ casualmente, rispetto alle poche notizie che riusciva ad avere, delle partite che si svolgevano contemporaneamente a quella che lui raccontava.
Nel 1960 nasce questa idea, cioè l’idea di provare ad interconnettere più di un campo per dare un quadro più ricco di quella che era la giornata di campionato.
L’idea nasce a Guglielmo Moretti, con Roberto Bortoluzzi e Sergio Zavoli, tre grandi giornalisti che hanno scritto la storia della radio. Moretti in particolare si ispira ad una trasmissione che sente casualmente, perché lui frequentava spesso Parigi, dalla radio francese, che però non si occupava di calcio. Si occupava di tante discipline sportive e riusciva a mettere insieme il rugby con l’atletica leggera, piuttosto che l’atletica leggera con un altro sport.
Questa idea di simultaneità fa sorgere a Guglielmo Moretti l’ipotesi sulla quale poter lavorare per sperimentare, e quindi nasce la prima puntata di Tutto il calcio minuto per minuto, con tre campi collegati”.
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L’esperimento andò bene e si parti. Fu subito un successo?
“La prima voce è di Nicolo Carosio, che non gradisce molto il fatto che ci siano altri colleghi ad interrompere il corso del suo racconto.
Non andò bene la prima puntata, anzi, gli ingegneri che erano all’epoca in Rai molto potenti, perché ovviamente avevano in mano il potere tecnologico, erano molto scettici. Progressivamente, poi, nell’arco dei mesi, la cosa funzionò bene e fu il terreno di sperimentazione, che poi fu di fatto perfezionato nel mese di agosto/settembre con le Olimpiadi di Roma.
La circostanza singolare è che Tutto il calcio non nasce per vivere come trasmissione di calcio dal ’60 in poi, ma nasce come esperimento, tra l’altro senza avere una reale prospettiva di sviluppo, di continuità nel tempo. C’era più scetticismo che convinzione che quello potesse essere un modo diverso di raccontare il calcio. Al contrario è avvenuto. Grande successo naturalmente alle Olimpiadi, ma soprattutto grande successo di Tutto il calcio che da quel momento, ininterrottamente, racconta il campionato di calcio fino ai giorni nostri”.
Quando si ha la certezza di avere un prodotto veramente forte?
“Dopo qualche puntata. Quando si sono superate soprattutto le prime difficoltà tecniche. Ricordiamo che in quegli anni ovviamente non c’erano le conoscenze tecnologiche, né gli strumenti tecnologici di cui siamo in possesso oggi.
Trasmettiamo in digitale, usiamo i computer portatili, usiamo quegli strumenti che sono diventati parte del nostro stesso lavoro e che quei tempi non esistevano. Le uniche possibilità erano concesse dalle linee telefoniche, che venivano trasformate attraverso una, diciamo, linea dedicata, in sistemi di trasmissioni di voce, ma certamente era una qualità più bassa, intubata, come si usa dire in gergo, anche pericolosa, perché non stabile nel tempo. Qualche problema da questo punto di vista c’era senz’altro, ma è chiaro che si comprende quasi subito la portata di questo grande esperimento. Io mi permetto di dire che in quel momento è la radio che inventa sé stessa.
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Si parla oggi di all news, di informazione h24, cioè di reti televisive e radiofoniche interamente aperte per tutta la giornata e cioè con finestre che si aprono e si chiudono sulla realtà del mondo, e se pensi un attimo, che cos’era Tutto il calcio se non questo già nel 1960? Finestre che si aprono e chiudono su una realtà in evoluzione, che i radiocronisti raccontano. In questo caso puramente calcistico, ma quel modello oggi è applicato integralmente a tutte le radio e addirittura applicato a molti canali televisivi h24”.
Quali caratteristiche deve avere una radiocronaca?
“Ti rispondo con un esempio. Se noi prendiamo la pagina di un giornale, di un quotidiano qualunque, naturalmente spesso campeggia sulla prima pagina una fotografia. Al di sotto della foto è riportata una didascalia. Ecco. La didascalia è la telecronaca, la radiocronaca è invece il racconto della foto, che ovviamente chi ha la radio non ha. Quindi è il racconto di tutto quello che compare nella foto: i personaggi che ci sono, cosa stanno facendo, i colori, dove è ambientata la foto, i racconti di tutti i dettagli della foto. Questa è la radiocronaca. Mentre la telecronaca può appunto procedere con didascalie. Basterebbe citare chi tocca la palla in quel momento, non c’è bisogno di dire: ‘fuga sulla fascia’ o ‘dal fondo il cross’, perché questo in Tv lo vediamo, in radio questo invece va detto e devi raccontare ciò che l’ascoltatore non riesce a vedere. Primo elemento di discriminazione tra radio e Tv è di fatto, poi, la descrizione di quello che è la radiocronaca: ‘il racconto della palla, di dove la palla si muove sul campo, di chi la tocca e dei movimenti che la palla fa nel rettangolo di gioco’. Questo è l’elemento tecnico, poi c’è l’elemento emozionale. L’elemento emozionale che secondo me è ancora più importante”.
Può spiegare meglio questo passaggio?
“Intanto il racconto della partita in tutti i suoi dettagli significa evidentemente una grande duttilità nell’uso delle parole, un lessico il più possibile completo che ti consente in ogni momento di dare un’immagine che si trasferisca immediatamente nella mente di chi ascolta, affinché ne possa riprodurre una copia nella sua immaginazione e possa vedere il
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campo. Questo significa fare un uso molto articolato delle parole. Naturalmente, c’è il fattore emotivo, che come detto è molto importante. Io dico sempre ai più giovani, ma lo dico anche a me stesso anche se ormai sono tanti anni che faccio questo lavoro, che la prima cosa, la più importante, per la radiocronaca è emozionarsi. Perché se si emoziona il radiocronista è possibile che si emozioni anche l’ascoltatore. Se il radiocronista non è emozionato la sua emozione ovviamente non raggiunge nemmeno l’ascoltatore”.
La domenica negli anni si è consacrata al calcio e Tutto il calcio è diventato il santuario per molti appassionati di questo sport. Sentite oggi meno quest’importanza?
“No, no. Noi sentiamo la grande responsabilità, di essere parte di questo meraviglioso progetto che è Tutto il calcio minuto per minuto, che quest’anno ha raggiunto i cinquantatré anni di vita, ininterrotti. Non si è mai fermata questa trasmissione, a meno che non si sia giocato il campionato naturalmente, e siamo consapevoli della sua storia, una gigantesca storia. Siamo consapevoli, dunque, del suo passato, ma siamo altrettanto consapevoli dell’importanza che ha nel presente questa trasmissione e pensiamo, e io in particolare avendo l’onere di coordinare il gruppo di lavoro, sto già immaginando il futuro di questa trasmissione. Quindi abbiamo una grande responsabilità e lo sappiamo, anche perché la gran parte di quelli della mia generazione, sono prima nati come ascoltatori, negli anni 60’. Io ero un ragazzino, di 8-9 anni, mi rinchiudevo nella mia stanza la domenica, non c’erano gli strumenti che oggi sono a disposizione, e per fortuna aggiungo, di tutti i giovani, che possono avere altre radio, altre Tv, altri mille sistemi per sapere quello che succede dentro un campo di calcio. A quei tempi c’era solo la radio, tra l’altro non dal primo tempo, dal secondo persino e fino a quel momento eravamo completamente all’oscuro di ciò che avveniva sui campi italiani. Quindi c’era una grande emozione nel sentire la sigla, la voce di Roberto Bortoluzzi, il giro dei campi… il primo giro dei campi che dava i risultati dei primi tempi. Quindi una prima informazione fondamentale”.
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Che mi dice del suo esordio?
“Sono nato come ascoltatore della radio e nella mia immaginazione da bambino ho sognato di fare questo mestiere, che mi sembrava un mestiere affascinante e meraviglioso. Ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare accanto ai grandi, che avevo ascoltato da bambino. Un’emozione che puoi immaginare. La prima volta che mi dissero accompagna Enrico Ameri, lo assisterai senza parlare, per rubare, mi sono setto per mio conto, i suoi segreti. Contavo i calci d’angolo, questo era il mio lavoro, per la prima occasione in cui sono uscito con Enrico Ameri. Gli fornivo il foglietto sul numero di calci d’angolo, che all’epoca era un dato di cronaca che si doveva dare, oggi un po’ meno, ma all’epoca si dava. La grande emozione di vivere la diretta insieme a lui, e poi ancor più grande l’emozione di entrare per la prima volta in questa trasmissione, non solo da ascoltatore, e poi spiegherò perché non solo da ascoltatore, ma finalmente anche da protagonista. Seppure ovviamente dall’ultimissimo dei campi. Un’emozione incredibile che conservo ancora con me”.
Parentesi ascoltatore. Può spiegare meglio cosa vuol dire?
“Di questa esperienza, mi riferisco all’ascolto, è rimasta ancora oggi una forte valenza e la trasferisco, quando è possibile, anche ai più giovani colleghi, perché per fare questa trasmissione bisogna essere non solo protagonisti, ma prima ancora e forse ancor di più ascoltatori, perché la grande difficoltà di questa trasmissione sta nel fatto che dobbiamo concentrarci sulla nostra partita, ma dobbiamo, nel contempo, non perdere d’occhio, d’orecchio tutto ciò che avviene nella trasmissione, perché siamo un gruppo, un’equipe e dobbiamo essere consapevoli che, mentre noi stiamo osservando la partita, altri colleghi stanno raccontando le loro partite. È molto importante per la tenuta dei ritmi, è molto importante per la scelta del momento in cui entrare. A volte qualche errore si commette ancora oggi sia chiaro, ma è ovvio che io non potrò mai entrare, sarebbe scorrettissimo, un grave errore di grammatica, se io entrassi per annunciare il gol della mia partita che non è collegata, sull’azione che si sta concludendo su un altro campo, con il collega che
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sta per raccontare il tiro, che magari produce poi il gol. Bisogna avere la pazienza di aspettare cinque secondi, e ovviamente solo dopo entrare. Quindi, prima ascoltatori e poi protagonisti della telecronaca. Siamo ancora oggi… sono ancora oggi malgrado sia dentro questa trasmissione e abbia l’onore, il privilegio di coordinarla, ancora una volta solo un ascoltatore”.
Però l’interruzione è ciò che il tifoso si aspetta.
“Sai che cos’è l’interruzione? È la breaking new”.
A proposito di interruzione, ce n’è una che ha fatto un po’ la storia… la può raccontare?
