IL COLUMNIST / IL CALCIO ITALIANO, PER RINASCERE DOPO IL DEFAULT, DEVE RIMETTERE IL CAMPO AL CENTRO DEL VILLAGGIO, PRESTANDO ATTENZIONE AD ABILITA’ E TECNICA INDIVIDUALE

Luca Russo (www.ilcolumnist.net) – Le dimissioni sola andata del neo-turco Cesare Prandelli (già scritturato, con sospettabili tempi da record, dal Galatasaray). Quelle, altrettanto irrevocabili, del presidente federale Giancarlo Abete. Un mondiale, anzi due, da dimenticare. Le nostre formazioni di club che in Europa continuano a mietere una pessima figura dopo l’altra. E in mezzo la bella cavalcata, quasi trionfale, all’Europeo di Polonia ed Ucraina di due anni fa. Descritte in questi termini le sue condizioni di salute, pare che il calcio italiano, e con esso la Nazionale che ne dovrebbe essere la più alta e nobile espressione, meriti solamente di essere rottamato o completamente riformato. Il che, intendiamoci, corrisponde al vero. Ma le soluzioni che, nei giorni successivi all’eliminazione subita per mano dell’Uruguay e per bocca di Suarez, sono state proposte da opinionisti e addetti ai lavori più o meno qualificati, da sole non sono sufficienti a restituire brio e vitalità ad un movimento che sta pericolosamente avvicinandosi al default. Va bene pretendere che in Italia mettano radici solamente gli stranieri migliori e non pure quelli mediocri, ma che vengono ugualmente ingaggiati solo perché portatori di un cognome esotico e soprattutto perché relativamente convenienti da un punto di vista economico; va bene spingere per l’introduzione delle squadre B (soluzione, questa, che sta molto a cuore al Plenipotenziario Leonardi); va bene anche chiedere alle società di destinare maggiori risorse alla cura ed allo sviluppo dei settori giovanili. Ma non basta nel minuto in cui in campo ci finiscono calciatori incapaci di saltare l’uomo, inquadrare la porta con un tiro dalla distanza o fare un cross, che sia uno, decente e all’altezza di tale definizione. Ecco, se l’intenzione è quella di ritornare ad essere un paese di riferimento nel panorama calcistico europeo e mondiale, non è sufficiente inventarsi (si fa per dire) le seconde squadre, limitare il numero di stranieri per club o rovesciare una montagna di soldi nei vivai; bisogna rimettere il campo al centro del villaggio e ricominciare ad occuparsi delle abilità, della tecnica individuale. Ai bambini italiani di oggi, che poi saranno i calciatori di domani, si insegna a interpretare questo o quel modulo, piuttosto che a controllare la sfera, crossare o tirare in porta. E noi in Brasile abbiamo fatto una figura indecente non perché siamo venuti meno in fase difensiva – come vorrebbe farci credere qualcuno che evidentemente ignora il fatto che durante la fase a gironi Argentina, Brasile e Francia hanno incassato più o meno le nostre stesse reti, però facendone molte di più di quante ne siamo riusciti a realizzare noi – o per via del ricorso ad uno schema inappropriato, o perlomeno non solo per queste due ragioni, ma anche perché in gol ci siamo finiti appena due volte, perché i nostri centrocampisti quasi mai hanno dribblato il proprio avversario, perché i nostri terzini o le nostre ali, per quanto di belle speranze che siano, di fatto hanno prodotto pochissimi traversoni invitanti e perché, tolta la bella e vincente conclusione di Marchisio contro l‘Inghilterra, in porta vorremmo arrivarci col pallone, pur essendo sprovvisti dei mezzi per farlo, e non con un potente fendente dalla media o lunga distanza. Insomma, siam d’accordo che sia necessario limitare il numero di stranieri per fare spazio ai “nostri”; è lodevole voler garantire tre o quattro casacche da titolare al made in Italy (quello autentico e di qualità); ma se poi gli italiani non vedono la porta, non sanno saltare l’uomo e sono incapaci di crossare come si dovrebbe, tutti gli altri, compresi quelli venuti da chissà quale angolo remoto del globo terracqueo, che colpa ne hanno? Ritorniamo ad insegnare calcio, piuttosto che ad alzare coppe; e ai giovani si faccia prendere confidenza innanzitutto con l’attrezzo da gioco, col pallone, coi fondamentali del gioco: e poi, solo poi, con la vittoria e le più bizzarre disposizioni tattiche. Ché la vittoria arriverà se impareremo ad usare il pallone. Restando in tema Nazionale, nelle ultime ore son state fatte diverse ipotesi e altrettanti nomi a proposito del commissario tecnico che sostituirà Cesare Prandelli. Tra i papabili c’è gente del calibro di Allegri, Mancini, Guidolin e perfino il nostro Donadoni, che sarebbe un cavallo di ritorno, dal momento che al timone degli Azzurri ci era già stato qualche anno fa. Dunque, solo candidati italiani. Io vado controcorrente e punterei su uno straniero dalle spalle larghe e forti. Mi piacerebbe l’olandese Hiddink, ma, considerata la scarsa liquidità a disposizione della FIGC, temo sia irraggiungibile. E allora alzerei la cornetta e scambierei due chiacchiere con Bora Milutinovic. Ventiquattro anni fa, durante il mondiale italiano, ci ha fatto scoprire il Costa Rica (di cui oggi in tanti parlano e straparlano), che seppe spingere oltre la fase a gironi. Poi ha portato gli Stati Uniti agli ottavi del mondiale giocato in casa; guidato, con tanto di superamento del primo turno, la Nigeria a Francia ’98; e la Cina alla rassegna nippo-coreana del 2002. È uno che con le nazionali ci sa fare. Soprattutto è uno che sa entrare in sintonia coi giocatori che chiama a raccolta. Non va a caccia di strane alchimie tattiche, predilige il gioco semplice e sa come gestire le situazioni e le partite più complicate. È un animale da coppa, più che da campionato. E solo Dio sa quanto sia importante, per una rappresentativa nazionale, vincere, anche dando poco spettacolo, e ragionare sul breve termine, sul mese di competizione, senza mettere in cantiere progetti a lunga conservazione. Guardate Brasile e Argentina come sono arrivate fino ai quarti di finale: una roba che, ci fosse stata l‘Italia al loro posto, ci avrebbero dato dei difensivisti e dei catenacciari ad oltranza. Il tecnico serbo, in questo senso, è l’uomo giusto e dotato delle esperienze che servono per riportare gli Azzurri ai fasti di un tempo. Se a Francia 2016 e Russia 2018 vogliamo arrivarci con le vele gonfie, un po’ di Bora in poppa è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Luca Russo (www.ilcolumnist.net)

