venerdì, Luglio 19, 2024
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L’OPINIONE DI MAJO DOPO PARMA-VARESE 4-1 / E STASERA CHI LO TIENE IL SALTIMBANCO, DOPO CHE HANNO SEGNATO I “SUOI” MUNARI E ROSI (PIU’ IL PALO DI MESBAH”…

(gmajo) – Visto che già si è fatto tardino, mi toccherà snobbare la Coppa Italia, dando vita a una articolessa più breve rispetto alle Opinioni (a freddo) del campionato. Peccato perché, al di là del valore relativamente modesto dell’esame sostenuto ieri sera dalle riserve del Parma (per favore non usiamo inutili paraventi, che tanto parla il minutaggio), di spunti di discussione ne sono emersi parecchi, sviscerati come sempre dalle nostre penne, con molteplici sfaccettature, esattamente come da oggetto sociale di questo nostro quotidiano on line, che è contrario al pensiero unico, e che viceversa centra in pieno il proprio obiettivo allorquando emerge una molteplicità di punti di vista. Che poi non è detto debbano per forza collimare tra loro o con la “linea” del direttore. Ad esempio su un punto siamo un po’ tutti d’accordo, e cioè che la Coppa Italia debba essere riformata, sul come, invece, ci si può sbizzarrire. A me, ad esempio, non arrapa la basket-mania del nostro Columnist Luca Russo, così come non mi piace la contaminazione del calcio con altri sport. Magari mi trovo più d’accordo con chi, nello spazio commenti, si è dichiarato non convinto dagli ormai consolidati play off nelle serie minori. In più ci si lamenta tanto (e lo fa anche il nostro Luca Russo) dell’egemonia dei grandi club, e poi si propone una formula che vedrebbe, comunque, l’egemonia dei soliti noti. Il bello della Coppa è vedere come una squadra di rango inferiore possa misurarsi con una di rango superiore, e non è affatto vero che l’aver giocato al Tardini Parma-Varese è la medesima cosa che all’Ossola. Intanto alla supposta più debole bisognerebbe riconoscere, almeno, il vantaggio del fattore campo. E comunque, pur essendo dei decaduti, penso che il richiamo del Parma a Varese, possa essere maggiore del richiamo del Varese a Parma. Insomma in Lombardia, almeno, si sarebbe quadruplicato il numero dei paganti di ieri. Ma, come ci ha detto Scaramuzzino di Radio Rai, nella video intervista che ci ha concesso, l’attuale format è stato voluto dai signori del calcio, una decina di anni fa e così è rimasto, per far sì che a fine corsa si ritrovino le grandi che abbiano un premio di consolazione ove le cose fossero andate male nelle competizioni principali. Certo che se anche le piccole – attuando un turn over esagerato – rinunciano in partenza a dare del filo da torcere alle più grandi, allora il gioco si smonta. E ieri il Varese, lontano parente da quello che aveva conteso la promozione in A alla Sampdoria, aveva per la mente tutt’altro che non venire a rompere l’anima ai Centenari al Tardini. Così come immagino che l’allenatore Gautieri, non abbia ricevuto confortanti indicazioni dai suoi alternativi in casacca biancorossa (e formato crocerossa, non solo il portiere Milan). Con tutto il beneficio d’inventario del caso, invece (non so se Tullo Baroni ci verrà a raccontare che in campo c’erano anche gli avversari, perché ieri il Varese ha giocato decentemente solo gli ultimi tre minuti, quando, peraltro, i nostri avevano mollato la presa, pensando, sul 4-0, che ormai la missione fosse compiuta) può essere soddisfatto Roberto Donadoni, per la risposta positiva di gran parte, se non tutti, i suoi rincalzi (qualcuno di lusso, of course). Sì certo, rimane il problemino-one, Amauri, che iersera, sia pure gratificato con la fascia di capitano, ha ricordato assai da vicino quel Crespo di quel Parma-Livorno, di qualche anno fa, ultima giornata, che dopo molteplici tentativi riuscì a segnare solo perché si scansò il portierino commosso dalla sua evidente voglia di segnare, pur non indovinandone una. Se fossi un appassionato di scaramanzia (un po’ come al Parma…) gli consiglierei o di farsi benedire, o almeno di farsi levare il malocchio da qualche fattucchiera; ma piccandomi di essere un giornalista serioso, se non proprio serio, direi che, di questi tempi, semplicemente gli sia preferibile, per