“Sì, quella di Sandro Ciotti. Lì fu un caso singolare e divertente che creò un incidente diplomatico non da poco, con grandi difficoltà per l’allora capo che era Guglielmo Moretti di risolvere ciò che era avvenuto, creando il contrasto. Diciamo subito che Sandro Ciotti ed Enrico Ameri sono stati due straordinari maestri della parola, due grandi protagonisti, due prime voci con caratteristiche molto diverse. Enrico Ameri un grande narratore, un grande affabulatore, con grande capacità di racconto. Sandro Ciotti, soprattutto un grande tecnico, ma anche lui in possesso di un vocabolario unico e irripetibile. Forse Sandro ha un po’ sofferto, nella sua esistenza professionale, il fatto che i capi di allora avessero scelto Enrico Ameri come prima voce e lui come seconda. Diciamo così, facendo ovviamente leva sul fatto che Enrico Ameri, come Nicolò Carosio che è stato il nostro capostipite, aveva una maggiore scioltezza e facilità di racconto, magari meno tecnico, ma più travolgente ed motivo sul piano della percezione dell’ascoltatore, quindi questo è il quadro in cui si inseriscono i sue amici. Amici ma anche avversari, professionalmente uno contro l’altro.
Successe quel giorno che la regola, che era stata all’epoca varata dai coordinatori di questa trasmissione, e che dopo il terzo o quarto gol non si interrompesse più sul collega che aveva la linea, ma si aspettasse il cambio di linea, cioè il passaggio tra un campo e l’altro, per non interrompere il racconto, su gol che erano ininfluenti rispetto all’1, non
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dimentichiamocelo. Tutto il calcio serviva ai giocatori della schedina per verificare i loro punteggi, per cui, sul 3-0, il quarto gol era ininfluente rispetto all’1 della schedina che era ben consolidato. Per questo si decise di fare questo esperimento a ‘cambio di campo’. Sandro non rispettò questa regola, mi pare che fosse il quarto gol della sua partita, ormai assolutamente chiusa, mentre quella di Ameri era ancora molto viva, e lui interruppe Enrico Ameri annunciando e violando la regola che era stata individuata, e descrisse e diede il quarto gol. Purtroppo il tecnico che lavorava con Enrico Ameri, distrattamente non abbassò il potenziometro del microfono di Enrico Ameri e quest’ultimo, convinto di non essere in onda, se ne uscì in diretta con una parolaccia, un insulto nei confronti dell’amico-avversario Sandro Ciotti, che andò regolarmente in onda”.
Cosa successe in seguito?
“ Con il disappunto generale, in un’azienda che era molto diversa, com’era molto diversa l’Italia di allora da quella di oggi, questo fatto creò un corto circuito terribile, con lettera di dimissioni il giorno dopo presentata da Sandro Ciotti, che voleva abbandonare trasmissione, Azienda e radio. Iniziò il grande lavoro di recupero da parte di Guglielmo Moretti, e infine, nella trasmissione di Claudio Ferretti, che è stato uno delle grandi voci, figlio d’arte tra l’altro, il grande Mario era suo papà, i due finalmente si spiegarono e brindarono”.
È stato comunque un dualismo che è servito a far crescere la trasmissione e il gruppo.
“Io considero Ameri e Ciotti un po’ come Coppi e Bartali, perché nella diversità, nel loro valore assoluto di tutti e quattro: Coppi-Bartali e Ameri-Ciotti. Valori assoluti, voci e campioni assolutamente indiscutibili. Questo dualismo, forse su questo dualismo si è consolidata la fortuna, la fama di questa trasmissione”.
Che impatto emotivo le resta di quell’ultima radiocronaca che due amici-nemici?
“Un ricordo dalle lacrime agli occhi. Ci ricordiamo tutti naturalmente. Anche in quel caso furono diversi Ameri e Ciotti, perché
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Ameri fece veramente l’ultima radiocronaca e poi lasciò il microfono e si dedicò ad altro, purtroppo per poco tempo, perché poi fu colpito da una grave malattia. Mentre Sandro lasciò sì il microfono come radiocronista, ma rimase come collaboratore della radio, con me anche, a ‘Radio Anch’io’ per molti anni e sostanzialmente, mentre Enrico si isolò nella sua vita privata e purtroppo non fu fortunato. Nel suo epilogo abbastanza triste fu colpito da una malattia che lo colpì in maniera grave e poi per molti anni, quindi perse i contatti con il mondo, mentre Sandro rimase con noi, al microfono. Praticamente posso dire che lui scomparve a luglio e l’ultima trasmissione la facemmo insieme alla fine di giugno, quindi praticamente mi viene da dire che Sandro morì al microfono. Anche in questo erano molto diversi”.
Un altro pilastro della trasmissione è venuto a mancare da poco. Che ricordo ha di Alfredo Provenzali?
“Alfredo è stato, per me in particolare, una specie di secondo papà. Io sono entrato in questa meravigliosa Azienda nel ’79 per concorso. Poi dopo una serie di esperienze periferiche, come è giusto che si faccia per farsi le ossa, ebbi l’occasione straordinaria per me di partecipare alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984. Avevo cinque anni di anzianità aziendale, quindi veramente poca roba, però evidentemente i capi di allora stimavano questo giovane ragazzetto che poteva, forse, crescere bene, e visto che in passato si stava molto attenti al cambio generazionale, quindi si favoriva l’ingresso dei più giovani quando gli altri, i maestri, erano ancora forti, proprio per consentire loro si crescere lentamente e poi, eventualmente se in grado, prendere il loro posto. Io ero emozionatissimo, ovviamente questa partenza da Fiumicino, con un aereo pieno di grandi voci mi emozionò veramente, al punto di paralizzarmi, non riuscire a parlare, non riuscire ad esprimere la mia gioia, il timore di qualunque cosa. Ecco, chi mi prese sotto braccio e capì la mia personale angoscia di giovane collega fu proprio Alfredo Provenzali, che mi guidò, insieme a Rino Icardi, altra grandissima voce della radio, mi guidò in questo terribile labirinto che erano le Olimpiadi, e mi rassicurò. Ebbi la fortuna di conoscerlo in quell’occasione e poi di vivere tante esperienze
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professionali, fino a quello che io definisco un paradosso – non so se mi comprenderai -. Quando fui nominato caporedattore di questa redazione, e quindi sostanzialmente, in modo improprio divenni il capo, tra virgolette, il coordinatore di questo gruppo, anche di Provenzali, che era però un collaboratore in pensione. Io ovviamente non mi sono mai definito, non ho mai pensato presuntuosamente di essere il capo di Provenzali. Provenzali era una grande maestro, al quale chiedevo collaborazione in questa fase della mia vita professionale molto complicata”.
Nel 1987 Tutto il calcio minuto per minuto e Domenica Sport diventano in qualche modo un’unica trasmissione. Che momento è stato?
“Sì, si rientra nei 90 minuti. Diciamo che Domenica Sport è un’invenzione di Mario Giobbe, che è stato un altro dei grandi coordinatori di questa trasmissione, un grande talent scout. Mi permetto di dire che se sono arrivato fino ad oggi qui lo devo a lui, perché lui puntò molto su di me, scoprendomi perifericamente in un’occasione strana”.
Tutto ebbe inizio con Campobasso-Fiorentina, esatto?
“Sì. Io lavoravo per la sede regionale dei Campobasso, ero stato appena assunto, mi si presentò questa occasione, perché si ammalò il collega che doveva fare al posto mio la partita66. Quindi io mi buttai, ovviamente, con grande gioia perché era quello che volevo. Mario mi sentì, mi chiamò a Roma il giorno dopo, mi disse ‘mi sa che tu puoi fare delle cose con noi’. E lì cominciai. Quando Mario Giobbe per me è un’altra di quelle persone a cui sono legato da sentimenti di affetto, oltre che gratitudine professionale.
Mario Giobbe faceva Tutto il calcio solo per il primo tempo, ed era tra l’altro una palestra importante per noi giovani, perché nella prima
66 Puntata speciale di “Tutto il calcio Coppa Italia”, era in calendario la partita tra Campobasso e Fiorentina e per la radiocronaca era stato designato Ezio Luzzi, esperto di Serie B, che dovette rinunciare all’ultimo momento a causa di un improvviso attacco febbrile.
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parte di trasmissione, che non era Tutto il calcio, ma era appunto Domenica Sport, si facevano tutti i campi, quindi anche noi, che eravamo, diciamo, i più giovani, insieme ad Ameri, Ciotti e gli altri potevamo avere un’occasione per fare una partita, magari periferica, magari secondaria, magari in Serie B, magari di un campo di Serie A di una delle ultime, perché tutto il calcio aveva un format che non poteva superare cinque partite67, anche se ce n’erano di più in programma”.
Domenica Sport servì a lei e ad altri radiocronisti per farvi le ossa?
“Perché per noi era importante. Facevamo il primo tempo. Solo il primo tempo, poi rimanevamo in silenzio per tutto il secondo, salvo dare aggiornamenti sulla variazione di punteggio. Era un primo momento di esperienza in questa trasmissione”.
Come si arrivò alla “fusione” tra le due trasmissioni?
“Questa storia di Domenica Sport finì su iniziativa di Mario Giobbe e si arrivò a Tutto il calcio. Finalmente primo e secondo tempo, ma si andò addirittura oltre, perché era talmente grande l’ascolto che Radiouno raccoglieva con Tutto il calcio minuto per minuto, che la programmazione alternativa di Radiodue veniva sostanzialmente sommersa, veniva nascosta, la gente non sentiva Radiodue, perché ovviamente la domenica c’era Tutto il calcio. Perciò si decise, per non danneggiare Radiodue dei suoi ascolti, di trasmettere Tutto il calcio sia su Radiouno, sia su Radiodue, a reti unificate. Pensa un po’ quel era il valore, la forza, l’impatto che aveva questa trasmissione”.
67 In principio la trasmissione ruotava su cinque campi collegati, quattro del massimo campionato di calcio, la Serie A e uno di Serie B.
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Una trasmissione che nasce col calcio, ma si è dimostrata sensibile verso altri sport. Una lezione morale per la Società fondata sul gioco del calcio?
