IL COLUMNIST / LE RISIBILI SANZIONI PER LE VIOLAZIONI DEL FAIR PLAY FINANZIARIO TOLGONO OGNI CREDIBILITA’ ALLA UEFA

Luca Russo (www.ilcolumnist.net) – Istruzioni per l’uso: non è nelle intenzioni di chi vi scrive cavalcare le onde del populismo e della disinformazione già indegnamente montate da firme e personalità ben più prestigiose delle mie (che in verità prestigiose non lo sono affatto). In relazione alla mancata concessione della Licenza Uefa al Parma, la posizione del sottoscritto ricalca in tutto e per tutto quella del direttore di StadioTardini.it  Gabriele Majo, che nel suo esaustivo intervento di ieri ha ribadito un concetto che ha ripetutamente espresso in passato: “L’esclusione dei Crociati dalla Europa League non è una sanzione, una pena, una punizione imageo chiamatela come volete, bensì il naturale epilogo o conseguenza di quello che avviene per i comuni mortali nei concorsi o per le comuni aziende nelle gare d’appalto, quando manca un requisito tassativo richiesto, e cioè l’esclusione”. Niente complotti o disegni tetri orditi dal Palazzo ai danni del Parma, le cui sorti, detto con estrema franchezza, dubito che destino l’interesse di qualcuno a Nyon e immediati dintorni; si è trattato, molto più banalmente, dell’assenza di un requisito fondamentale per partecipare al “concorso”, cui invece ha preso gds fair play finanziarioparte, in luogo degli emiliani, il Torino di Ventura. Giusto, dunque, estromettere noi per far posto al primo degli esclusi. Però… fatta questa doverosa premessa e tenute in considerazione le sanzioni, direi risibili, comminate a quei club non in linea coi principi del fair play finanziario  (Manchester City, Paris Saint Germain e Barcellona) e quelle (potenzialmente altrettanto risibili) che, come emerge da un servizio-inchiesta del duo Licari-Iaria pubblicato sulla Gazzetta dello Sport di ieri, verranno indirizzate nei riguardi delle società (Inter e Roma su tutte) che al lume delle perdite accumulate in anni ed anni di pessime o scellerate gestioni solo ora sono entrate nel mirino delle indagini del CFCB (organo di controllo del club), ma senza voler mescolare storie e vicende che albergano su due piani pressoché distinti (concessione licenze Uefa e imagerispetto dei parametri imposti dal FPF), credo sia comprensibile che tra gli addetti ai lavori e i tifosi possa sorgere più di qualche dubbio sulla credibilità della Uefa e, soprattutto, sulla coerenza delle decisioni che assume in materia di rilascio licenze e di fair play finanziario. Così, a naso, pare che i burocrati di Nyon non siano sempre severissimi e intolleranti, a differenza di quanto loro stessi vogliono farci credere, e che a seconda dei casi, quando ne ha la voglia e la possibilità, l’organo presieduto da Platini decida di ricorrere alla mediazione e alla trattativa più che alle manganellate. Ma prima di arrivare al succo della questione e spiegarvi le ragioni di queste mie convinzioni, che avanzo senza la pretesa dell’infallibilità, prendendo in prestito ciò che appare sul sito della Uefa, occorre che si faccia un minimo di chiarezza sulle origini del fair play finanziario  e sui motivi che ne hanno determinato l’istituzione, nonché sui principi che ne regolano il funzionamento. Dunque, il FPF “si propone di migliorare le condizioni finanziarie generali del calcio europeo. E’ stato creato nel 2011. Da allora, le squadre che si qualificano per le competizioni Uefa devono dimostrare di non avere debiti insoluti verso altri club, giocatori e autorità sociali/fiscali per tutta la stagione. In altre parole, devono dimostrare di aver pagato i conti. Dalla scorsa stagione (2013/14), i club devono anche garantire di essere in regola con i requisiti di break-even, ovvero in linea di principio di non spendere più di quanto guadagnano. Per la precisione, i club possono spendere fino a 5 milioni di euro in più di quanto guadagnano in ciascun periodo di valutazione (tre anni). Tuttavia, possono superare questa soglia entro un certo limite, se il debito viene coperto totalmente da un contributo/pagamento diretto da parte del proprietario(i) del club o di una parte correlata. I limiti sono: 45 milioni di euro per le stagioni 2013/14 e 2014/15 e 30 milioni di euro per le stagioni 2015/16, 2016/17 e 2017/18. Se un club non rispetta le regole, sarà l’Organo di Controllo Finanziario dei Club a decidere le misure e le sanzioni da applicare. Una violazione delle regole non significa l’esclusione automatica di un club, ma non sussisteranno eccezioni. A seconda di vari fattori (es. il trend del bilancio in pareggio), un club incorre in diversi provvedimenti. Tra questi: avvertimento, richiamo, multa, decurtazione di punti, trattenuta degli introiti ricavati da una competizione Uefa, divieto di iscrizione di nuovi giocatori alle competizioni Uefa, limitazione del numero di giocatori che un club può iscrivere alle competizioni UEFA (compreso un limite finanziario al costo totale aggregato dei benefit per i giocatori registrati nella lista A delle competizioni UEFA per club), squalifica dalle competizioni in corso e/o esclusione da future competizioni e revoca di un titolo o di un premio”. Si