RIPENSANDO AGLI ALLIEVI CROCIATI 2003-2004 VINCITORI DEL TITOLO ITALIANO

(Luca Bellelli) – Domenica 20 giugno 2004 l’astinenza da campionato di calcio nell’italiano medio è mitigata dal quel letale cocktail di attesa, speranza, terrore e intimo sconforto che accompagna ogni grande torneo. Sono infatti in corso di svolgimento i campionati europei in Portogallo (quello che non sappiamo è che, per l’Italia, “in corso di svolgimento” lo saranno ancora per poco). Infatti, l’oltremodo citata “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” che ha garantito immortalità a Giulio Andreotti sta per concretizzarsi. Puntualissimo arriva, il 22 giugno, il 2-2 tra Danimarca e Svezia che qualifica ambedue mentre all’Italia del Trap non basta battere 2-1 la Bulgaria, con un super Cassano in lacrime a fine partita dopo aver saputo del pareggio svedese all’88’. Che Europeo pazzo: la Grecia passa nel girone con i padroni di casa, Russia e Spagna (eliminata subito), butta fuori la Francia al secondo disastro consecutivo dopo il Mondiale 2002, in semifinale vince con i cechi grazie al Silver Goal di Traianos Dellas e in finale spezza letteralmente i sogni del Portogallo.

Sul fronte italiano, come a ogni competizione che si rispetti, non mancano le polemiche, specie quelle intestine, a partire dalla non convocazione di un semplicemente strepitoso Gilardino, proseguendo con la conferenza del “Sono più uomo io di tutti voi messi insieme” di Bobo Vieri fino al caso Totti, salito agli onori della cronaca prima della competizione per il suo look con treccine e poi per lo sputo al gentleman danese Poulsen, gesto immortalato da una sorta di proto-prova tv e naturalmente portatore di squalifica. Non certo quello che ci voleva per una Nazionale a un passo da una crisi di nervi dopo gli psicodrammi degli anni 90, esemplificati dai maledetti rigori di 1990, 94 e 98 e partita non certo meglio nei 2000, con i Golden gol di Trezeguet a Rotterdam nell’Europeo e Ahn a Seul nel 2002, con gentile collaborazione di Byron Moreno. Singolare come la pagina Wikipedia dell’arbitro – o presunto tale – ecuadoregno ne riporti fedelmente altezza (1.79) e peso (76 kg). All’epoca sembrava pesasse molto di più. Magari proprio circa 6 chili (in eroina) che il Nostro ha pensato bene di portare con sé entrando negli Stati Uniti il 21 settembre 2010, per di più in uno scalo periferico come il JFK; che la forzata permanenza nelle rinomate carceri di New York City abbia influito positivamente sull’inaspettato deperimento? Ma questa è un’altra storia…

Nelle ore che precedono l’ultima, decisiva giornata agli Europei per l’Italia, un manipolo di ragazzi si sta per giocare, a Giulianova, provincia di Teramo, una partita per loro ancor più decisiva: è la finale del Campionato Allievi, stagione 2003/04. Parma-Treviso. Loro ancora non lo sanno, ma molte delle loro carriere spesso imboccheranno la strada più difficile, o, perlomeno, prenderanno una piega inaspettata. Questa è anche la storia di quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