“Io eviterei retoriche. Sono un po’ contrario, perché dalla cattedra del giornalismo o del radiocronista possano arrivare insegnamenti di etica e morale. Non credo che sia questo l’argomento giusto da toccare, invece, sono convinto di un’altra cosa, torno a quello che ci siamo detti poco fa, dato che sono convinto che la radio inventa sé stessa il 10 gennaio 1960, l’esperienza delle all news dedicata al calcio negli anni germoglia. Si capisce che si può trattare allo stesso modo, cioè dando news h24 e breaking news h24, anche interagendo con altri sport. Per cui si apre, piano piano, il campo e si comincia a mettere dentro il trotto, all’epoca c’era. Si comincia a mettere dentro la formula uno, che cominciava ad essere interessante, con la Ferrari ecc. Si comincia a mettere dentro qualche altra cosa. Non solo, ma nascono poi nello stesso tempo altre trasmissioni che mutuano il linguaggio e il disegno editoriale di Tutto il calcio, come Tutto Basket che ha ormai compiuto quasi trent’anni; Pallavolando che dà in contemporanea tre campi di pallavolo di campionato. Addirittura avevamo la pallanuoto, il campionato di pallanuoto che era gestito da Alfredo Provenzali, con tre campi collegati. Allora si capì che questo modello di radio, di racconto radiofonico era vincente, perché consentiva agli ascoltatori di avere un quadro completo degli avvenimenti sportivi della domenica e soprattutto di avere in tempo reale tutti gli aggiornamenti dei risultati e l’andamento delle varie discipline sportive che si andavano a seguire.
Ovviamente abbiamo parlato di Roma ’60 che fu un grande successo editoriale per la Rai, immagina poi da quel momento in poi cos’è avvenuto. Tutte le Olimpiadi, fino all’ultima, con qualche difficoltà Londra nello scorso anno, perché avevamo i diritti dimezzati per via delle vicende che tutti conoscono con l’avvento di Sky ecce cc. Però il modello è quello. Noi abbiamo raccontato le olimpiadi minuto per minuto, nell’arco dell’intera giornata, per anni, per decenni. Abbiamo raccontato i Mondiali di calcio minuto per minuto, non trascurando nulla, raccontando tutte le partite, così gli Europei, così tantissime discipline sportive.
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Credo che al di là della crescita, della consapevolezza di pubblico interesse intorno ad altre discipline sportive, che è vero, insieme alla dignità che viene restituita ad alcuni sport che erano stati oscurati nel tempo. Quindi diciamo che democraticamente tutti gli sport hanno una valenza.
C’è soprattutto la scoperta che la radio può essere un mezzo di comunicazione, da questo punto di vista, importantissimo”.
Qual è il ricordo più bello che ha vissuto da radiocronista?
“Una fortuna capitata a pochissimi nella radio. Mi sento da questo punto di vista un fortunatissimo, un privilegiato. Non posso che rispondere in un solo modo: 2006, Berlino, poter gridare Italia Campione del Mondo. Beh, non capita frequentemente. Alla radio pensa, prima di me c’era riuscito due volte Nicolò Carosio, nel ’34 3 n3l ’38, una volta Enrico Ameri nel 1982. Sandro Ciotti non c’è mai riuscito. Perché la finale che lui fece, in America ’94, la fece lui Italia-Brasile, malgrado io fossi insieme a lui per la Nazionale, ma decidemmo che fosse giusto così, era il suo ultimo mondiale, fosse lui a raccontare la Finale. Purtroppo andò come andò. Quindi Sandro Ciotti non ha mai avuto la fortuna di gridare ‘Italia Campione del Mondo’. A me è toccato. Posso anche dirti, e non svelo un segreto, che in quel momento mentre Grosso realizzava il calcio di rigore, io impazzivo di gioia, come tutti gli italiani. Non mi rendevo conto in quel momento della grande fortuna che mi era toccata in sorte e nessuno pensava che quella squadra, calciopoli, sappiamo… potesse arrivare fino a quel punto, quindi immagina la sorpresa di tutti noi. Soltanto dopo mi sono reso conto , dopo molto dopo di cosa mi era successo, di cosa mi era toccato in sorte, cioè dire ‘Campioni del Mondo’. Beh, credo che sa una cosa insuperabile ancora oggi”.
Da coordinatore della trasmissione come vede il futuro di Tutto il calcio, soprattutto alla luce della concorrenza sfrenata delle Tv?
“Io sono molto ottimista. Sono molto ottimista e non per partito preso partigianeria aziendale. Lo dico con onestà, per i dati che ho in
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mano. Dati che ci dicono che ancora oggi il prodotto Tutto il calcio non soltanto è molto ascoltato, ma soprattutto nell’immaginario della gente abbiamo studi che ce lo dicono, indagini prodotte da noi, dall’Azienda, nell’immaginario collettivo, se c’è un prodotto che identifica nella percezione dell’ascoltatore il canale Rai-Radiouno, questo è Tutto il calcio. Noi abbiamo domandato a tanti ascoltatori qual è il canale che ricorda per prima se le diciamo Rai-Radiouno? Tutto il calcio. Questo è un elemento che ci dice che siamo ancora vivi, malgrado le preoccupazioni che abbiamo avuto con l’avvento delle Tv a pagamento satellitari e digitali. Pensavamo davvero che avessimo pochi mesi di vita, ma in realtà non è stato così”.
C’è qualche ragione particolare che vi permette di sopravvivere ancora oggi?
“Non è stato così per una serie di ragioni: uno la Tv ha bisogno di un pubblico stanziale, cioè ha bisogno di un pubblico che ha bisogno di una poltrona e una televisione. Sappiamo che la nostra vita è fatta di mobilità sempre di più e sempre più frequentemente. E tra l’altro lo smantellamento delle partite ci aiuta e non ci danneggia, perché è davvero impossibile per un appassionato rimanere davanti la Tv dalle 12.30 della domenica, lasciamo perdere 18 e 20.45 del sabato, fino alle 23 della stessa giornata. Impossibile ci sono le famiglie, i bambini, le mogli, il pranzo della domenica. Non è possibile, quindi? Quando non è possibile la Tv c’è la radio. La seconda ragione che ti pongo come spiegazione di questo mio essere ottimista deriva purtroppo da un aspetto assolutamente negativo, che è quello della crisi finanziaria di questo Paese, che ovviamente non è soltanto nostro, come sappiamo, ma di origine planetaria. Quante famiglie sono in questo momento pronte a spendere una cifra sostanziosa per avere un abbonamento ad un canale Tv? È chiaro, non mi illudo e non sono sciocco, la radio non è un’alternativa, un’alternativa alla Tv, ma è comunque un mezzo, e anche per questo sottolineo il valore del servizio pubblico, che consente a chi non può o non vuole acquisire un abbonamento Tv, che sa che accendendo la radio ha comunque tutto quello di cui ha bisogno: informazione e – aggiungo –
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anche un po’ di emozione. Per queste ragioni molto semplici ti dico che la radio ha un presente e ha un grande futuro, che si sta sviluppando attraverso, tra l’altro, le nuove tecnologie”.
Quali innovazioni, quindi, per il futuro?
“Noi trasmettiamo Tutto il calcio minuto per minuto in Internet e sulle piattaforme della telefonia mobile, il che vuol dire raggiungere una base molto più ampia di possibili fruitori, che ovviamente non possono, come dicevo, vedere la Tv”.
Cosa non dovrà mai mancare a questa trasmissione?
“L’obiettività. Noi facciamo di tutto per essere obiettivi. Una qualunque parola che ti scivola male, un qualunque giudizio che non è condiviso mette in discussione la tua imparzialità, a prescindere, anche se non è vero. Io preferisco essere accusato di essere di tutte le squadre, piuttosto che di una squadra. Tifo per il bel calcio, per la partita bella da raccontare. Essere imparziali è importante e decisivo per noi che facciamo servizio pubblico. Io parlo a tutti gli ascoltatori, non posso permettermi di deludere o ferire… devo raccontare quello che vedo, con la massima onestà possibile. Onestà e lealtà. Caratteristiche che legano il radiocronista all’ascoltatore. È una questione di fiducia, perché tu non hai gli occhi, non vedi e devi fidarti di me. Io quindi devo essere attento, molto più attento di qualsiasi altro cronista”.
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Intervista a Nicoletta Grifoni
Prima dell’avvento della Tv, la radio ha scandito per anni le giornate degli italiani. Che ruolo ha avuto nella sua vita e nella sua formazione?
“Sono nata e cresciuta in un periodo in cui la radio aveva un’enorme importanza e non ho difficoltà a dire che la magia degli eventi trasmessi in diretta dalla radio (allora solo RAI) ha certamente in qualche modo segnato il mio futuro. Ricordo ad esempio il GR2 delle 19.30 che segnava l’orario in cui i bambini di allora, ebbene sì, cenavano e le notizie che mia madre ascoltava con grande attenzione. Mio padre aveva lavorato nella carta stampata prima e in RAI successivamente, ma devo dire che fu lei a trasmettermi la passione per lo sport, e per la radio. Ricordo che svegliò me e mio fratello, piccolissimi, in piena notte, per farci ascoltare la diretta dell’incontro di boxe Benvenuti Frazer che tutta l’Italia sportiva aspettava. Fu una cosa straordinaria (l’alzataccia notturna, la radio accesa, le voci che arrivavano dagli Stati Uniti, mia mamma che ci riforniva di latte e biscotti e le orecchie di tutti incollate ai famosi "transistor"), indimenticabile e irripetibile.
Per l’Apollo sulla luna eravamo già tutti, di notte, davanti alla TV ma l’amore per la radio non è mai stato sostituito.
Pochi anni dopo, molto casualmente devo dire, sono entrata in una radio privata e ne sono uscita dieci anni dopo per entrare in RAI. Con tanta, tanta esperienza nonostante la giovane età. In questa fase della vita ho imparato anche a lavorare ed apprezzare la creatività del giornalismo televisivo, ma la mia passione è rimasta la radio di cui sono tuttora un’ ascoltatrice quotidiana”.
Sport e Radio connubio perfetto proprio come nella sua vita. Che ricordo ha di quei primi anni? Nel 1988 la sua voce profana il Tempio domenicale degli italiani. Inizia la sua avventura a Tutto il calcio minuto per minuto.
“La domanda è posta benissimo: una vera avventura. Assolutamente non cercata, anche se questo può sembrare strano.
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probabilmente si ritiene che per arrivare a Tutto il calcio si debba per forza fare chissà quali salti mortali. Per me non è stato così, sono semplicemente stata fortunata. Ero in RAI nel momento giusto, entrata da pochissimi mesi. Un mio collega e amico, conduttore di TuttoBasket, Massimo Carboni, aveva lavorato in passato con me nella radio privata di Ancona Radio Arancia, molto votata allo sport. Sapeva quello che avevo fatto come conduttrice di programmi sportivi di basket calcio volley e ne parlò con il caporedattore del Gr sport De Luca. Quest’ultimo chiese al mio caporedattore di Ancona, Ruggero Tagliavini, di mandarmi ad una manifestazione podistica Vivicittà per una diretta radiofonica. Così cominciò tutto. Vivicittà andò bene, poi arrivò una trasmissione di TuttoBasket che andò bene e fu ascoltata dall’allora capo del pool sportivo radiofonico Mario Giobbe. Un capo coraggioso: chiamò il mio caporedattore e gli chiese se quella ragazza secondo lui "reggeva" un Tutto il calcio. Il mio capo rispose di sì e mi chiamò dicendomi " Ohi, Grifoni, domenica vai a Tutto il calcio". Io ero decisamente emozionata ma anche totalmente inconsapevole di quello che avrebbe comportato questa decisione. Avevo commentato partite di calcio nella radio privata ed ero da troppo poco tempo in RAI per rendermi esattamente conto del "grande miracolo" della donna commentatrice radiocronista che si stava compiendo. Così andai. Emozionata e incosciente. Andò bene. Rimasi nel pool dei cronisti per tre anni”.