il bene collettivo, qualche d’un altro. Ché purtroppo non basta la buona volontà (di buone intenzioni, recita l’adagio, sono lastricate le vie dell’inferno), per un attaccante buttarla dentro è un must, e quando non gira, è meglio non zavorrare il gruppo con problemi individuali che troveranno fisiologica soluzione quando uno meno se lo aspetta. Ad esempio se Amauri fosse entrato qualche minuto prima nel derby, forse Eupalla avrebbe potuto aiutarlo un po’ di più, anche se non so, visto ieri, cosa, in effetti, sarebbe potuto cambiare. Avanti, dunque, con un assetto leggero, o con un tridente stra-finto come quello di ieri in cui le punte del forcone, non erano quelle più classiche, visto che ai fianchi dell’italo brasiliano non solo c’era Palladino, ma persino Rosi. La nota più piacevole della serata, a mio modo di vedere, è stato Valdes, capace di una regia coi fiocchi. Ma era stato così anche con il Lecce, quando mi ero illuso che avesse superato tutti i problemi dell’annata precedente. Poi, però, gli ha voltato le spalle persino il suo pigmalione Donadoni. E il perché mica l’ho mai capito. Improvvisamente l’irrinunciabile (nel campionato 2012-13 veniva mandato in campo anche con la pubalgia) è diventato superfluo. E mica gli ha preso il posto Pirlo, bensì Marchionni. Qualcosa non mi torna: non si offenderà Marchino, ma tra coevi, preferisco il cileno. O perlomeno sarebbe più equilibrata una gestione paritaria dei due, non l’accantonamento del Pacarito, che tanto mi è sembrato un capro espiatorio dato in pasto alla piazza delusa dall’avvio con il freno a mano tirato della stagione centenaria. Questo Valdes (e io non è che abbia mai smaniato per lui, e ancor meno per il ruolo di regista che io abolirei per il 4 2 3 1) merita di giocare titolare anche in campionato. Non oso pensare quanto, tra poche ore, sarà incontenibile Enrico Boni negli studi di Calcio & Calcio: ieri sera i suoi beniamini Rosi e Munari (anche in questo caso non ho ben capito l’ostracismo di Donadoni, che lo tolse dalla circolazione dopo il match inaugurale a Udine) sono persino entrati nel tabellino dei marcatori, e per poco non ce la faceva anche Mesbah (altra piacevole conferma da Bello di Notte, manco fosse Boniek), che ha colto un palo. In effetti le risposte richieste da Donadoni alla vigilia sono arrivate e tutte (Amauri a parte) positive. Segno che il gruppo che ha a disposizione non è poi così male, o comunque è decisamente meglio rispetto a quello affidato a Colomba, che si fece eliminare dal Verona. Anche se c’è da tener presente, pure, la differenza dell’avversario, in quanto non si può certo paragonare la Mandorlini Band di allora con il decisamente modesto Varese di ieri. Colomba ebbe anche gli attributi di dirlo – direttamente al suo datore di lavoro e al capofabbrica – che alla fine tutte le alternative che un po’ tutti (dalla società in giù, in primis quella stampa un po’ ossequiosa ai desiderata di Tom) lo spingevano a provare rispetto ai soliti non erano poi un granché, e la storia gli ha dato ragione, giacché costoro, neppure altrove, hanno lasciato tracce indelebili di sé. Donadoni ha oggi una rosa di livello indubbiamente superiore che ha il dovere di valorizzare al meglio, senza intestardirsi su idee fisse, come ha fatto nella prima parte del campionato, cercando, visto le risposte positive che ha ricavato, di rendere davvero tutti quanti parte integrante del progetto. Visto che la Coppa Italia è la Coppa Italia, Donadoni ha eseguito un doppio cambio, ieri, con dentro un paio di promesse. Quel Mauri ha colpito tutti per la personalità: ad un certo punto era lui che dava gli ordini a Valdes, che non dico potrebbe essere suo padre, ma quasi. Bene: quella stessa personalità può venire utile anche in campionato, senza proteggerla coi soliti “condom” sacchiani (e non solo) per cui ai giovani non bisogna far montare la testa. Con questa mania stiamo perdendo il talento Cerri: è possibile che per lui non ci fosse posto almeno tra i convocati di Parma-Varese? Che fine ha fatto? Elementi del genere possono venire utili anche in campionato, senza per forza farli deprimere. Gabriele Majo