La punta di diamante della fase finale è Giuseppe Rossi, di cui in queste pagine si è più volte scritto, perlopiù con meraviglia venata di rimpianto. Nel corso dell’anno gioca prevalentemente con la squadra Primavera, insieme a Lupoli (giocano sottoetà). Che calciatore straordinario, Giuseppe Rossi. Fin da giovanissimo, nei NJ Stallions (un nome, una garanzia) strega chi lo vede giocare, questo ragazzino da Teaneck (New Jersey), Superman nel corpo di Topolino (lo ha detto uomo un saggio in riferimento a Stephen Curry), veloce, tecnico, mentalmente è due tempi di giuoco avanti agli altri, il piede sinistro è una mano di bianco guantata. Come nelle belle favole è lui a segnare il 2-1 decisivo al Treviso in finale, al 35’st. Richiama l’attenzione di un certo Alex Ferguson che lo porta a Manchester: debutto con gol in Premier, al Sunderland, qualche apparizione nelle coppe casalinghe e in Champions. Rossi torna a Parma nel gennaio 2007, dopo 11 presenze e insolito 0 nella casella dei gol nel prestito a Newcastle. Il 21 gennaio debutto monstre col Toro e 1-0 griffato Pepito (altro gol all’esordio, lo farà anche in Liga). In sostanza ci prende per i capelli e sotto la guida di Claudio Ranieri, un altro che qualcosina di calcio ha dimostrato di capire, ci tiene in A. Ma ormai è tardi, il Manchester lo richiama a sé, poi cede alle lusinghe del Villarreal in cui Rossi si esplode definitivamente e si consacra, è il miglior italiano alla Confederations Cup del 2009, ma perde il Mondiale sudafricano per scelta tecnica di Lippi, che indica questo come uno dei massimi errori della sua carriera. Il 26 ottobre 2011 gli salta il legamento crociato anteriore del ginocchio destro al Bernabéu. Aveva già avuto un problema a questo ginocchio nelle prime stagioni a Vila-Real. Così grave è però il primo e, ahinoi, non l’ultimo. La vita e le morti calcistiche di Giuseppe Rossi si susseguono un bollettino medico via l’altro, 13 aprile 2012 nuovo, stesso infortunio in allenamento, dunque operazione immediata e ulteriore operazione a ottobre dello stesso anno.

La Fiorentina crede in lui; lo prende da infortunato nel gennaio 2013; Rossi gioca mezzora all’ultima del 2012/13 a Pescara. Il campionato folgorante è il 2013/14 con una partenza a razzo, gli avversari non lo prendono mai con le buone, lui fluttua mentre gli altri camminano. Tripletta alla Juve in un 4-2 che manda ai pazzi il Franchi. Il 5 gennaio però Leandro Rinaudo del Livorno sa che se Giuseppe Rossi si gira lui altro non potrà fare che prendergli il numero di targa, quindi lo ferma con un fallo che, a onor del vero, non è violento o eccessivo. Ma l’equilibrio legamentoso di Rossi è in complicato equilibrio sopra la follia: purtroppo si fa male di nuovo; consulto a Vail (Colorado) dal dottor Steadman, quel che si dice un luminare del ginocchio. Torna a fine stagione, cala 2 gol in 3 partite (che, sommati ai precedenti, fanno 16 in 21 presenze) di cui uno nel convulso Fiorentina-Torino 2-2 che sembrava (l’imperfetto è d’obbligo) proiettare il Parma in Europa League. Come con Lippi nel 2010, è nei preconvocati per il Mondiale ma ancora una volta ne viene escluso al momento dei 23 definitivi. Tutto lo scorso anno è passato ai box per problemi innescati da sovraccarichi muscolari. Ma la storia- dicono i grandi- è circolare: il primo e l’ultimo gol in serie A di Rossi sono stati realizzati al Torino (in questo campionato non segna mai, negli scampoli che gli vengono concessi). Ora la sfida per lui è in Spagna, al Levante di Zou Feddal ultimo in Liga: alla soglia dei 29 anni, ce la farà il nostro eroe nella doppia impresa di

1) Salvare una squadra suppergiù nelle stesse condizioni del Parma di Pioli e

2) Riuscire a convincere Conte a portarlo alla sua prima grande competizione per nazionali?

Il suo compagno d’attacco è un altro mancino, Arturo Lupoli. Cala una doppietta nell’ultima sfida del girone A, contro la Juventus di Lanzafame, Giovinco e Riccardo Maniero, decisiva per la qualificazione alla finale, in un meccanismo simile a quello del Mondiale 1982. E se allora all’Italia serviva una vittoria contro il Brasile e vittoria fu (3-2) anche qui ai ragazzi gialloblu di Carlo Regno servono 3 punti per scavalcare i torinesi. Partita durissima e altro 3-2 con un super Lupoli, che dimostra una straordinaria intesa con Rossi, nonostante per caratteristiche tecniche e fisiche i due si assomiglino parecchio, intercambiabili nei ruoli di prima e seconda punta. E così come Rossi anche Arturo emigra in Inghilterra dopo quel titolo: su di lui piomba un’altra big, l’Arsenal di Wenger. Complice la delicata situazione finanziaria del Parma e, indiscutibilmente, il blasone delle squadre che hanno messo gli occhi su queste autentiche promesse, per Rossi e Lupoli sembrano aprirsi le porte di carriere sfavillanti oltremanica.

