IL COLUMNIST / IL CALCIO CORALE SECONDO ELENA

(Luca Russo) – Mentre noi altri ci si divide tra chi vorrebbe un Parma sempre all’attacco e alla ricerca quasi ossessiva del gol e quelli che invece preferiscono un atteggiamento un pelino più equilibrato barra conservativo, ieri una nostra lettrice, la cara Elena, esibendo una certa competenza e profondità di vedute e pensiero, si è spinta oltre questa distinzione e messa quasi a monte del dibattito, perché non ha parlato né di tiki taka né di difesa e contropiede. Ma, molto più candidamente, di buon gioco. Laddove per buon gioco la nostra lettrice intende “quello in cui gli attori fanno il loro mestiere non demandando a qualcun altro dotato di maggiore classe il compito di raggiungere il risultato (butto la palla in attacco tanto Evacuo e Calaiò prima o poi la prendono e la buttano dentro); è quello in cui ognuno fa la sua parte, sia essa grande piccola o media, con determinazione dall’inizio alla fine della partita (ad esempio Corapi che all’87° corre come al primo minuto o Zommers che viene chiamato in causa una volta per partita e si fa trovare pronto); è quello in cui non arretri di 40 metri perché ‘tanto siamo in vantaggio’, ma giochi perché hai voglia di giocare e ti diverti e provi a buttarla dentro ancora e ancora perché buttarla dentro è bello (qualcuno mi odierà per questo esempio, ma mi viene in mente la Juve che non si ferma mai, e che cerca di tenere sempre in mano il pallino del gioco qualunque sia il punteggio del tabellino)”. Se non è la rappresentazione in parole, più o meno dettagliata, del concetto di calcio corale, nel quale tutti, ma proprio tutti dal portiere al centravanti, partecipano alla costruzione e allo sviluppo della propria manovra e all’interdizione delle controffensive avversarie, poco ci manca. Innanzitutto va detto che il buon gioco, come lo definisce la cara Elena, può e deve essere il propellente sia del calcio garibaldino, nelle ultime ore invocato a più riprese dalla tifoseria parmigiana e da una fetta consistente della critica, che di quello conservativo, al quale va riconosciuto il merito di averci consegnato ad una posizione di classifica che se non è ottimale, almeno ci sta permettendo di restare nella scia di chi ha preso la testa del gruppo. Perché solo col buon gioco, inteso come lo intende la nostra lettrice, una formazione può permettersi un calcio di continue fiammate o uno che preveda di selezionare l’atteggiamento da adottare in funzione del momento. Tanto per fare un esempio, se non avessero avuto buon gioco (e un parco giocatori da Dream Team), non avremmo mai visto l’Inter di Mourinho conquistare il Triplete, l’Atletico Madrid del Cholo Simeone raggiungere per ben due volte in tre stagioni la finale di Champions e il Barcellona deliziarci un anno si e l’altro pure come è riuscito a fare ai tempi di Guardiola. Formazioni che han vinto ciò che han vinto grazie alla superiorità tecnica sulle proprie rivali, ma anche e soprattutto alla disponibilità, la partecipazione e lo spirito di sacrificio di tutti. Ripeto: tutti. Così, per un Eto’o che accettò di fare il terzino in talune circostanze, c’erano Iniesta e Xavi che non si limitavano soltanto a smistare il pallone di qua e di là, compito nel quale peraltro primeggiavano a livello mondiale, ma lo passavano a chi era meglio posizionato, per poi muoversi, smarcarsi e andare a riprenderselo e scaricarlo di nuovo. E’ la stessa filosofia che anima per esempio Antoine Griezmann, primo e spesso anche ultimo baluardo della fase difensiva dei Colchoneros. Elena la chiama buon gioco. Che, bisogna riconoscerlo senza mezzi termini, dalle nostri parti fin qui si è visto solo a tratti. E il motivo è presto spiegato: per giocare in questa maniera, indipendentemente dalla maggiore o minore predisposizione al soccer esuberante o a quello speculativo, occorrono affiatamento, chimica e, lasciatemelo dire, anche la gamba. Suppongo e spero che i Crociati abbiano fatto una preparazione tale da consentirgli una partenza e un’accelerazione decenti e una fase lanciata eccellente, e cioè che gli permetta di arrivare alla prossima primavera col serbatoio ancora bello carico, pertanto prima di vederli pimpanti e brillanti immagino che serviranno non meno di un paio di settimane. E anche la chimica, l’affiatamento vengono trovati col tempo e nel tempo (diversamente ce li saremmo già procurati in sede di calciomercato, no?), ragion per cui, in attesa del calcio totale in cui tutti lavorano per uno e uno lavora per tutti, ci si deve accontentare dei risultati, almeno finché arrivano.

Poscritto – Su una sola sfumatura del discorso di Elena il mio pensiero differisce dal suo: ci son fasi di un match durante le quali è più saggio coprirsi, e magari provare ad agire di rimessa, che non cercare di affondare un altro colpo. E un altro colpo ancora. Ché poi se ci riacciuffano perché non eravamo sazi del 2-1, o del 3-2 o del 4-3, sai in quanti direbbero “eh però potevamo evitare di sbilanciarci visto che eravamo in vantaggio”? Luca Russo

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7 pensieri riguardo “IL COLUMNIST / IL CALCIO CORALE SECONDO ELENA

  • 29 Settembre 2016 in 13:53
    Permalink

    Con un bel 4-3-3, si possono sfruttare le qualità di inserimento di Scavone e Corapi.

    • 29 Settembre 2016 in 18:01
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      Caro Figlio prediletto,
      non permetterò che il tuo commento sul mio utilizzo della punteggiatura, diminuisca la felicità e l’emozione che ho provato nel trovarmi citata in un articolo su uno dei miei siti preferiti.
      Ti prometto che m’iscriverò a un corso di grammatica per non urtare più la tua sensibilità di “maestrina con la matita rossa”, nel frattempo però continuerò a commentare con gli unici strumenti che ho: la mia testa ed il mio cuore!

      • 29 Settembre 2016 in 20:34
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        Tranquilla Elena, l’appunto di F.P. era rivolto al sottoscritto 😉

  • 29 Settembre 2016 in 20:14
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    Azzardo un pronostico : il calcio corale, come mi pare di averlo inteso dalla descrizione di Elena, penso lo vedremo tra qualche mese, in primavera, tanto per intenderci.

  • 30 Settembre 2016 in 09:04
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    Che dire, ormai il mio pensiero penso si sia capito nei post precedenti. Però vorrei commentare solo l’ultima parte dell’articolo, dove dici che è meglio talune volte difendere il risultato piuttosto che continuare ad attaccare, rischiando di prendere il gol del pareggio.
    In questo caso specificherei il fato che forse questa teoria può andare bene negli ultimi 5/10 minuti, non dal primo minuto del secondo tempo come fa l’allenatore.
    Magari non lo dirà esplicitamente ai giocatiori, ma con i (soliti) cambi che fa il messaggio che lancia è proprio quello, e si sa che prima o poi se ti metti in undici sul limite dell’area di rigore il gol lo prendi. Chiedilo a Inzaghi.
    La mentalità del mister non mi piace per niente, ma questo penso si fosse capito.
    Sembra di vedere un pugile alle corde che spera nella magnanimità dell’avversario e questo non va bene! Il problema che non puoi andare alle corde quando passi in vantaggio….

  • 1 Ottobre 2016 in 11:31
    Permalink

    Tranquillo cha se un pugile è in vantaggio non va alle corde, ci manda l’altro

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