Gabriele Majo

Gabriele Majo, 60 anni (giornalista pubblicista dal 1988 e giornalista professionista dal 2002), nel 1975, bambino prodigio di soli 11 anni, inizia a collaborare con Radio Parma, la prima emittente libera italiana, occupandosi dei notiziari e della parte tecnica dei collegamenti esterni. Poi passa a Radio Emilia e quindi a Onda Emilia. Fonda Radio Pilotta Eco Radio. Nel 1990, dopo la promozione del Parma in serie A, è il responsabile dei servizi sportivi di Radio Elle-Lattemiele, seguendo l'epopea della squadra gialloblù in Italia e in Europa, raccontandone in diretta agli ascoltatori i successi. Contemporaneamente è corrispondente da Parma per Tuttosport, Repubblica, Il Messaggero, L'Indipendente, Paese Sera ed altri quotidiani. Dal 1999, per Radio Capital è inviato sui principali campi della serie A, per la trasmissione "Capital Gol" condotta da Mario Giobbe. Quindi diviene corrispondente e radiocronista per Radio Bruno. Nelle estati dal 2000 al 2002 è redattore, in sostituzione estiva, di Sport Mediaset, confezionando servizi per TG 5, TG 4 e Studio Sport. Nel 2004 viene chiamato al Parma F.C. quale "coordinatore della comunicazione" e direttore responsabile del sito ufficiale www.fcparma.com. Nel 2009, in disaccordo con la proprietà Ghirardi, lascia il club ducale. Nel 2010 fonda il blog StadioTardini.com di cui nel 2011 registra in Tribunale la testata giornalistica (StadioTardini.it) divenendone il direttore responsabile. Il rifondato Parma Calcio 1913, nel 2015, gli restituisce l'incarico di responsabile dell'ufficio stampa e comunicazione. Da Luglio 2017 a Dicembre 2023 si occupa dello sviluppo della comunicazione e di progetti di visibilità a favore di Settore Giovanile e Femminile della società. Dal 2010, a conferma di una indiscussa poliedricità, ha iniziato un percorso come attore/figurazione speciale di film e cortometraggi: l'apice l'ha raggiunto con il cammeo (parte parlata) all'interno del pluripremiato film di Giorgio Diritti "Volevo Nascondermi" (con presenza nel trailer ufficiale) e partecipazioni in "Baciato dalla Fortuna", "La Certosa di Parma", "Fai bei sogni" (del regista Marco Bellocchio), "Il Treno dei bambini" di Cristina Comencini, "Postcard from Earth" del regista Darren Aronofsky, "Ferrari" del regista Michael Mann. Apparizioni anche nei cortometraggi nazionali "Tracce", "Variazioni", "L'Assassinio di Davide Menguzzi", "Pausa pranzo di lavoro"; tra i protagonisti (Ispettore Majo) della produzione locale della Mezzani Film "La Spétnèda", e poi nei successivi lavori "ColPo di Genio" e "Franciao".

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  • Luca Russo

    Sulla Coppa Italia. Prendiamo come riferimento gli ultimi venti anni della manifestazione (dalla stagione 1993/1994 in avanti). In una sola circostanza la coppa è stata vinta da una squadra non grande: il Vicenza, che alzò il trofeo al cielo nel 1997. Tuttavia quel Vicenza all’epoca sotto certi aspetti lo si poteva ritenere una grande, tant’è vero che l’anno dopo se non erro arrivò fino alla semifinale di Coppa delle Coppe, persa contro il Chelsea in modo rocambolesco e non senza sviste arbitrali. Detto questo, quando in quegli anni la coppa fu vinta da Lazio, Parma e Fiorentina, Lazio, Parma e Fiorentina, capitanate rispettivamente da Cragnotti, Tanzi e Cecchi Gori, era lecito ritenerle alla stregua dei grandi club. In sintesi: che il format sia quello degli ultimi dieci anni o quello dei dieci anni precedenti, la Coppa Italia è comunque finita ad un grande club. Pertanto, non sono d’accordo con Scaramuzzino quando sostiene che le decisioni prese dieci anni fa hanno favorito i grandi club, perché anche nei dieci anni precedenti il torneo ha sorriso ai soliti club.

    Volendo tutelare le cosiddette piccole o quantomeno contrastare l’egemonia delle grandi, si dovrebbe dividere la competizione in due tabelloni: uno riservato alle squadre di A, che qualificherebbe una grande squadra alla finale; e l’altro riservato alle formazioni di B e Lega Pro che qualificherebbe una formazione di cadetteria o una di terza serie all’atto finale. Semplice, no?

    Per chiudere: sono io il primo a lamentarmi dell’egemonia delle solite squadre. Ma non è modificando il format di una competizione che la si rende più accessibile alle formazioni meno dotate o ai club cosiddetti provinciali. Guardate la Champions, per i cui spareggi Platini ha previsto playoff riservati ai campioni nazionali e altri ai quali accedono le piazzate: non mi pare che la Dinamo Zagabria o che lo Sheriff Tiraspol abbiano mai vinto una Champions dopo l’introduzione di questa novità. Le modifiche ai format vanno fatto per tutelare la competizione, lo spettacolo che offre, e non per proteggere certe squadre a scapito di altre. Insomma, quando si discute di argomenti del genere, si dovrebbe farlo scordandosi di essere rappresentanti di un grande o di un piccolo club, perché modifiche di tale segno vanno apportate o andrebbero apportate nel tentativo di dare maggiore fascino alle competizioni alle quali le si applicano. E non nell’ottica di renderle accessibili a squadre deboli.

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