venerdì, Luglio 19, 2024
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IL COLUMNIST / NON E’ IL MODULO, MA L’ATTEGGIAMENTO E LO SPIRITO DEGLI INTERPRETI CHE IMPRIMONO ALLO SPARTITO UNA VOCAZIONE PIU’ O MENO OFFENSIVA

(Luca Russo) – La conseguenza se vogliamo meno drammatica del fallimento della precedente compagine societaria, è che da qualche mese a questa parte, durante le conversazioni al bar, in curva, in tv o su stadiotardini.it, si finisce sempre per discutere – talvolta non senza arroventarsi, come da italica attitudine – di moduli, scelte tecniche, prestazioni individuali e collettive. Insomma, la tifoseria parmigiana, dopo mesi passati ad occuparsi di libri contabili, debito sportivo e spinose questioni economiche piuttosto che di gesta sul campo, è tornata a parlare di calcio giocato. È un peccato che per farlo, abbia dovuto assistere al default finanziario del vecchio Parma e sopportare, con atteggiamento a dire il vero estremamente maturo, tutte le vicissitudini che ne sono scaturite. Ma è acqua passata: questo è il momento di godersi tutto ciò che succede sul rettangolo verde e di accapigliarsi, affettuosamente s’intende, perché “io preferisco veder giocare Tizio, mentre tu vorresti che titolare fosse Caio”. Nei giorni scorsi, sia in sede di analisi della splendida e convincente vittoria conquistata in quel di Rovigo, sia in risposta a qualche lettore nello spazio commenti, ho scritto che nel soccer di oggi se ai fini del risultato una certa importanza ce l’ha lo spartito tattico cucito addosso ad una squadra, di più ne ha l’atteggiamento e lo spirito coi quali l’orchestra lo esegue. E sono proprio l’atteggiamento e lo spirito degli interpreti che imprimono allo spartito una vocazione più o meno offensiva (o armoniosa che dir si voglia). Ce lo ha confermato domenica scorsa il Parma di Apolloni, che al Gabrielli ha adottato la stessa disposizione (4-2-3-1) impiegata nelle precedenti uscite. Ma recitandola diversamente da quanto fatto fino alla sfida contro il Delta. Se nei primi quindici turni di campionato s’è visto un Parma votato all’aggressione della metà campo avversaria più che alla protezione della propria – con risultati peraltro eccellenti, e in materia di punti, e quanto a saldo reti fatte/reti subite -, a Rovigo l’undici di Apolloni ha preferito l’attendismo all’interventismo. Una scelta quasi blasfema, ai confini della bestemmia, nel calcio contemporaneo, che premia, non sempre coi punti ma sistematicamente in termini di visibilità mediatica, le squadre il cui core business è la ricerca dello spettacolo, non quelle che scendono in campo armate di tuta blu e sciabola. Una scelta che comunque si è rivelata indovinata, perché il Parma è tornato a casa coi tre punti in saccoccia e la ancora timida sensazione di aver vissuto se non la domenica perfetta, perlomeno quella della svolta. Conclusione: non esiste uno schema più o meno propositivo degli altri; è l’interpretazione degli attori a renderlo simile ad un investimento azionario, cioè aggressivo e un bel po’ rischioso, o obbligazionario, ossia in grado di offrire prestazioni probabilmente meno redditizie (però non è detto, eh…) ma in qualche modo garantite. Poi va da sé che anche il modulo pretende la sua parte, e ci mancherebbe; tuttavia, oggi come oggi un peso specifico maggiore ce lo hanno concetti quali la distanza tra i reparti e quella tra i singoli, la propensione a smarcarsi dopo aver scaricato la sfera ad un compagno e quella di muoversi continuamente per mandare l’avversario fuori posizione, il baricentro medio, la capacità di pressare alti e recuperare il pallone un istante prima che il rivale di giornata possa concepire e imbastire una controffensiva e via dicendo. Insomma, non è la disposizione tattica a conferire ad una squadra una mentalità più o meno propositiva, ma l’applicazione esuberante o introversa dei concetti appena elencati. Prendete il Barcellona di Guardiola, che in tal senso ha fatto scuola: poteva vantarsi di avere una fase difensiva molto equilibrata e solida non perché giocava chiusa a riccio nella propria metà campo; ma perché, al contrario, applicando con una certa intraprendenza i concetti di cui sopra, stazionava stabilmente in quella avversaria, recuperava palla in posizione avanzatissima e così negava alla formazione rivale la possibilità di uscire dal guscio e sgranchirsi le gambe. L’attuazione meglio riuscita del principio per cui la miglior difesa consiste nell’attacco. E in effetti facendo in questo modo, la linea d’attaccanti – preposta a portare il primo pressing sulla ripartenza avversaria – e quella di centrocampo – alla quale era demandato il doppio compito di interdire e costruire – dell’undici allenato da Guardiola garantivano filtro e protezione al pacchetto arretrato, impenetrabile non solo perché formato da difensori di spessore, ma anche perché di fatto quasi sempre esonerato dalla sua principale mansione, e cioè difendere (estremizzando il discorso: solo chi non fa, non sbaglia…no?). Un discorso del genere vale, coi dovuti accorgimenti, anche per la Fiorentina di Sousa, il Napoli di Sarri, l’Empoli di Giampaolo e il Sassuolo di Di Francesco (che il 30 agosto di due anni fa il nostro direttore battezzò come l’Ajax della Via Emilia): formazioni che segnano tanto e subiscono poco non perché adottano un modulo rivoluzionario o mai sperimentato prima e che quindi coglie di sorpresa le avversarie, ma perché quello che adoperano, lo ‘arrangiano’ in modo tale da renderlo produttivo sotto porta ed affidabile in fase di interdizione. Luca Russo

Un pensiero su “IL COLUMNIST / NON E’ IL MODULO, MA L’ATTEGGIAMENTO E LO SPIRITO DEGLI INTERPRETI CHE IMPRIMONO ALLO SPARTITO UNA VOCAZIONE PIU’ O MENO OFFENSIVA

  • Aggiungerei il fatto di giocare sulle debolezze dell’avversario. Questo è un altro lascito del calcio moderno.

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