Lei ha dimostrato che non bisogna essere uomini per intendersi di calcio, e che la figura del radiocronista sportivo non è vincolata al sesso, ma quali sono i requisiti necessari per essere un bravo radiocronista?
“Credo che radiocronisti si nasca prima. e poi lo si diventi. I requisiti sono tutto sommato semplici da elencare: la bella voce e la facilità e proprietà di linguaggio sono fondamentali. Le parole, gli aggettivi, la costruzione della frase devono semplicemente arrivare e non essere cercati. Poi la velocità dell’interazione tra pensiero e parola: perché soprattutto nello sport il gioco può scorrere più velocemente della parola e la combinazione occhio-pensiero-parola deve essere immediata.
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Quindi la preparazione e la conoscenza dell’argomento di cui si parla. E qui radiocronisti si diventa: perché ognuno ha un suo metodo, spesso rigoroso, per affrontare la radiocronaca. Ma alla fine di tutto c’è un segreto: la capacità di raccontare una storia. Perché ogni evento, sportivo e non, ha un inizio e una fine e ci sono personaggi protagonisti e comprimari, spesso ci sono anche i buoni e i cattivi e una morale. Insomma c’è un romanzo, con le sue regole di narrazione, dietro ogni evento che, tramandando un’antica tradizione, attraverso la parola, ti proponi di far vivere a chi ascolta. Il fascino della radio è un po’ questo: l’antica capacità di far vivere attraverso la voce emozioni vere veicolate, per chi segue, attraverso solo uno dei cinque sensi, l’udito. E questo vale ancora oggi come da migliaia di anni. Non è una bellissima storia?”.
Che consigli darebbe a chi volesse intraprendere la sua professione?
“Sento molti giovani colleghi, bravi e preparati nelle radio e nelle televisioni. L’unico consiglio che darei a chi volesse iniziare ora è di credere in ciò che fa e soprattutto essere se stesso. Non è facile: il mondo dello sport abbonda di frasi-cult e si affida spesso anche ad un certo standard di narrazione. Si va sul sicuro: si dicono cose in un modo che la gente è abituata ad ascoltare e decifrare immediatamente. Non corri il rischio di essere troppo criticato, ma corri quello di finire nella media. Avere un proprio stile, un proprio modo di raccontare, un proprio linguaggio senza dover per forza imitare modi di altri, per quanto affermati, è una forza. Quindi, ragazzi: abbiate coraggio e siate voi stessi”.
Alla luce del suo operato che riscontro ha ottenuto tra la critica, colleghi e soprattutto pubblico?
“Il pubblico dei radioascoltatori è stata la parte migliore della mia vita professionale. Ben oltre i miei meriti mi ha sostenuta e incoraggiata con un affetto incredibile: ricevo ancora oggi messaggi di ascoltatori che mi hanno seguita per una vita. Nella privata prima e nelle radiocronache successivamente. E’ una sensazione di calore che ti accompagna in ogni cosa che fai. Condividere una passione, sapere che ci sono persone che
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hanno provato grandi emozioni ascoltando i tuoi racconti sportivi è vitaminico! Dal punto di vista professionale e umano.
La critica è stata sempre molto buona, ho delle medaglie al valore appuntate sul cuore: un commento che Enzo Biagi scrisse su di me sul Corriere della Sera in occasione delle mie radiocronache alle Olimpiadi di Barcellona, è stata la medicina che ha guarito qualunque possibile critica negativa successiva. Con i colleghi non ho mai avuto grandi problemi: con i " radiofonici" proprio mai. Con gli altri qualche piccola gelosia, ma cose normalissime e senza particolare importanza”.
È rimasta legata particolarmente a qualche suo ex collega, o ha un ricordo particolare che rivive piacevolmente ancora oggi? E cosa vuol dire far parte del pool sportivo della Rai?
“Far parte del pool sportivo della RAI è un grande onore. E lo dico con tutta sincerità. La RAI è un’azienda straordinaria che custodisce delle professionalità di livello altissimo. Non solo giornalisti, ma anche tecnici, operatori, registi, coordinatori. Essere entrata a far parte di un mondo in cui lavoravano ancora radiocronisti come Ameri e Ciotti è stato un previlegio: difficile raccontare in poche parole cosa possa insegnare lavorare a stretto contatto con chi ha tali capacità ed esperienza. Loro non insegnavano mai, ma bastava vederli lavorare per capire. Con i colleghi siamo rimasti sempre in contatto: con Riccardo Cucchi attuale caporedattore del GR Sport ci sentiamo, ma capita anche con molti altri”.
Più avanti ha lasciato la trasmissione più di successo d’Italia e lo sport più popolare del Paese, per dedicarsi ad una sua grande passione: la pallavolo. Le viene affidata la conduzione del programma domenicale di Radio Due Pallavolando. Per anni è stata la voce vincente dell’Italia pallavolistica. Può essere definita un’altra scommessa vinta?
“Pallavolando è nata così. Dopo i Mondiali di calcio di Italia 90 ho chiamato il capo del pool sportivo della RAI Evangelisti e gli ho chiesto se non poteva essere interessante fare una trasmissione radiofonica di volley sullo stile di Tutto il calcio e Tuttobasket, con tanti
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campi collegati. Io avrei lasciato il calcio per farla. Rimase veramente interdetto. Non era una cosa che si aspettava e mi rispose che se davvero volevo fare una cosa del genere, dovevo andare a dirglielo di persona. Ci ho pensato ancora un paio di giorni e poi sono andata a Roma a dirglielo. Mi chiese più volte se ero certa di voler lasciare Tutto il calcio, e confermai. Nello stesso periodo stava andando in pensione per età l’allora cronista titolare della pallavolo Gianfranco Pancani. Così mi dedicai completamente ad un’altra grande passione sportiva. E non me ne sono mai pentita perché ancora una volta, devo dire di essere stata molto fortunata. Proprio nell’89 cominciò la grande storia dell’Italia del volley, la generazione dei fenomeni. Per dieci anni ho girato tutto il mondo per seguire quella squadra fortissima e ho raccontato decine di medaglie d’oro. Insieme abbiamo vinto quasi tutto: manca l’oro olimpico. ma spero arrivi prima o poi”.
Oggi Sport e Radio continuano il loro sodalizio, anche se la parola ha perso la sua egemonia a favore delle immagini, e lo sport gran parte dei suoi valori. Eppure Tutto il calcio continua a tenere vivo quel filo col passato. Secondo lei, come è possibile, e verso che futuro andremo?
“In parte credo di aver già risposto a questa domanda: non credo che la radio possa mai diventare un mezzo obsoleto. Per le sue caratteristiche che lasciano all’ascoltatore estrema libertà di movimento. In fondo è perfettamente inserita in un mondo multitasking. In questo momento, ad esempio, sto scrivendo al PC ma ho la radio accesa e posso fare più cose contemporaneamente. Mi capita molto spesso di decidere di seguire avvenimenti alla radio perché sono impossibilitata a restare ferma davanti alla Tv o non ho la connessione o non è il caso di usare il cellulare perché magari sto guidando. La radio ha un suo ruolo e una sua funzione e credo (e mi auguro) continuerà ad averla. Ci sono trasmissioni di approfondimento politico realizzate e condotte molto bene, ce ne sono altre di servizio indispensabili… la radio non è ovviamente solo sport, anche se seguirlo attraverso il racconto di un cronista continua ad essere emozionante e divertente. E’ vero, lo sport è oggi spesso deludente ma anche questa è una storia che va raccontata e…ascoltata”.
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Intervista a Gabriele Majo
Una delle prime radio libere d’Italia, Radio Parma, ti vede protagonista. Esatto? Cosa cambiò sostanzialmente in quel periodo?
"L’esperienza di radio Parma era stata abbastanza particolare. Rispetto ad altre radio che sarebbero nate subito dopo, che avranno magari anche una connotazione politica, molte erano schierate e quant’altro, Radio Parma aveva preso come modello la Rai, cercando di fare una Rai in piccolo, in chiave locale. Quindi sia il palinsesto delle trasmissioni, sia il discorso dei notiziari si ispiravano fondamentalmente a quello che era l’unico modello che, per certi versi , ci poteva essere. O meglio, c’era un altro modello Radio Monte Carlo, che poteva esserlo di più, ma non dal punto di vista giornalistico, piuttosto su quello musicale, che più si avvicinava alle radio libere americane. Se andiamo a vedere l’esperienza di Bologna, Radio Alice, era una radio più schierata, con una certa connotazione, a Parma questo fenomeno c’è stato fino a lì. A Radio Parma c’era come direttore Carlo Drapkind che era un socialista, che però come diceva lui dava spazio a tutti quelli dell’arco costituzionale. Ai tempi inventò questo tipo di definizione, per lui il vescovo o il segretario del PCI, che rispetto ad oggi sono due cose abbastanza differenti avevano pari dignità, pari importanza, pari spazio. Cercava veramente di dare lo stesso spazio a tutti. La rivoluzione stava nel dare un valore al territorio. Il territorio aveva bisogno di avere degli spazi per esprimersi al di là della carta stampata e dei settimanali che a Parma tiravano parecchio in quegli anni. La radio doveva servire ad ampliare il dibattito, c’era voglia di parlare. Questo movimento non c’era solo a Parma, ma ovunque, ma qui a Parma è stata fatta una sorta di rivoluzione silenziosa, mentre in altre parti è stata fatta una rivoluzione quasi armata. Rivoluzione però che ha lasciato poco o nulla di quell’esperienza oggi".
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Cosa ricordi sostanzialmente di quegli anni?
"Un tempo, nel periodo delle tribune politiche, quando c’era già la televisione si sceglieva di andare in radio, perché era un mezzo che aveva ancora un forte appeal. Non dico che si faceva a botte per essere presenti, però quasi. Facevamo opinione e quindi insomma era l’unico contraltare alla Gazzetta di Parma, che ha sempre avuto lo strapotere dell’informazione. Si cercava più o meno, come facevano un po’ tutte le altre radio private, di fare cronaca e informazione: Radio Parma, Radio Emilia e Radio Onda Emilia, che era appunto la radio che aveva questo via vai di politici, con fili diretti col pubblico e ascoltatori che partecipavano attivamente al dibattito".
