mercoledì, Luglio 24, 2024
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IL COLUMNIST / IL PARMA DI APOLLONI, ALLA FINE, SARA’ GIUDICATO DAL TRIBUNALE DEI RISULTATI, NON DA QUELLO DELL’ESTETICA…

(Luca Russo) – E’ bello solo chi gioca un cal­cio d’at­tac­co pia­ce­vo­le, o anche chi sa di­fen­der­si e ri­par­ti­re mor­den­do? Il quesito, estremamente attuale e pertinente alle nostre latitudini considerato che lo scettro della Serie A fin qui è stato alternativamente nelle mani di due cigni (Napoli e Fiorentina) e un anatroccolo (Inter), esclusi i brevi interregni di quel paio di formazioni che al momento non sono né l’una né l’altra cosa, se lo è posto Alessandra Bocci ieri lungo le colonne de La Gazzetta dello Sport nel corso di un’analisi volta a quantificare il peso specifico di SuperMario Mandzukic nell’impianto di gioco della Vecchia Signora, ritornata in corsa per il tricolore malgrado il pessimo avvio di stagione, per la delusione (scontata manco fossimo in tempo di saldi) di chi credeva di poter spartirsi la torta senza dover fare i conti col ritrovato appetito della corazzata bianconera. L’interrogativo è indubbiamente affascinante oltre che interessante, e ripropone uno dei tanti rebus che da anni opinionisti e addetti ai lavori stanno cercando di sbrogliare, ma con scarso successo e anzi finendo per polarizzarsi ulteriormente ognuno sulla propria posizione: è più divertente il calcio che declina spettacolo o quello che antepone il fine al mezzo adottato per perseguirlo? Io credo che, con alle spalle una posizione di classifica convincente, riescano ad esserlo entrambe le filosofie di gioco. Fermo restando che nessuna delle due può essere completamente trasferita su un rettangolo verde se chi la porta in scena non è provvisto di una certa cifra tecnica, in presenza di risultati buoni – che forse sono l’unica discriminante in grado di orientare il grado di soddisfazione e apprezzamento dei tifosi e dei media in un senso o nell’altro – la prima può essere attraente almeno quanto la seconda, e viceversa. Per capirci meglio, prendiamo in considerazione quanto di buono stanno combinando in massima serie Napoli, Fiorentina e Inter. Se Sarri e Sousa non fossero nei quartieri nobili della classifica, in pochi avrebbero applaudito all’eleganza delle loro due squadre, e qualcuno si sarebbe perfino spinto oltre, invitandoli a rieducarle ad un calcio meno intraprendente e più conservativo. Rovesciando i termini della questione, lo stesso possiamo dire di Mancini: se non fosse in lotta per le posizioni di vertice, i suoi attuali estimatori si sarebbero trasferiti come in un esodo di massa sull’altra sponda, e cioè quella dei detrattori, contestandogli la latitanza del gioco e chiedendogli un undici più aggressivo e coraggioso e meno speculativo. Nel calcio, e non solo nel calcio, alla fine il risultato fa premio su tutto. E sul gioco tracciato a mano libera, e su quello disegnato con righelli e squadre. Conta l’utile più che il metodo scelto per generarlo, anche se ci han raccontato, ci stanno raccontando e ci racconteranno l’esatto contrario. E sarà proprio questo il tribunale dal quale verrà giudicato il Parma di Apolloni. Non il tribunale dell’estetica, ma quello dei risultati. Se a fine anno ci consegnerà la Lega Pro, al mister di Frascati condoneremo anche qualche domenica meno esaltante delle altre. Diversamente, se la prima piazza finirà nelle tasche di una delle nostre avversarie, pur in presenza di giornate di campionato impreziosite da trame e geometrie squisite, il tecnico laziale difficilmente beneficerà dei nostri applausi. Perché il bel gioco ti sazia per una domenica e basta, ma è la promozione, ossia il risultato centrato, a frenare completamente (almeno fino all’inizio della stagione successiva) l’appetito di un intero campionato. Luca Russo

Un pensiero su “IL COLUMNIST / IL PARMA DI APOLLONI, ALLA FINE, SARA’ GIUDICATO DAL TRIBUNALE DEI RISULTATI, NON DA QUELLO DELL’ESTETICA…

  • Analisi impeccabile. Il bel gioco piace solo quando porta risultati.

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