9 pensieri riguardo “IL COLUMNIST / IL CALCIO ITALIANO, PER RINASCERE DOPO IL DEFAULT, DEVE RIMETTERE IL CAMPO AL CENTRO DEL VILLAGGIO, PRESTANDO ATTENZIONE AD ABILITA’ E TECNICA INDIVIDUALE

  • 4 Luglio 2014 in 12:19
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    L’ opzione Milutinovic sarebbe affascinante, complimenti a Luca Russo per l’idea ! Tuttavia, per chi predilige l’amarcord, val la pena sottolineare che per il Bora non si tratterebbe di un debutto assoluto in Italia giacché negli anni 80 guidó-seppur per breve tempo-l’Udinese. Da cui fu ovviamente esonerato perché, si sa, nell’Italia del calcio la pazienza non difetta di certo.

    • 4 Luglio 2014 in 12:22
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      Mah… Io, al contrario, lo trovo un po’ stroppo stagionato… E poi il Columnist lo indica solo perché è serbo e lui ha un debole per quelle zone… Ma si accontentasse delle fanciulle…

  • 4 Luglio 2014 in 12:31
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    Condivido i vari passaggi. L’importanza delle seconde squadre è sottovalutata, credo infatti che l’attuale primavera sia poco “formativa”, a 16 o 17 anni si può giocare con gli adulti. Così com’è i bravi perdono tempo e poi pagano il salto. Anche il discorso sulla tecnica è sacrosanto, ci siamo presentati ai mondiali con formazioni titolari che non presentavano un giocatore uno abile a saltare l’uomo, cosa che reputo fondamentale. E non siamo piu in grado di proporre difensori che sanno giocare sull’uomo. Sono invece contrario a una limitazione, anche temporanea, degli stranieri, ed anzi non condiviso la disparità tra comunitari ed extra.
    A livello federale credo conti piu ancora piu un cambio di impostazione che di persone, comunque inevitabile. Come ct credo meriterebbe un chance Guidolin, ma il ct deve essere inserito in un sistema funzionale. In ogni caso, senza grandi nomi in ballo, la soluzione estera non è trascurabile