La concorrenza al servizio pubblico fu spietata, ma negli anni l’appuntamento con Tutto il calcio non mutò. La diretta fu un’arma in più per Tutto il calcio che in Rai seppero sfruttare?
"Come dicevo prima, la Rai era il nostro modello. A Radio Parma, prima che venisse inventata la radiocronaca integrale delle partite, che poi avrebbe caratterizzato non poche radio, si provò a fare qualcosa del genere. La prima a fare la cronaca integrale fu Radio Emilia nel ’76, ma precedentemente intorno al ’75, Radio Parma aveva preso il format di Tutto il calcio minuto per minuto adattandolo alla realtà locale. Noi avevamo fatto collegamenti in diretta, o tentativi di collegamenti in diretta dallo stadio Tardini, qualche volta in trasferta anche se avevamo qualche difficoltà ad avere le linee telefoniche o dallo stadio di Fidenza, dove io stesso ricordo di essere andato giovanissimo per dare una mano per la radiocronaca. Mettevi insieme tre, quattro, cinque campi, cercavi di fare dei collegamenti in diretta stile Tutto il calcio anche su ambito locale. Poi sarebbe nata la radiocronaca integrale e poi verso il clou delle radiocronache saremmo tornati alle origini noi, su un circuito che curavo io che era Radio Elle, Radio Emilia e Radio Latte Miele un simil Tutto il calcio in ambito locale ma con squadre nazionali di Serie A, cioè, il Parma in quei tempi, fine anni 90 lottava per le posizioni di vertice della classifica, allora noi seguivamo il Parma, la Juve, il Milan, la
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Fiorentina… quindi facevamo collegamenti in diretta quando c’era il simultaneo o la radiocronaca in diretta integrale dei posticipi. Questo per dire quanto fosse la Rai il modello da seguire. L’importanza della diretta era fondamentale. Il format di Tutto il calcio poi via via è anche andato migliorando, si è dato un certo ritmo alla trasmissione che è stato la chiave vincente, oltre alla bravura dei vari personaggi, soprattutto quelli che c’erano all’inizio, che sono pressoché inarrivabili. Un po’ perché al giorno d’oggi essendo ampia l’offerta in Tv i canali si sono moltiplicati, quindi alla fine arrivano in tanti. Lì arrivavano proprio gli Eletti".
Nella magia del racconto di un tempo, c’era anche un calcio diverso, migliore? Cosa pensa del calcio di oggi?
"Stiamo vivendo un’epoca un po’ di decadenza. Il calcio è malato e anche questo è un altro luogo comune che c’è da un po’ di tempo a questa parte. Beh, insomma il calcio degli anni 70/80 aveva molto fascino. Le varie istituzioni sono riuscite un po’ a rovinare questo tipo di fenomeno sociale che veramente colpiva e investiva tutte le famiglie. Si celebrava una volta, la domenica un sacro rito, profano, dopo quello magari religioso della mattina. C’è stata una moltiplicazione del prodotto, i format sulla Champions League e quant’altro saranno stati utili solo a guadagnare dei soldi, ma hanno tolto fascino alle competizioni. Le altre Coppe hanno perso ogni tipo di fascino, perché una volta quando una squadra italiana giocava in Coppa Uefa era un evento, al giorno d’oggi sembra quasi una scocciatura, soprattutto per le squadre più grandi. Capitò anche al Parma un’annata di snobbare la competizione europea e mandare in campo le riserve, dei ragazzini che però poi sono stati fondamentali per lo spareggio con il Bologna per la permanenza in Serie A nella stagione 2004/2005. Però il fascino degli anni 70/80 è ben diverso rispetto al calcio di oggi che ha un po’ stancato tutti quanti. Gli stadi meno sicuri di oggi erano pieni, perché lo sport era davvero entrato nel tessuto sociale. Il racconto però a Tutto il calcio è rimasto quello di allora, o meglio è rimasto quello di allora soprattutto nei più anziani, in realtà alcuni hanno iniziato un po’ a prendere lo stile degli urlatori, benché Cucchi sia abbastanza contrario e io con lui. Però c’è qualcuno
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stile Sky, lontano dalla tradizione Rai rispetto ad altri, però comunque bravi. La magia di Tutto il calcio è quella, che il calcio in cinquantatré anni l’ha fatto vivere più o meno con lo stesso format di sempre, questo caleidoscopio di voci si alterava, cambiava con grandissimi fuoriclasse, però anche determinati comprimari erano importantissimi, anche gli ultimi hanno lasciato il segno".
Tutto il calcio è riuscito a monopolizzare la domenica degli italiani e soprattutto a realizzare una trasmissione che è entrata di diritto nelle abitudini degli appassionati di calcio e non solo. Al contrario di quanto successo a 90° Minuto la sua tradizione continua ancora oggi, secondo te perché?
"In Tv la concorrenza è ampia mentre in radio la concorrenza è un po’ più scarsa. C’era stato qualche tentativo qualche tempo fa e c’è stato qualche radiocronista bravo anche nei network. Rtl qualche tempo fa cercò di strappare i diritti alla Rai della Nazionale, in qualche maniera hanno convissuto insieme per quanto riguarda la Champions. Però il prodotto Tutto il calcio aveva cercato di scimmiottarlo il più possibile a suo tempo Radio Capital, con la trasmissione Capital Gol. Mario Giobbe, uno dei radiocronisti storici di Radio Rai, che aveva tentato di portare questo format sulle private. Qual era la differenza? Che la Rai aveva l’opportunità di andare in diretta per tutti i novanta minuti, se invece fai collegamenti stile Tutto il calcio, però tra una canzone e l’altra vai a perdere interesse. Puoi attirare l’attenzione dell’ascoltatore distratto del calcio, ma l’appassionato non ti ascolterà mai. Quella però voleva essere una specie di palestra, per poi avere poi una squadra pronta per creare qualche problemino a Tutto il calcio in sede di trattative e diritti con la Lega Calcio. Radio Capital faceva parte del gruppo l’Espresso, Repubblica… e il tentativo di ‘rubare’ Tutto il calcio alla Rai era stato fatto e portato avanti. Poi non hanno avuto il coraggio di proseguire a fondo, Giobbe dopo un po’ lasciò, voglia di investire nel calcio era calata, da Capital Gol si passò ai soli collegamenti all’interno dei Gr, cose più normali, il progetto ambizioso andò a farsi friggere. Io feci parte del progetto iniziale, mi chiamò Giobbe e me la feci quasi addosso. Non
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seguivo solo il Parma, che seguì poche volte, ma girai tutto il Nord Italia e non solo. Ero diventato, anche immeritatamente, una voce delle voci principi di questa trasmissione e, insomma era stato una bella esperienza, peccato poi che fosse finita in un non nulla perché si poteva insistere. Però per certi versi meglio così, perché non si è andata a scalfire questa egemonia, questa longevità di Tutto il calcio, alla quale non posso che augurare lunga vita.
In Tv invece andò diversamente. Il potere economico-contrattuale della Rai andò a scemare nel tempo, gli interessi delle Radio probabilmente erano differenti rispetto a livello di cifre spese, i grandi network hanno mollato la presa. Cosa che non è avvenuta in televisione".
Un vanto essere chiamato da chi ha scoperto personaggi come Riccardo Cucchi e Nicoletta Grifoni?
"Mi trovò che facevo già il collaboratore esterno per Radio Capital, però che mi avesse selezionato per fare il primo collegamento, ricordo lo feci da Piacenza, tra l’altro in quel periodo lì c’era da stare nascosti, perché non c’erano tutte le autorizzazioni… Secondo me sono sempre stato abbastanza bravo come coordinatore, a costruire il servizio, nelle radiocronache a dare il contorno ai radiocronisti che hanno lavorato con me, molto più bravi. Io nascevo come giornalista di cronaca, allo sport mi sarei adattato più avanti. Sentirsi chiamare da uno come Giobbe… è stato un grandissimo orgoglio. Anche se prima di andare in onda quel giorno lì avevo una grande preoccupazione".
Secondo Riccardo Cucchi in una radiocronaca non può mancare la componente emotiva. Tu cosa ne pensi?
"E’ vero fino a lì. Quando io mi sono trovato a commentare la partita a Wembley68, non mi sono emozionato granché, perché in quel momento stavo facendo il professionista, per cui la mia preoccupazione principale era che il mio servizio andasse a buon fine. Quindi io non mi sono emozionato in quel caso lì, però sono convinto che chi stava ascoltando a casa in qualche modo l’emozione l’ha percepita. Quando è
68 Stagione 1992/1993. 12 maggio 1993, Finale Coppa delle Coppe, Parma-Anversa 3-1.
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toccato a me trasmettere le emozioni dello stadio, mi sentivo abbastanza distante, come se fossi planato in quel momento per descrivere le emozioni che stavo vivendo. Perché fino a quel momento la mia preoccupazione principale era che non cadesse la linea, che la radiocronaca fosse fatta in un certo modo, gli altri radiocronisti avessero lo spazio per parlare ecc. Per la mia esperienza diretta direi che non è sempre vero che bisogna emozionarsi per trasmettere emozioni. Io penso di averle trasmesse lo stesso, però erano emozioni che venivano fuori dal professionista ‘frigido’, non da quello che si era emozionato.
In altri contesti mi era capitato di vivere un po’ di più le situazioni, però le scuole di pensiero possono essere differenti.
Io mi sono ritrovato qualche anno fa, quando facevo il radiocronista ad aver la concorrenza di cinque compagnie radiofoniche che offrivano tutte quante un servizio sul Parma. Quello prodotto da noi era quello meno emozionale, nel senso che era meno da tifosi tra quelli che venivano prodotti, proprio per una nostra scelta, perché inseguendo lo stile Rai, lo stile Tutto il calcio volevamo essere equidistanti, non faziosi, non tifosi. Alla fine potevano forse far più breccia negli ascoltatori tifosi quegli altri, che potevano essere un po’ più urlatori rispetto a noi, o più dalla parte del Parma o meno obiettivi rispetto a noi. Eppure abbiamo avuto la stesso un nostro successo".
La voce di Tutto il calcio che più ti ha emozionato?