Parte bene vista la giovane età, Wenger lo tiene in considerazione e lo fa debuttare a fine ottobre 2004 in Carling Cup contro il City. Sette giorni dopo doppietta all’Everton, sempre in Carling Cup. Dopo 9 presenze e 4 gol totali, nell’estate 2006 è mandato in prestito in Championship al Derby County, segnando una doppietta alla seconda presenza ufficiale. 7 gol in 35 caps e promozione per il Derby. Subentra al posto di Rossi nel 3-3 tra Inghilterra e Italia Under 21 in occasione dell’inaugurazione del rinnovato Wembley. Per lui si fa sotto la Fiorentina che lo riporta in Italia, ma con Prandelli non ha praticamente mai spazio; ha così inizio una girandola di prestiti/comproprietà/pagherò e altri esemplari del cervellotico sistema mercantile del calciomercato, favoriti quando non del tutto indotti da una serie di problemi fisici. Treviso, Norwich, Sheffield Utd, Ascoli, Grosseto, Varese, Honvéd (Ungheria), Varese, Frosinone (dove segna un unico, decisivo gol nella scorsa stagione, diventando, con il resto della squadra, cittadino onorario della città in virtù della storica promozione in A) e ora il Pisa con coach Gattuso. La storia non si fa con i se o con i ma; e però. Se quei due fossero rimasti insieme, magari anche solo per poco tempo, a duettare, Giuseppe e Arturo, Giuseppe con quegli occhi sempre spalancati per avere tutto sotto controllo, captare i movimenti di tutti sul campo, court awareness direbbero nel basket, a pre-vedere le giocate, e Arturo a sgusciare negli spazi, magari con El último diez Morfeo alle loro spalle con la bacchetta, ci sarebbe stato da divertirsi.

Il 20 giugno 2004 l’1-1 al Treviso lo piazza Enrico Bellesia, terzino sinistro, al 40’ pt, 6 minuti dopo essere entrato in campo al posto dell’infortunato Marco Rossi.

Bellesia ora milita nel Guastalla, mentre per Marco Rossi si potrebbe aprire un capitolo di notevole ampiezza.

Aiutato da un più che discreto piede sinistro, da una certa duttilità, da un fisico straordinario fin da giovanissimo (188 cm per 78 kg, ben 2 in più di Byron Moreno? Chi lo avrebbe mai detto) e soprattutto dagli stenti di quella che a inizio campionato è lusinghiero definire “difesa”, si fa largo in prima squadra nella stagione 2005/2006, 10 presenze e un gol decisivo in una partita stra-decisiva col Chievo, 2-1.

L’allenatore è Maurizio Beretta, che troverà poi la quadratura del cerchio e riuscirà a proporre uno dei più bei Parma di quel periodo storico.

A gennaio 2007 non trovando spazio con Pioli viene ceduto in prestito al Modena, in una trade virtuale con Armando Perna.

Vive con 15 presenze il disastro del 2007/08 (gol alla prima al Catania) e la risalita dalla B con 20; poi Samp in prestito dal 2009, secondo dei 3 gol in A al Chievo.

Il 2010/11 è un anno a dir poco singolare per Rossi: va al Bari, reduce da 2 campionati (uno in B vinto, l’altro in A) in cui ha proposto, con Conte prima e Ventura poi, un calcio entusiasmante.

Rossi ha la strana abitudine di attirarsi le ire degli avversari: lo colpiscono, con pugni e affini, Chivu e Ibrahimovic, fino all’apoteosi del 3 aprile 2011: l’ormai famigerato Parma-Bari 1-2, con i pugliesi praticamente retrocessi e i crociati alla ricerca di punti salvezza. Nell’ambito del calcio scommesse, stando a Gervasoni del Piacenza, la Crazy Gang del Bari e, nella fattispecie, A.Masiello, Padelli, Bentivoglio, Parisi (che segnò in quella partita) e Rossi stesso, avrebbero avuto un ruolo nella presunta combine di quella partita.