presti particolare attenzione a questo passaggio: “Una violazione delle regole non significa l’esclusione automatica di un club, ma non sussisteranno eccezioni”. Come minimo è strano, per il semplice motivo che concede alla Uefa ampissimi margini di discrezionalità e, sia pure in termini non espliciti, ai club la possibilità di far valere in qualche modo il loro peso politico. Prendiamo ad esempio i casi di Manchester City, Paris Saint Germain, Inter e Roma da una parte e Stella Rossa di Belgrado e Malaga dall’altra. Nello specifico, nerazzurri e capitolini sono finiti nelle maglie della camera investigativa del CBFC per aver accumulato perdite (mostruose) pari, rispettivamente, a 180 e 100 milioni di euro. Un rosso al lume del quale i due club italiani, prendendo per buone le ipotesi avanzate da Fabio Licari e Marco Iaria de La Gazzetta dello Sport, rischiano di subire lo stesso provvedimento da cui sono state colpite nel recente passato Manchester City e Paris Saint Germain: “L’Uefa sostengono i due rosei stu­dierà per un mesetto i piani di rientro proposti da Roma e Inter, poi le in­con­trerà nuovamen­te, e sot­to­porrà loro la pro­ba­bi­le san­zio­ne e l’even­tua­lità di chiu­de­re il con­ten­zio­so con un pat­teg­gia­men­to prima di pas­sa­re alla Di­sci­pli­na­re. Cosa ri­schia­no le ita­lia­ne (l’Inter di più)? Ri­pensan­do a Psg e City, si pos­so­no ipo­tiz­za­re trat­te­nu­te sui premi Uefa, ri­du­zio­ne delle rose, li­mi­ti alle spese per il mer­ca­to. Senza pat­teg­gia­men­to, anche peg­gio”. In soldoni: patteggiando, Roma e Inter quasi sicuramente riusciranno ad eludere il pericolo esclusione dalle coppe. Destino, questo, che invece è occorso a Malaga e Stella Rossa di Belgrado, società evidentemente considerate dai vertici della federazione europea meno titolate e blasonate rispetto a quelle che se la sono cavata col patteggiamento e hanno avuto il destro di pagare per ripulire le propria fedina penale (anche se il club serbo nel 1991 ha vinto la Coppa dei Campioni, impresa mai riuscita alle “corazzate” Manchester City, Paris Saint Germain e Roma): gli spagnoli sono stati estromessi dalle competizioni europee per la stagione passata, quella in corso e le prossime due per il mancato pagamento di arretrati ad altri club coinvolti in operazioni finanziarie col Malaga stesso, il debito col fisco iberico e gli stipendi non corrisposti ai giocatori; i serbi hanno dovuto rinunciare alla Champions League 2014/2015 per aver infranto i regolamenti per le licenze per i club e il fair play finanziario, in particolare per non aver ottemperato alla regola relativa all’obbligo di non avere debiti scaduti (la stessa che ha condannato il Malaga). Pertanto, la Uefa ha punito con l’esclusione dalle coppe i club sui quali gravavano come macigni debiti scaduti e mensilità non pagate; e offerto la strada del patteggiamento (leggasi “pago una multa per espiare le mie colpe”) a quelle società il cui bilancio presentava o presenta dei passivi da far paura. Sui primi la scure del fair play finanziario si è abbattuta senza pietà; i secondi, presentando piani di rientro che, parere mio, sostanzialmente equivalgono ad aria fritta (chi ci assicura che quei propositi si tradurranno in azioni e fatti concreti?), non solo son riusciti o riusciranno a convincere Nyon della bontà delle loro intenzioni (ripeto: passeranno dalle parole ai fatti?), ma addirittura se la sono cavata o se la caveranno (almeno per adesso) con qualche ferita di lievissima entità: del resto, cosa volete che siano milioni di euro di sanzione per uno sceicco o un magnate del gas che quando hanno a che fare con gli euro sono abituati a discuterne in termini di miliardi? Insomma, per far fuori una Stella Rossa qualsiasi basta battere i pugni sul tavolo o alzare un attimino la voce; al contrario, prima di tagliare le gambe ai club che movimentano una quantità impressionante di denaro, è probabile che in Svizzera ci pensino su non due o tre volte, ma ben dieci. La sensazione è che gli amministratori del calcio europeo ricorrano solo al bastone in certi casi e solo alla carota negli altri. Della serie: la Uefa gonfia il petto coi deboli e lo sgonfia di fronte ai potenti. E allora, per dirla alla maniera dei fiorentini, è proprio vero che il fair play finanziario ricorda tantissimo il codice etico di Prandelli: non sai mai quando e nei confronti di chi viene applicato. Luca Russo (www.ilcolumnist.net)

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One thought on “IL COLUMNIST / LE RISIBILI SANZIONI PER LE VIOLAZIONI DEL FAIR PLAY FINANZIARIO TOLGONO OGNI CREDIBILITA’ ALLA UEFA

  • 7 Novembre 2014 in 09:35
    Permalink

    Le premesse erano dovute ma sono dei pagliacci. Per ottenere la licenza è previsto che non abbiano rilievo le questioni soggettive che hanno portato a risultare inadempienti, che equivale sacrificare la giustizia in nome della speditezza, mentre per il fair play organizzano incontri, trattano e transigono le vertenze.
    E’ evidente che preme tutelare maggiormente chi muove denaro e contribuisce ad alimentare il business della stessa uefa

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