"Io sono più un ciottiano che un ameriano, d’altra parte il derby era sempre tra loro due. Il lessico di Ciotti era superiore, diciamo solo lui e Pizzul hanno sempre avuto un lessico veramente invidiabile un po’ da tutti. Ameri era però decisamente più radiocronista, aveva il ritmo che Ciotti non aveva. Ciotti aveva invece quella voce unica, che secondo me si è fatto venire a posta. Quella che doveva essere una sua grande sfortuna, si è trasformata in una grande fortuna. Ciotti fu un gran furbone. Seppe costruirsi un bel mito attorno. Aveva di quelle genialate… io ricordo una volta di un arbitro che ne aveva combinate più Bertoldo, lui disse ‘ha diretto, non ricordo chi era l’arbitro, dinnanzi a 80.000 testimoni’. La
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scelta di testimoni… questo è il genio, ti dice tutto, con un solo vocabolo. I due mostri sacri però sono loro Ciotti e Ameri.
In Tv anche se tanti non sono d’accordo con me, per me la voce principe di Martellini è indiscutibile. Forse Pizzul poteva essere più bravo, trasmettere più emozioni rispetto a Martellini, però sarà che è stato il primo che ho ascoltato, la nostalgia ti condiziona, però quello stile così un po’ distaccato… ma le emozioni che ha trasmesso lui con il triplice Campioni del Mondo, rimane impagabile".
Anche Ameri però ebbe in diverse occasioni un colpo di genio. Parlo del collegamento da Verona, per Verona Milan in cui sintetizzò in quattro parole ciò che stava accadendo sul terreno di gioco e introdusse l’interruzione nei collegamenti di Tutto il calcio.
"Quella è stata la vera fortuna di Tutto il calcio e mi ricollego all’esperienza di Capital Gol. Noi non potevamo per esempio entrare l’uno sull’altro e fare appunto quell’effetto, che poi è l’effetto vincente di Tutto il calcio. Il flash dal campo è stata la svolta. Prima erano soltanto racconti, ti mancava qualcosa. Lì è stato geniale davvero.
Poi per quanto riguarda il prendere la linea con il risultato, beh, quello divenne il marchio di fabbrica della trasmissione, la girandola dei risultati dai campi".
Sul tuo sito, www.stadiordini.it, una finestra sul mondo del parma calcio, ha una sezione particolare, dedicata a tutto il calcio. Puoi spiegare in cosa consiste e perché questa scelta?
"Allora, nasce in questo modo, da appassionato di Tutto il calcio minuto per minuto avevo scoperto tempo addietro che c’era un blog che si chiama Tuttoilcalcioblog e non mi ricordo com’ero entrato in collaborazione con loro. Avevo iniziato a mandargli qualche foto fatta nella cabina, dopodiché loro furono i primi a dirmi: ma perché a mandarci solo la foto, perché non ci mandi anche qualche video? Io ho detto perché no, proviamo! Così un po’ timidamente ho iniziato.
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Con i colleghi mi trovavo d’accordo con tutti, ci eravamo conosciuti ai tempi in cui facevo parte dell’ufficio stampa del Parma, e io radiofonico d’origine, avevo sempre avuto un occhio di riguardo per la radio. Visto che l’imprevisto era sempre dietro l’angolo, cercavo di mettere a frutto quella che era stata la mia esperienza radiofonica a beneficio dell’inviato della Rai. Proprio per questo ero abbastanza conosciuto e benvoluto. Sfruttando questo fatto ho iniziato a produrre in video, inizialmente il commento finale della partita. Oggi filmo un po’ tutto.
Su Tuttoilcalcioblog mettono delle ampie sintesi, io su Stadiotardini.it cerco di mettere il racconto dei gol, o il flash o la lettura delle formazioni… ma soprattutto il clou rimane il commento finale di Tutto il calcio. Secondo me far veder il cronista che nei 40 secondi ti fa la sintesi della partita è bello ma è ancora più bello fare vedere la mimica durante la radiocronaca. Farli vedere mentre stanno lavorando è una cosa unica. Ci aveva pensato Quelli che… il calcio agli albori, ma un conto è essere filmato da una telecamerina amatoriale, quasi di nascosto, un conto è aver davanti a te la telecamera che può ti condizionare per certi versi. A tutti quanti fa piacere. L’unico che è un po’ rognoso è Delfino, poi si abituerà anche lui…
Qualche foto, qualche video… quando una mi dà un dito tendo a prendermi tutto il braccio. Adesso sono orgogliosissimo che ci sia una sezione su Tutto il calcio su Stadiotardini.it, e spero ci rimanga a lungo. Credo che sia una caratteristica abbastanza unica per me, ma nel mio piccolo penso di dare una mano, come comunicatore esterno, ufficio stampa aggiunto a Tutto il calcio, per tenere ancora alta questa bandiera, che ha sventolato tanto e che continua a sventolare, ma che purtroppo, come diceva la famosa canzone: video kill the radio star.
Le stelle della radio non sono state ancora uccise, ma a livello di ascolti non c’è lo stesso seguito di tanti anni fa. Lo stesso vale per le private. Il discorso delle radiocronache delle private si è estinto con l’arrivo delle dirette in simultanea delle partite in televisione".
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Destino futuro di Tutto il calcio minuto per minuto. Da appassionato e addetto ai lavori, qual è e quale dovrà essere la strada da percorrere?
"Beh, quella percorsa fino ad adesso, senza ombra di dubbio. Deve continuare ad andare avanti e sperare che non ci siano privati che abbiano voglia di mettere il bastone tra le ruote. Credo che gli ultimi diritti televisivi siano stati salvati anche dei diritti radiofonici, non tanto per un discorso economico, perché le cifre sono ben diversi. Però avendo abbinato proprio il prodotto Tv e radio insieme in un’unica trattativa, il fatto che ci fosse la radio che non aveva concorrenza, può aver aiutato la Tv a mantenere quel poco che è riuscita a mantenere. Parlo del servizio pubblico.
Anche in prospettiva Tutto il calcio deve rimanere quello che è, un format che comunque rimane vincente grazie alle voci, alle imparzialità alla diretta garantita da tutti i campi e non deve andare a scimmiottare nessuno, cosa che comunque non ha praticamente mai fatto neppure negli ultimi vent’anni quando c’è stata questa deriva del telecronista tifoso. Deve mantenere quell’equidistanza che ha sempre avuto.
Magari non saranno tantissimi a seguirlo, però secondo me ha ancora il suo perché. Poi è chiaro sarebbe stato bello quel fenomeno che c’era una volta di vedere la gente con le radioline o le radiolone. Oggi non vedo nessuno con le radioline ed è triste. Io continuo ad essere l’unico a portarmi dietro la radiolina, sarò arretrato, ma la radio ce l’ho praticamente dentro.
Recentemente sono stato a Quelli che il calcio, avevo di fronte il monitor ma io ho portato la mia radiolina e ho ascoltato Tutto il calcio. La radio non mi abbandona".
Nicoletta Grifoni ha consigliato ai giovani telecronisti di non copiare lo stile di nessuno ed essere sé stessi nello svolgimento della loro funzione. Condividi il suo pensiero?
“Io ricordo un consiglio che mi diede Ciotti e di cui vado abbastanza orgoglioso, a Cagliari, quando fece la sua ultima
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radiocronaca Cagliari-Parma. Se la tirava un po’, probabilmente non mi avrebbe mai fatto entrare in cabina, peggio ancora Ameri. In quell’occasione mi aveva detto di leggere parecchio perché il vocabolario è importante, poi la Grifoni ha ragione, non bisogna fare il verso ai telecronisti del satellitare, così come noi una volta facevamo il verso a loro. Però c’è da dire che quelli erano maestri migliori per certi versi, però diventavamo ridicoli quando certe espressioni che erano tipicamente ciottiane, pronunciate da noi diventavano un po’ ridicole, non avevamo la stessa personalità. Oggigiorno è già diverso perché sono entrate così tante di quelle parole nel modo di esprimersi che ci può anche stare. Una cosa che a me non piace è quando ti istruiscono a non usare i luoghi comuni del calcio. No i luoghi comuni del calcio li devi usare, cioè il gergo tipico alla fine ci sta, se lo vai a tirare via, vai a togliere l’essenza del calcio. Non bisogna vergognarsi di quello che ha portato al successo. Un po’ come il catenaccio. Col catenaccio l’Italia aveva vinto praticamente di ogni, siamo conosciuti nel Mondo e adesso alla fine siamo andati ad imitare gli altri e abbiam perso la nostra scuola di difensori".
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Appendice II – Le voci storiche
In questa appendice sono elencate le cosiddette voci storiche di Tutto il Calcio minuto per minuto. Coloro che hanno, con il loro timbro di voce, sancito il successo di questa trasmissione.
 Nicolò Carosio: pioniere delle radiocronache calcistiche, inaugurò per la EIAR le radiocronache del campionato del mondo 1934. Fu presente alla prima puntata di Tutto il calcio, il 10 Gennaio 1960. Fino ad allora era il narratore della partita principale della giornata il cui secondo tempo andava in diretta sul Primo Canale Nazionale della radio
 Nando Martellini: prima voce fino al 1967
 Enrico Ameri: prima voce fino al 1991
 Sandro Ciotti: seguiva principalmente Roma e Lazio negli anni sessanta, poi divenne seconda voce, infine prima voce dopo il ritiro di Ameri
 Alfredo Provenzali: ex-conduttore di Tutto il Calcio Serie A e inviato della pallanuoto.
 Claudio Ferretti: dal 1968 terza voce in scaletta, fino al suo passaggio in tv
 Adone Carapezzi: solo negli anni sessanta, trasmetteva da Milano seguendo sia il Milan che l’Inter, radiocronista anche di ciclismo
 Ezio Luzzi: storica voce della serie B fino al 2000, ora opinionista per la serie B
 Piero Pasini: seguiva principalmente il Bologna e le altre squadre emiliano-romagnole; deceduto nel 1981 dopo il gol di Eraldo Pecci in Bologna-Fiorentina
 Enzo Foglianese: voce storica fino al 23 dicembre 1995
 Massimo Valentini: anche storico volto televisivo del Tg1
 Beppe Viola: anche scrittore e storico inviato della Domenica Sportiva
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 Andrea Boscione: trasmetteva principalmente da Torino sia la Juventus che il Torino, aveva una voce grave e seria.
 Nico Sapio: trasmetteva da Genova; morì il 28 gennaio 1966 in un incidente aereo con sette membri, tre donne e quattro uomini e un allenatore accompagnatore della nazionale di nuoto.
 Italo Moretti: trasmetteva da Roma, poi divenne direttore del Tg3.
 Luca Liguori: trasmetteva saltuariamente da Roma.
 Italo Gagliano: trasmetteva da Roma, poi passò al Tg2.
 Mario Gismondi: trasmetteva da Bari e da Foggia.
 Marcello Giannini: trasmetteva da Firenze.
 Everardo Dalla Noce: trasmetteva da Ferrara e da Milano, seguì la Borsa per il Tg2 e lavorò con Fabio Fazio.
 Nino Vascon: trasmetteva da Venezia.