Dopo quel Bari, esperienza a Cesena, gli ultimi mesi con la spada di Damocle di una squalifica per il suddetto calcio scommesse, che si concretizza il 3 agosto 2012 con la formula del patteggiamento; 1 anno e 8 mesi. Torna a Perugia nell’aprile 2014, in Lega Pro, dove vince il campionato e dove è ancora dopo una parentesi a Varese.

Il regista e capitano di quella squadra (sempre relativamente alla fase finale) è Filippo Savi. In un’epoca in cui per molti ancora la connessione all’ internet va a rilento (sempre se c’è), lui ha in dotazione un cavo di fibra ottica che collega il cervello al piede sinistro. È di un’altra categoria, tanto che dal 2004/05 è stabilmente in prima squadra, impiegato perlopiù in Uefa nella pazza cavalcata fino alle semifinali col CSKA in parallelo a una corsa alla salvezza che culminerà a Bologna. Il Fato non è però amico di Filippo Savi: una letteralmente infinita serie di problemi alle ginocchia, fin da giovanissimo, gli impediscono di stabilizzarsi in Serie A, fanno desistere presunti pretendenti (si vociferava di Napoli e Valencia interessati a lui, a cavallo tra secondo e terzo infortunio). Anche per lui la carriera si dissolve in un lunghissimo peregrinare in serie minori, con un picco di 23 presenze alla Spal nel 2008/09. Assume il ruolo di collaboratore tecnico per il settore giovanile nel Parma nel gennaio 2014, poi si trasferisce al Lentigione. Lui, Daniele Cenci (difensore), Marco Rossi e Lupoli giocavano insieme già nel 97/98 negli Esordienti B gialloblu.

Se lui è il cervello di quella squadra, il braccio armato è senza dubbio Daniele Dessena, che avrà un impatto ancora più immediato nel calcio dei grandi, presenze anche per lui in Uefa e titolare negli spareggi col Bologna, animato da un’ira funesta al ritorno, tanto da “Picchiare tutti e caricare anche noi che eravamo entrati in campo contratti”, come disse Gila. C’è un gol a Torino nel 2005/06 il giorno del gesto dell’ombrello di Luca Bucci (che andrebbe immortalato in statua bronzea) con quell’esultanza che poi gli si ritorcerà contro anni dopo, riproposta con toni eccessivi al Tardini in maglia Cagliari e che segnerà per sempre in chiave extra negativa il suo rapporto con i tifosi che un tempo andavano letteralmente pazzi per un giocatore che dava ogni singola molecola di energia di cui disponesse. Si ricorda un’uscita di scena a San Siro infortunato in cui battibeccò apertamente con il pubblico della Scala del calcio, in una partita dall’andamento surreale per non dire onirico in cui il Parma di Di Carlo diede autenticamente lezione di calcio all’Inter ma venne depredato dei 3 punti per un rigore ai limiti del paranormale, extraterreno fischiato a Couto (a proposito di paranormale, un bentornato a X-Files).

Oggi, Dessena è occupato nella riabilitazione in seguito all’ennesimo, gravissimo infortunio che ha colpito uno dei massimi esponenti della Classe dell’87; detta così suona come fossero degli intellettuali avanguardisti. Ma a modo loro lo sono stati, eccome. Sul campo da calcio facevano cose strabilianti, chi con l’istinto del gol, chi con la classe cristallina (il cristallo è pregiato, ma fragile), chi con la forza energica che deriva dall’avere 18-20 anni e giocare da veterano.

Dessena, Marco Rossi e Savi sono tutti e 3 nati qui, sono ragazzi della porta accanto, quelli che i padri e le madri vorrebbero per le proprie figlie. Per loro si sognava una carriera con la crociata come seconda pelle, e nel loro caso fa ancora più male che non sia stato così, per una molteplicità di ragioni e congiunture astrali negative francamente impronosticabili agli esordi. Rossi e Lupoli erano degli autentici fenomeni, rilevati dagli osservatori (nel caso di Pepito addirittura oltreoceano) e per entrambi, viste le doti precocissime e il loro rubare l’occhio, era quasi fisiologico l’addio verso top club. Certo, le trattative con le big inglesi furono giusto un pizzico accelerate da quel buco di 14 miliardi di euro che investì la Parmalat nel gennaio 2004 e conseguentemente anche il Parma Calcio, trasformandone il settore giovanile in una diamanteria di Anversa lasciata incustodita.