  • 4 Luglio 2014 in 12:37
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    Gabriele, perfettamente d’accordo con te, la trovo una ipotesi tanto affascinante quanto irrealizzabile forse anche per un fattore anagrafico. Resta il fatto che Bora Milutinovic appartiene a quella lunga schiera- decine e decine tra allenatori e giocatori- di licenziati in Italia con la patente di “scarsi”, salvo poi fare faville all’estero. Un tempo tutto ciò veniva liquidato con un ” è colpa del nostro campionato, è il più difficile del mondo”. Ricordate un certo Tabarez, accolto e subito licenziato dal Cavaliere al grido di “Tabarez? Chi è, un cantante di Sanremo?”
    Si, quello che ha cantato la messa da requiem all’Italia calcistica di oggi!

  • 4 Luglio 2014 in 19:56
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    In futuro vorrei che anche l’Italia riuscisse ad essere mediocre, noiosa e fortunata come Brasile, Argentina e la Germania vista contro la Francia. E dire che al mondiale ci eravamo arrivati con la presunzione di vincere e di farlo divertendo il pubblico…che stupidi! In semifinale ci si arriva come fanno i tedeschi: annoiando e di culo…

  • 4 Luglio 2014 in 23:48
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    Non è che nel 2006 avessimo dato spettacolo 🙂

    • 5 Luglio 2014 in 07:32
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      Appunto…! 😀

  • 4 Luglio 2014 in 23:56
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    Caro Luca,
    È destino…nell’unico mondiale recente in cui abbiamo divertito, ovvero Italia 90, siamo riusciti a mancare la vittoria dopo avere vinto tutte le partite e l’Argentina arrivó in finale avendo vinto solo due gare. Il mondiale è il regno del pragmatismo e ci vuole anche fortuna, vedi 1982 e 2006. Quest’anno è mancato proprio tutto. L’augurio è che sia stata una debacle, finalmente, salutare per tutto movimento. Ripeto, se Ghirardi si pone in rottura col sistema è necessario che faccia seguire alle parole i fatti. Aspetto al varco le decisioni societarie su Cerri, Mauri, Pigliacelli e Iacobucci. Se rompere con il sistema significa solo “gridare al ladro”, beh, aspettiamoci altre eliminazioni. Di grazia se ci qualificheremo per Euro 2016,

    • 5 Luglio 2014 in 08:59
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      Ad Euro 2016 ci arriveremo a mani basse, se non altro perché vi si qualificheranno in 24, e cioè le prime due di ogni gruppo più la migliore tra le terze; gli altri quattro posti saranno assegnati dagli spareggi tra le restanti terze. Considerando che noi siamo stati sorteggiati in un girone che comprende squadre del calibro di Croazia, Norvegia, Bulgaria, Malta e Azerbaigian, saremmo da terzo mondo calcistico se non dovessimo centrare la qualificazione all’Europeo francese, senza alcuna offesa per le nostre avversarie…

      Comunque, il mondiale in corso in qualche modo sta facendoci capire chi sono i veri campioni e chi, invece, può essere considerato solamente un buon calciatore. Cavani, che qua in Italia segnava una caterva di reti solo perché il nostro campionato è uno tra i più scadenti di Europa (solo i napoletani e i tifosi delle strisciate, delle romane e della Fiorentina non lo vogliono ammettere, chissà perché…), al mondiale ci ha fornito l’esatta dimensione del suo talento: ridotta, estremamente ridotta. Lo stesso dicasi per l’altro fenomeno Higuain, sebbene sia ancora in corsa e quindi in grado di fare una decina di reti da qui in avanti (cosa che comunque non cambierebbe la mia opinione sul suo conto: buon giocatore, non il campione che tutti, o quasi tutti, credono che sia). Anche la Colombia per certi versi è stata una delusione: finché se l’è vista con squadre di dopolavoristi, ha vinto, convinto e ballato; al primo ostacolo serio, si è sciolta come neve al sole.

      Insomma, le stelle, quelle vere, nel panorama calcistico attuale, son davvero poche. Il guaio è che ai tifosi ed ai media bastano una decina di reti per qualificare questo o quel giocatore come il nuovo Ronaldo (l’originale) o il nuovo Maradona o il nuovo Pelè. E invece bisognerebbe cercare di capire come ed in quale contesto di squadra e di campionato si fanno quelle reti…per intenderci: Gilardino è stato uno dei migliori attaccanti della Serie A quando la Serie A era ancora un campionato serio…peccato sia in procinto di partire per la Cina…

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