 Arnaldo Verri: trasmetteva da Milano.
 Nuccio Puleo: trasmetteva da Catania, poi passò al Tg2.
 Cesare Viazzi: trasmetteva da Genova e ne divenne direttore della sede regionale Rai.
 Mario Guerrini: trasmetteva da Cagliari e poi da Milano.
 Paolo Carbone: anche dallo studio centrale di Milano come co-conduttore.
 Giacomo Santini: ex-commentatore del Ciclismo ai tempi di De Zan, ora politico.
 Paolo Carbone: anche dallo studio centrale di Milano come co-conduttore.
 Mario Giobbe: conduceva la prima parte e il dopo partita su Radio2 quando si chiamava Domenica Sport.
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 Massimo Carboni: voce storica di Tuttobasket, ha seguito 6 Mondiali di calcio, soprattutto in veste di conduttore, e 5 Olimpiadi. È andato in pensione subito dopo l’Europeo 2008.
 Gianni Decleva: ex- radiocronista dell’ atletica e dello sci, ex-conduttore di Tutto Basket .
 Luigi Coppola: ex- direttore del Gr Sport, ora opinionista.
 Andrea Coco: radiocronista calcistico, della sede Rai della Sardegna.
 Tonino Raffa: radiocronista calcistico in pensione, ora in pensione.
 Livio Forma: radiocronista calcistico in pensione, ora in pensione.
 Bruno Gentili: attualmente vice direttore di Rai Sport e voce della nazionale.
 Carlo Nesti: ex-telecronista di Rai Sport.
 Lino Bitto: era la voce storica dal 1992 e poi al 1998. Ora è a Rai International.
 Emanuele Giacoia: commentava il Napoli, poi il Catanzaro e in alternanza l’Avellino, il Napoli e la Roma.
 Mario Di Cicco: commentava le squadre marchigiane, tra cui l’Ascoli, e l’Ancona.
 Paolo Arcella: commentava il Verona e il Lanerossi Vicenza, poi diventò conduttore del Tg3 per la sede Rai del Veneto.
 Giancarlo Trapanese: giornalista Rai e autore di libri.
 Paolo Paganini: era la voce del Genoa e della Sampdoria, ora è a Rai Sport.
 Gabriele Pasini: commentava le partite emiliane, attualmente lavora a 90° minuto, ed è corrispondente da vari stadi emiliani.
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 Federico Calcagno: storica voce, dal 1992 al 1999, ora a Rai Sport.
 Domenico Marcozzi: voce del Pescara Calcio, esperto anche di rugby.
 Alvaro Brini: altra voce storica del rugby.
 Michele Peragine: voce del Foggia Calcio, attualmente è al TgR Puglia.
 Stefano Tura: era la voce del Bologna Calcio, ora è corrispondente RAI da Londra.
 Gianfranco Pancani: commentava la Fiorentina, il Pisa e le altre squadre toscane.
 Maurizio Calligaris: commentava l’Udinese ai tempi di Zico.
 Manfredi Renda: commentava squadre romane, attualmente è il curatore di Rai Sport.
 Renzo Trotta: commentava squadre liguri, e di volta in volta anche squadre emiliane e lombarde.
 Enzo Creti: commentava squadre lombarde, e nel 1992 di solito trasmetteva da Roma.
 Claudio Valeri: commentava il Milan e l’ Inter, ora è caporedattore del TG2.
 Franco Iusco: commentava il Taranto e il Lecce.
 Tino Zava: commentava l’Udinese, sotto la guida di Alberto Zaccheroni.
 Andrea Fusco: era per qualche volta la voce essenziale della Roma e della Lazio, tra il 1993 e il 1995. Ora è a Rai Sport.
 Italo Kuhne: commentava il Napoli, la Nocerina e la Cavese.
 Maurizio Busato: voce ufficiale dal Veneto a metà anni Novanta, ora alla redazione del Tg Veneto.
 Gianfranco Mazzoni: attuale telecronista di Formula 1 per RaiSport.
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 Alfredo Gonella: commentava il Verona Calcio.
 Antonio Ravel: commentava il Napoli e l’ Avellino.
 Luigi Tripisciano: commentava il Palermo, poi è stato radiocronista di Formula 1.
 Nanni Besostri: commentava la Fidelis Andria.
 Santi Trimboli: un’altra voce storica, prima di passare a 90° Minuto.
 Mario Cobellini: commentava le squadre romagnole come il Cesena e il Rimini.
 Mario Vannini: commentava il Palermo e il Catania.
 Sandro Petrucci: commentava la Roma e la Lazio, giornalista esperto anche in tv.
 Giampiero Bellardi: commentava il Bari e anche il Barletta. Ora è vicedirettore di Rai Sport.
 Gianni Pietrosanti: commentava il Palermo dal 1985 al 1997.
 Pino Scaccia: commentava l’ Ascoli, la Sambenedettese e qualche volta Milan e Inter. Ora è inviato speciale del Tg1.
 Mario Montanari: esordì negli anni ’90, attuale volto del Tg2.
 Claudio Cojutti: commentava la Triestina.
 Maurizio Romano: commentava il Napoli, l’Avellino, la Salernitana e la Casertana.
 Giovanni Manzini: era la voce dell’Udinese Calcio. Ora è caporedattore della sede regionale di Trieste.
 Ennio Bellucci: un tempo la voce del Castel di Sangro.
 Giovanni Stefani: un tempo commentava le partite del Vicenza, ora è al TGR Veneto.
 Francesco Pancani: attuale telecronista del ciclismo per Rai Sport esordì in alcuni match della toscana.
 Riccardo Giacoia: facente parte del GR Calabria, da anni non è più in trasmissione.
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 Lorenzo Maria Caffè: era un esordiente negli anni ’90.
 Pierpaolo Cattozzi: ex inviato Rai e Radio Rai, ora nella redazione di una tv privata locale.
 Antonello Orlando: ex- radiocronista calcistico, ora a Rai Sport.
 Francesco Marino: dalla redazione del Piemonte a Rai Sport.
 Stefano Lilli: esordiente per campionati minori.
 Fabrizio Noli: radiocronista solo per una partita nel 2001, ora giornalista della redazione economica.
 Nicoletta Grifoni: voce storica della Pallavolo.
 Gabriella Fortuna: voce essenziale dell’Udinese in alcune occasioni, in altre seconda voce dal Friuli.
 Doriana Laraia: radiocronista del tennis e dell’ atletica, ora al TG2.
 Marco Fantasia: della sede Rai della Liguria, ha da poco esordito in un anticipo e il 24 Maggio 2009 in Tutto il calcio. Ora a Rai Sport.
 Antonello Profita: ex-voce dell’Ascoli Calcio.
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Appendice III – Articolo 50° anniversario
Questa appendice riporta un articolo pubblicato il 7 gennaio 2010 sul quotidiano Repubblica, in occasione del cinquantesimo anniversario della trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto.
La firma è quella di Walter Veltroni, figlio del grande giornalista Rai Vittorio, che fece parte del gruppo di radiocronisti che lanciò la trasmissione. Una ricostruzione dei tempi che furono, comparati a quelli dei tempi che sono.
“Vallo a spiegare, ora. Vallo a dire ad un bambino che ha appena finito di vedere in diretta Manchester-Leeds o Dinamo-Zenit e che ora, mentre i giocatori vengono ripresi alla discesa dal pullman, indugia con lo sguardo sulle inquadrature delle magliette dei giocatori della sua squadra del cuore ripiegate sulle panche degli spogliatoi. Vallo a spiegare ad un bambino che rivede sei volte l’azione di un gol o che spinge un pulsante verde e può godere la meraviglia di tutte le partite in diretta. Proviamoci.
C’era una volta un paese, il tuo, in cui tutto era in bianco e nero. C’era una volta un paese in cui i bambini come te, malati di calcio, aspettavano le sette di sera per vedere una partita in televisione. Che dico, non una partita, un tempo, uno solo. E non sapevano che tempo e che partita degli invisibili potenti avrebbero scelto seguendo imperscrutabili logiche e sofisticati equilibri. Allora, fai uno sforzo gigantesco di immaginazione, i più, come dite voi ora?, ‘fomentati’ vivevano una domenica da reclusi. L’obiettivo era non sapere il risultato degli incontri prima delle sette, per poter vivere in tv l’emozione di quella rifrittura come fosse un pasto appena cucinato. Non si poteva uscire, non si rispondeva al telefono e, soprattutto, si teneva la radio spenta. Perché c’era Tutto il calcio minuto per minuto.
Provo a spiegarti. Cominciando dal più difficile. Infatti anche quel programma cominciava nel secondo tempo . Si pensava che se gli appassionati fossero stati collegati dal primo minuto non sarebbero più andati allo stadio. Collegati alla radio, non con gli occhi di trentasei telecamere. C’era l’idea che si dovesse proteggere la percezione personale, diretta, fisica delle cose della vita. Non la loro diffusione
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universale, mediata e attenuata dal racconto e dalla selezione compiuta da registi o giornalisti. E così quegli uomini fortunati che si trovavano- nel sole, nel vento, nel sorriso e nel pianto-a lavorare raccontando calcio erano gli occhi di milioni di italiani. Le loro voci erano un pezzo della vita di tutti. Come i loro cognomi: Bortoluzzi, Ameri, Ciotti, Luzzi, Provenzali. Erano dei grandi giornalisti, dei professionisti che sapevano, con le loro parole, raccontarti qualcosa di irraccontabile. Si può descrivere un quadro? Si può far immaginare un tramonto? Loro guardavano le gambe piccole e nervose di Sivori, la falcata potente di Gigi Riva, la tenace e minuta robustezza di Giacomino Losi e traducevano quelle immagini in parole. Lo facevano immediatamente, senza la possibilità di cancellare e riscrivere. Lo facevano senza che le immagini svolgessero la funzione di fornire il tappeto di base delle conoscenze. Dovevano far sapere cosa stava accadendo e dovevano fornire una emozione. La voce era una tavolozza, i toni erano i colori, le parole le pennellate.
Vedi, noi, alla tua età, quando non ce la facevamo ad aspettare le sette di sera eravamo appesi a quelle voci. E ascoltavamo le cronache delle partite dai campi che ci interessavano di meno, sperando sempre che un rumore di folla e poi una voce interrompessero chi stava parlando per fornire l’aggiornamento che aspettavamo «Scusa Ameri» era l’anticamera di una gioia o di una rabbia tremende. I transistor, che cominciarono a diffondersi poco dopo l’inizio della trasmissione, consentivano che si potesse di domenica vedere gente che improvvisamente si abbracciava per strada o si metteva a ballare. Io ricordo di aver osservato una volta un tifoso deluso abbandonare una piccola radio sulle scale di una chiesa e andare via, forse smadonnando.
