IL COLUMNIST / LA BELLA LETTERA DI STANIC AI PARMA BOYS BALKAN

(Luca Russo) – Son giornate, queste, in cui il mondo del tifo, per via dei ben noti fatti di Salerno, se ne sta lì sul banco degli imputati, tra commenti appropriati, o, se vogliamo, indovinati, e riflessioni che al contrario calzanti non lo sono per niente (secondo il parere di chi vi scrive, naturalmente). L’Italia, intendiamoci: l’Italia calcistica, si è spaccata in due: c’è il fronte degli indignati, dei perbenisti a comando, che condanna senza appello quanto si è visto all’esterno e all’interno dell’Arechi, e c’è quello che io definisco il fronte delle persone ragionevoli, dotate di buon senso e di tanto sale in zucca, che, pur non condividendo e, anzi, disapprovando apertamente toni e forme della protesta allestita dai tifosi nocerini, ne condivide le ragioni o quantomeno cerca di analizzarle senza ricorrere ai sentito dire o ai soliti luoghi comuni di cui è affollata la testa dell’italiano medio. Io sto dalla parte dei secondi: perché negare la trasferta anche ai possessori della famigerata Tessera del Tifoso, che, proprio in quanto tali, avrebbero avuto il sacrosanto diritto di assistere al derby tra Salernitana e Nocerina?  Delle due, l’una: o la TdT non ha più un senso, e dunque è necessario che i padroni del pallone vengano a dirci quali sono i nuovi strumenti che intendono utilizzare per la gestione dell’ordine pubblico; oppure un senso ce l’ha ancora, e quindi chi ne è in possesso ha il sacrosanto diritto, appunto!, di assistere a qualsiasi partita della propria squadra del cuore, indipendentemente da quale sia l’indicazione geografica della squadra avversaria. Comunque, tenete bene a mente i fatti di Salerno e le divisioni, in termini di commenti e prese di posizione, che ne sono scaturite. Perché se son qui, faccia a faccia con un monitor e le mani sulla tastiera, non è per scrivere di un argomento di cui tutti hanno detto già tutto, ma per raccontarvi una bella storia di tifo. Di quelle da cui si capisce che il calcio ha ancora in sé la forza per unire. Il Parma, a dispetto del suo status di provinciale (di lusso, un tempo), può vantare sostenitori e simpatizzanti quasi in ogni angolo del globo terracqueo. Manco si trattasse di una delle grandi squadre del Nord – che di mercato ne hanno persino nella terra del Sol Levante – o di Roma o Napoli, regine di un Sud che mai come in questa stagione ha la possibilità, concreta, di riscattarsi dopo anni ed anni di scudetti finiti al di là dell’Arno. Il Parma, dicevamo, di tifosi ne ha un po’ ovunque. Ce ne ha tanti anche nei Balcani; e per la precisione nella terra che un tempo rispondeva al nome di Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia (RFSJ, come la chiamano i miei amici da quelle parti). Ed è proprio lì, dove l’Occidente convola a nozze con l’Oriente e dove fino ai tempi (per certi versi belli, per altri versi decisamente meno) di Tito la diversità faceva da collante più che da pretesto per suonarsele di santa ragione, che, nel 2010, sono venuti alla luce i Parma Boys Balkan. Si tratta, in soldoni, di un gruppo nato con l’intento di raggruppare sotto la stessa bandiera i tifosi Crociati di Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Kosovo e Macedonia. L’etichetta Balkan non è stata scelta casualmente: nell’esercizio del tifo per il Parma, all’interno della ‘compagnia’ non sono tollerate divisioni politiche e/o ideologiche. Al momento l’iniziativa mi pare che stia riscuotendo un gran bel successo, visto che sulla propria pagina facebook – amministrata da due ragazzi croati ed uno di Sarajevo – il gruppo ha incassato non solo 697 ‘mi piace’, ma anche (e addirittura) l’endorsement di una vecchia gloria Crociata, Mario Stanic. Sì, proprio lui, SuperMario Stanic, il quale, grazie all’intercessione di Robert  Matteoni, noto giornalista sportivo croato (scrive per Sportske Novosti, l’equivalente della nostra Gazzetta dello Sport) e assai vicino a Hrvoje Levak Cannone (uno dei moderatori), è riuscito a mettersi in contatto col gruppo e, soprattutto, a fargli recapitare una lunga e imagepiacevolissima lettera. Questo, a mio avviso, è il passaggio più significativo della missiva che Stanic ha indirizzato ai Parma Boys Balkan: “Sono piacevolmente sorpreso dalla vostra iniziativa e dal fatto che il  Parma abbia così tanti tifosi in Croazia e nelle altre nazioni della  ex Jugoslavia. Di solito ci si aspetta che dalle nostre parti le persone si appassionino per il Milan, l’Inter, la Juve, il Napoli o la Roma. Grandi club di serie A con una grande tradizione alle spalle. In genere la gente fa il tifo per le squadre più blasonate, per quelle che vincono spesso o, più semplicemente, per quelle della propria città. Quando si è stranieri e si tifa per il Parma, una squadra dal grande e glorioso passato, ma con un presente da image‘provinciale’, vuol dire che ci sono veramente ottime e buone ragioni per farlo. Come dicevo poc’anzi, sono tanti in Croazia coloro che tifano per i gialloblu. Ma a mio avviso i numeri contano poco: perché è meglio avere pochi tifosi, ma fedeli, piuttosto che mille o diecimila occasionali”. Al di là delle belle parole spese da Stanic, che io oltretutto sottoscrivo in toto, c’è una cosa che mi fa davvero specie dover notare. In Italia il calcio, è – e non da ieri o ieri l’altro – fonte di spaccature, di polemiche al vetriolo, di rivalità troppo accese non solo fra campanili ma anche tra presidenti (loro che dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio), di canti beceri e di altrettanto becere reazioni che, in alcuni casi, riescono ad essere anche peggio dei cori che le hanno generate. Nella ex Jugoslavia, terra che negli ultimi venti anni è stata dilaniata da una guerra combattuta in nome della ‘normalizzazione’ e della voglia (di pochi) di dividersi, il Parma sta riuscendo nella non trascurabile impresa di tenere uniti sotto la stessa bandiera ragazzi a cui il recente conflitto bellico ha dato una bandiera diversa a seconda della propria appartenenza etnica. Ecco, siamo ancora convinti che noi italiani viviamo e gestiamo il calcio meglio di quanto facciano altrove? Oppure ci tocca dare ragione al CT Prandelli, secondo cui il nostro calcio da che era passione e pressione è diventato solo un’incomprensibile e a volte fastidiosa ossessione? Luca Russo

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