Dell’11 di quella finale, Vincenzo Pepe gioca nell’Abano, Fabio Lebran nel Savona, Filippo Mattiuzzo, che debuttò nel 2005/06 in A, e Matteo Mandorlini nel Pordenone, Jacopo Conti, altro marcatore nel 3-2 alla Juventus, nel Real Montecchio, Alessandro Portioli nel Reggilo.

Il 20 giugno 2016 per l’Italia sarà ancora tempo di vigilia: come nel 2004, anche allora mancheranno due giorni alla terza partita del girone, stavolta con l’Irlanda, che potrebbe ancora una volta risultare decisiva e, vista la recente tendenza a dover dipendere da risultati altrui, toccherà guadare anche a Belgio-Svezia. Il 20 giugno 2016 saranno passati 12 anni esatti da quando la leva dell’87 (tranne Brunoni e Gatti, portieri, e M. Mandorlini e Sicignano, 1988) vinceva a Giulianova; per molti di loro le cose sono andate diversamente da come si aspettavano. Riguarderanno indietro, a quella che calcisticamente è una vita fa, e penseranno a quella sera dalle mille promesse in cui portarono a casa il titolo. Quello che secondo gli addetti ai lavori era un gruppo straordinario ha, per mille motivi, di fatto portato in Serie A stabilmente il solo Dessena. Gli altri rimarranno sempre nel cuore di chi quei momenti li ha vissuti in prima persona e ha visto crescere prima bambini, poi ragazzi che, il 20 giugno 2004, vinsero quella che considerano la Loro Coppa del Mondo. Luca Bellelli

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7 pensieri riguardo “RIPENSANDO AGLI ALLIEVI CROCIATI 2003-2004 VINCITORI DEL TITOLO ITALIANO

  • 29 Gennaio 2016 in 06:14
    Permalink

    Ritengo Rossi e Cassano i 2 migliori giocatori italiani degli ultimi anni. Solo che il primo è sempre rotto, mentre il secondo non ha testa.

    • 29 Gennaio 2016 in 11:30
      Permalink

      Troppo riduttivo e facile fare due paragoni del genere

      NON è vero poi ke è sempre rotto però il fisico lo penalizza

      L’altro la testa la usa eccome si è visto in quel di Parma

      Ricordati poi ke nel calcio attuale NON serve solo la testa

      Poi di giocatori migliori italiani la lista è più lunga sicuro

      Solo ke bisogna avere il coraggio di farli giocare di più

      CIAO SPAGNA…. Basta Lame Basta Infami

      • 29 Gennaio 2016 in 15:37
        Permalink

        Talento puro+concretezza in zona gol (Rossi l’ha dimostrato in 6 mesi a Parma+2 anni a Firenze).

  • 29 Gennaio 2016 in 11:07
    Permalink

    Il ritorno del Bello. Finalmente!!
    Conosco Luca dai tempi del Liceo (non a caso, ci conoscemmo nella redazione del giornalino scolastico: io e lui firme della pagina sportiva…), e posso dire che è di gran lunga l’autore che preferisco!
    Altro che le storie di Marianella o il “Berruto racconta”, proposto (ma con poca convinzione) alla DS: in questa materia il Bello potrebbe dare lezioni ad occhi chiusi a chiunque!! Gran bel pezzo.

    Un abrazo,
    Lorenz

  • 29 Gennaio 2016 in 15:37
    Permalink

    Almeno Rossi “mezza carriera” l’ha potuta fare, il più sfortunato è stato Savi che prometteva altrettanto bene

  • 30 Gennaio 2016 in 00:51
    Permalink

    rossi quella rosa che non colsi anche un mio amico diceva se non mi rompevo il menisco adesso ero al milan- basta e lo sottoloneo co quelli che…. da una canzone di jannacci e beppe viola la storia nol la faccio coi se e i ma . che poi cassano fosse un campione è tutto da dimostrare la storia mi dice che era nella rosa di una squadra che alla fine è retrocessa- e lui è stato latore poiche prendeva un ingaggio strtosferico per il parma i vecchi dicevano meglio un asino vivo che un dottore morto

  • 2 Febbraio 2016 in 15:24
    Permalink

    Articolo molto interessante!

I commenti sono chiusi.

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