I radiocronisti erano dei tipi abbastanza eccezionali, un po’ reporter e un po’ poeti. Dovevano unire il fiuto della notizia con la capacità di darle forma e intensità emotiva. Erano gente veloce, in un tempo lento. Erano dove noi avremmo voluto essere. Erano in missione per conto nostro. Non avevano volti, nonostante fossero popolari come pochi. Per decenni nessuno ha mai visto il viso di Enrico Ameri e solo la Domenica Sportiva ha fatto più tardi conoscere a chi appartenesse quella
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voce da basso, arrochita da milioni di sigarette Nazionali, che era la firma di Sandro Ciotti.
Molti di loro cominciarono con mio padre, nella mitica redazione “Radiocronache” che costituiva l’occhio sul mondo degli italiani, prima che arrivassero le telecamere. Era una squadra di persone selezionata su basi esclusivamente professionali. O eri bravo o a casa. Non potevi mandare un imbecille raccomandato a raccontare l’alluvione del Polesine. Quelle voci non erano una su mille. Erano la storia in diretta, erano in permanente esclusiva. I giornali sarebbero usciti il giorno dopo. Una parola sbagliata poteva fare catastrofi. Raccontavano cronaca e sport, eventi tragici e Olimpiadi. Erano un gruppo di ragazzi, neanche trentenni, che avevano una gigantesca responsabilità sulle spalle. Fu, evidentemente, una scuola importante che cementò tra loro un legame e una amicizia profonda. Sergio Zavoli fu scoperto per le cronache delle partite che faceva nella sua Rimini, cronache che non andavano in onda e venivano trasmesse con le amplificazioni sulla piazza. E così altri. Erano gente speciale. Con una grande motivazione. Io li ricordo nelle foto. Una li ritrae attorno al tavolo di mio padre, un gruppo di ragazzi sorridenti. Un’altra li ferma al giro di Francia con addosso delle tute con la scritta, tutta minuscola, rai. A quell’azienda erano legati da un rapporto di sangue. Se posso dire mi sembra di ritrovare qualcosa di simile oggi nei ragazzi che fanno lo sport a Sky. Almeno sembra così e lì, da Caressa a Marianella a Flavio Tranquillo e tanti altri si è affermato uno stile e un linguaggio del tutto nuovo della cronaca televisiva. ‘Se la squadra del vostro cuore ha vinto brindate con Stock, se ha perso consolatevi con Stock’. Era una delle prime forme di sponsorizzazione, quando ancora le magliette dei giocatori erano immacolate e aveva fatto un gran discutere la decisione del Torino di stampare una ambigua T maiuscola sul petto. La casacca di Valentino Mazzola profanata con la pubblicità del cioccolato Talmone, che volgarità. Per anni gli ascoltatori di Tutto il calcio minuto per minuto si sono chiesti cosa dovessero fare con Stock in caso di pareggio, assai diffuso ai tempi del ” catenaccio”. Dopo un paio di decenni, la nota ditta di liquori, non insensibile al grido di dolore che saliva dal popolo, aggiunse ‘se ha pareggiato, sempre Stock’. Non
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originalissimo, ma conclusivo. Insomma, spero di essere riuscito a farti capire che cosa è stato di meraviglioso Tutto il calcio minuto per minuto. Mentre parlavo non hai mai staccato gli occhi dalla piattaforma Wii e dallo schermo Led sul quale compare, nel gioco Pes, il volto perfettamente riprodotto di Totti e tu lo puoi muovere e farti le tue squadre, le tue partite, i tuoi tornei. Che poi vedi in televisione. Mi guardi strano. Hai ragione tu. Però, fammi vendicare in silenzio dei privilegi della tua stagione satolla. Credimi, non puoi immaginare che cosa era l’emozione, abituati ai bianco e nero delle diciannove e alle voci concitate di quei grandi giornalisti, quando si usciva, come in un film di Woody Allen, dal bianco e nero. Se tu mi guardassi, invece di muovere il joystick per far segnare Drogba, vedresti degli occhi lucidi. Sto pensando ad un momento, uno preciso. Quando da bambino andavo allo stadio e salivo gli ultimi gradini prima di affacciarmi alla visione del verde meraviglioso del campo e dell’arcobaleno infinito degli spalti. Quella era la vita a colori e, credimi, non aveva nulla da invidiare al tuo prato elettronico. Ti invidio, ma con nostalgia”.
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Appendice IV – Dati ascolto 2012-2013
Le classifiche delle emittenti radiofoniche più seguite in Italia, stilate grazie ad un’indagine Radio Monitor di Gfk-Eurisko. I dati riassumono quelli già raccolti nei quadrimestri gennaio-aprile, maggio-agosto e settembre-dicembre definendo così di fatto la classifica delle radio più ascoltate del 201269 e del primo trimestre del 201370.
1. RTL 102.5 (6.698.000 unità)
2. Radio Deejay (5.231.000)
3. Radio 105 (4.911.000)
4. RDS (4.727.000)
5. Radio Italia (4.420.000)
6. Rai Radio1 (4.399.000)
7. Rai Radio2 (3.076.000)
8. Virgin Radio (2.322.000)
9. R101 (2.102.000)
10. Radio 24 (1.867.000)
______________________________
1. RTL 102.5 (6.868.000 unità) [+170.000]
2. Radio Deejay (5.171.000) [-60.000]
3. Radio 105 (4.909.000) [-2.000]
4. RDS (4.758.000) [+31.000]
5. Radio Italia SoloMusicaItaliana (4.573.000) [+153.000]
6. Radio Rai1 (4.339.000) [=]
7. Radio Rai2 (3.041.000) (-35.000)
8. Virgin Radio (2.384.000) (+62.000)
9. R101 (2.069.000) (-33.000)
10.Radio 24 (1.896.000) (+29.000)
11.Radio Montecarlo (1.256.000) (+21.000)
69 Dati completi consultabili al seguente indirizzo: http://www.aeranti.it/images/stories/RadioMonitor_rilascio_wave_2.pdf
70 Indagine stilata attraverso un sondaggio telefonico realizzato in base a 120.000 campioni telefonici intervistati tra il marzo 2012 e il marzo 2013. Dati completi all’indirizzo: http://radiomonitor.it/dox/RadioMonitor_dati_1o_trimestre_2013.pdf
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Bibliografia
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Cavallaro, M., Cavallo, D. e Vicinanza, A., presentazione di Maurizio Costanzo, 1998, Professione la radio, Mondadori, Milano.
Ciotti, S., 1997, Quarant’anni di parole, Rizzoli, Milano.
Cucchi, R., 2011, Clamoroso al Cibali. “Tutto il calcio minuto per minuto”. Quando la radio diventa storia, Minerva Edizioni, Bologna.
Dipollina, A., 2005, Quando c’era 90° Minuto, Sperling & Kupfer Editori, Milano.
Giobbe, M., 1997, In diretta da…Le radio-telecronache sportive, RAI-ERI, Roma.
Giusti, M., 2007, Il meglio di 90°. Minuto, Mondadori, Milano.
Gola, G., 2003, Tra pubblico e privato. Breve storia della radio in Italia, Effatà Edizioni, Torino.
Isola, G., 1997, Radio private, radio libere, radio commerciali: appunti per un’analisi storica in “Problemi dell’informazione” II/1997 pp. 183-187.
Maietti, A., 1976, Il calciolinguaggio di Gianni Brera, con prefazione di Marinoni, A., Il Pomiero, Lodi.
– 155 –
Menduni, E., 2003, Il giornalismo radiofonico, in “Il giornalismo in Italia. Aspetti, processi produttivi, tendenze” a cura di Carlo Sorrentino, Carocci, Roma.
Menduni, E., 2001, Il mondo della radio. Dal transistor a Internet, Il Mulino, Bologna.
Menduni, E., 1994, La radio nell’era della Tv. Fine di un complesso di inferiorità, Il Mulino, Bologna.
Menduni, E., 2002, La radio:percorsi e territori di un medium mobile e interattivo, Baskerville, Bologna.
Monteleone, F, 1976, La radio italiana nel periodo fascista, Marsilio Editore, Venezia.
Monteleone, F., 2005, Storia della radio e della televisione in Italia. Costume, società e politica, Marsilio Editore, Venezia.
Natale, A.L., 1990, Gli anni della radio (1924-1954). Contributo ad una storia sociale dei media in Italia, Liguori Editore, Napoli.
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Sitografia
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www.giurcost.org
www.radiomonitor.it
http://radi8o.blogspot.it
www.radioradicale.it
www.rai.it
www.stadiotardini.it
www.storiedicalcio.altervista.org
www.storiaradiotv.it
http://tuttoilcalcioblog.blogspot.it
www.wikipedia.it

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Gabriele Majo

Gabriele Majo, 57 anni (giornalista pubblicista dal 1988 e giornalista professionista dal 2002), nel 1975, bambino prodigio di soli 11 anni, inizia a collaborare con Radio Parma, la prima emittente libera italiana, occupandosi dei notiziari e della parte tecnica dei collegamenti esterni. Poi passa a Radio Emilia e quindi a Onda Emilia. Fonda Radio Pilotta Eco Radio. Nel 1990, dopo la promozione del Parma in serie A, è il responsabile dei servizi sportivi di Radio Elle-Lattemiele, seguendo l'epopea della squadra gialloblù in Italia e in Europa, raccontandone in diretta agli ascoltatori i successi. Contemporaneamente è corrispondente da Parma per Tuttosport, Repubblica, Il Messaggero, L'Indipendente, Paese Sera ed altri quotidiani. Dal 1999, per Radio Capital è inviato sui principali campi della serie A, per la trasmissione "Capital Gol" condotta da Mario Giobbe. Quindi diviene corrispondente e radiocronista per Radio Bruno. Nelle estati dal 2000 al 2002 è redattore, in sostituzione estiva, di Sport Mediaset, confezionando servizi per TG 5, TG 4 e Studio Sport. Nel 2004 viene chiamato al Parma F.C. quale "coordinatore della comunicazione" e direttore responsabile del sito ufficiale www.fcparma.com. Nel 2009, in disaccordo con la proprietà Ghirardi, lascia il club ducale. Nel 2010 fonda il blog StadioTardini.com di cui nel 2011 registra in Tribunale la testata giornalistica (StadioTardini.it) divenendone il direttore responsabile. Il rifondato Parma Calcio 1913, nel 2015, gli restituisce l'incarico di responsabile dell'ufficio stampa e comunicazione. Da Luglio 2017 si occupa dello sviluppo della comunicazione e di progetti di visibilità a favore di Settore Giovanile e Femminile della società.