IL COLUMNIST / CARO DONADONI, GRAZIE PER AVER CAMBIATO MODULO: IL 3-5-2 AVEVA STANCATO UN PO’ TUTTI, DAL PRIMO ALL’ULTIMO DEI TIFOSI

DSCN2323(Luca Russo) – Corsi e ricorsi storici. Se non avessero un loro peso ed una loro importanza, al filosofo Giambattista Vico (toh, proprio un napoletano: guarda il caso!) mai e poi mai sarebbe passata per la testa l’idea di costruirci su una delle sue interessanti teorie: quella dei corsi e ricorsi storici, appunto. L’illustre pensatore partenopeo – con una prosa molto più elegante e raffinata della mia – sosteneva che certi episodi, certi avvenimenti si ripetono ciclicamente con le stesse modalità. Attenzione: che il Napoli-Parma visto ieri sera possa essere ridotto ad una questione di corsi e ricorsi storici, mi pare un po’ riduttivo. Ma va riconosciuto che il passato talvolta vede il futuro meglio di quanto facciano gli allibratori. I Crociati corsari a Fuorigrotta venivano quotati a 7. Sulla carta, e secondo le non sempre azzeccate previsioni dei bookmakers, il Parma non avrebbe dovuto sopravvivere alla notte del San Paolo. E invece ne è uscito addirittura con le mani alzate, gli occhi sgranati e la bocca aperta. Come uno di quei gregari che indovina l’allungo giusto e conquista un successo di tappa in una frazione che dovrebbe sorridere agli scalatori; ed esattamente come accadde nel mese di ottobre dell’anno (di grazia) 2011: allora, come ieri, la partita tra azzurri e gialloblu fu anticipata al sabato perché gli uomini di Mazzarri erano attesi da un delicatissimo match di Champions League. Allora, come ieri, gli azzurri stavano preparandosi ad impattare contro una tedesca; Bayern Monaco ieri, Borussia Dortmund oggi; allora, come ieri, vinsero i gialloblu (ma per 2-1): a proposito di Giambattista Vico e delle sue teorie. Ma lo ripeto (a scanso di equivoci): l’inatteso successo del Parma non lo si deve solo ai corsi e ricorsi storici. Sarebbe un affronto nei riguardi della squadra, che ieri sera ha estratto dal cilindro una prestazione coi fiocchi (diremmo quasi perfetta), e di Roberto Donadoni, al quale mi sento in dovere di dire grazie: grazie per aver cambiato modulo. Ne avvertivamo il bisogno, perché il 3-5-2 delle prime dodici giornate di campionato stava iniziando a stancare un po’ tutti: dal primo all’ultimo dei tifosi. Certo, continuo a credere che, viste le caratteristiche dei soldati a disposizione del generale di Cisano Bergamasco, il 4-2-3-1 sia l’unico schema che possa permettere ai gialloblu di difendersi e attaccare senza perdere equilibrio. Ma intanto mi contento del 4-3-3 che si è visto e, soprattutto, ammirato al San Paolo. E che ha permesso al Parma di fare in una sola serata, ed in una sola partita, quelle due o tre cose che negli oltre mille minuti di campionato fin qui disputati non gli sono riuscite. Prima: con Sansone e Biabiany ai suoi lati e un Parolo sempre pronto all’assalto dell’area avversaria, Cassano ha potuto togliersi di dosso le vesti del predicatore nel deserto e indossare quelle del direttore d’orchestra. Se il Parma ha sfiorato il gol prima col numero 21, poi col velocissimo francese e per ben due volte con Parolo (che ieri sera non ha trovato la gioia che gli è sfuggita anche con la maglia della Nazionale), lo si deve al Discolo di Bari Vecchia: regista e coreografo di una squadra finalmente da applausi. Di più: da oscar proprio nell’arena di uno che di statuette e riconoscimenti cinematografici dovrebbe saperne qualcosa. Seconda: difendersi con 4 uomini, significa difendere bene e attaccare addirittura meglio. Il Parma in fase di contenimento solo raramente è andato in asfissia (e vorrei pure vedere: di fronte avevamo pur sempre il Napoli, mica una squadretta qualsiasi). E per una volta non ha ceduto le fasce al nemico. Insigne di fatto non è pervenuto, come spesso accade con la massima e la minima di Potenza, e Callejon, tolte le fasi iniziali dell’incontro durante le quali si è battuto come se di fronte avesse il Borussia Dortmund e non una nobile decaduta, si è infranto contro il miglior Gobbi di questo primo scorcio di stagione (se non il miglior Gobbi di sempre). Ma è stato in fase di possesso e costruzione che i gialloblù hanno sperimentato i grossi benefici che derivano dal ricorso ad un pacchetto arretrato con 4 elementi. In altre circostanze, e cioè quando il Parma era affetto da trecinqueduite acuta, chi attaccava sulle corsie esterne finiva puntualmente per essere sedotto dalle ampie praterie di cui godeva (o di cui avrebbe potuto e dovuto godere) e abbandonato dai compagni di squadra. Ieri sera, al contrario, Gobbi da un lato e Cassani dall’altro hanno dato man forte ai loro colleghi di corsia Sansone e Biabiany. Terza: cambiando abito tattico, Donadoni, e con lui il Parma, ha riportato un paio di chiesette al centro del villaggio. Cassani è stato utilizzato nel ruolo che più di ogni altro gli appartiene. La stessa sorte è toccata a Gobbi e Sansone. E i risultati, convincenti, si sono visti, sebbene il numero 21 non mi abbia stupito come ai bei tempi. Ecco, caro mister: bastava poco per dare scacco matto alla critica, ai tifosi e alla sua ex squadra. Bastava semplicemente che rivedesse le sue convinzioni e che si fidasse dei suggerimenti, anche tattici, di chi vuole il bene, e non il male, dei Crociati. Sarò sincero: non mi aspettavo che il Parma facesse bottino pieno al San Paolo. Né che potesse bastargli ricominciare da tre mosse (oltretutto nella città di Massimo Troisi) per ritrovare quel successo che gli mancava dallo scorso 27 ottobre. Ma ci è riuscito. Ed i meriti mai come stavolta vanno equamente distribuiti tra gli undici che sono scesi in campo e Roberto Donadoni che li ha magistralmente guidati da una panchina da cui pare che non si odano più scricchiolii sinistri. Luca Russo