INTERMEZZO LETTERARIO / LA DISTANZA di Luca Tegoni (5^ Puntata)

la distanzaLuca Tegoni, apprezzato autore di StadioTardini.it, la scorsa estate ha pubblicato in proprio (www.lulu.com) un romanzo corto “La Distanza”  che dal 6 Gennaio 2018, a puntate, ci accompagnerà ogni giorno, allo scoccare delle 12.

Il volume è acquistabile su amazon.it

Ecco la quinta puntata:

:- Fa freddo questa notte. Dove arriveremo domani? Quanti morti ancora! Quanti, dei nostri avversari, avranno ancora voglia di morire? E non capisco…è un momento duro. Quando non capisco mi sento debole e fragile. Quei bastardi si lasciano uccidere come se ce ne fossero miliardi. Stanotte bevo, bevo guardando la luna piena e i fuochi lontani di altre battaglie. Sento puzzo di umanità marcia. Carne putrefatta. Soldato vieni qua! Senti … portami … non so, portami qualcosa!

:- Signorsì, Signore! Qualcosa andrà benissimo!

:- Non commentare, stupido! è un ordine.

Il colonnello Killgore finì di scrivere la sua lettera, il soldato sparì.

:- Mia cara, non prendertela, ma anche stavolta ho goduto vedendo i nemici cadere  e spero che anche domani lo spettacolo sia uguale. Molti altri bastardi morti.

Scusa. A presto. Aspetto tue notizie e di tutti.

Ruttò. Pesante, il dito medio della mano destra premette il tasto Invio. E la lettera partì. Il colonnello uscì e pisciò dietro una pianta come se stesse pisciando sui cadaveri dei nemici.

La guerra, lontana da tutto, non faceva rumore, faceva paura.

Ci sono angeli che a volte disobbediscono il volere degli Dei e si accompagnano agli uomini strettamente. Gli uomini avvertono chiaramente la loro presenza e ne sentono un beneficio immediato. Questi angeli sono privati di molti poteri ma gli uomini non lo sanno. Questi angeli accorrono in aiuto delle persone più sole che hanno sofferto per colpa di altri. Le persone che si sentono sole e a volte di notte non dormono, a volte piangono e ridono, guardano molto la televisione e prima di dormire si coprono la testa con il cuscino. Si nascondono. Poi respirano male. Con la bocca aperta. Le persone che hanno paura si svegliano contente che ci sia un angelo. L’angelo appare a loro in sogno, si fa conoscere e rende il loro sonno estremamente riposante. Come se non avessero mai fatto fatica o avuto dei problemi. Quando si svegliano, girando la testa lo cercano, e lui è lì, con la faccia che loro hanno sognato e che non saprebbero mai descrivere. Questi angeli, così ribelli da accettare di essere minori, tanto da perdere poteri rispetto agli altri che obbediscono, sono sempre pronti a tenere la mano dei loro protetti per sorreggerli. Parlano con loro come nei films. E nessun altro può vederli o sentirli.

Quanti angeli avranno accompagnato i passi degli uomini, in quella città? Non quelli di Nina, non ancora. Nina si era già  allontanata da tutto. Anche da se stessa, dal passato. Aveva cancellato tutto.

Invio.

Era una donna nuova con tutte le paure che non aveva mai avuto e tutte quelle che la solitudine impone di sconfiggere. Camminava insieme a poche altre persone a bordo delle strade. Strade piccole poco trafficate dove le persone trasportavano, su piccoli carri, grandi fagotti, valigie, qualche animale, bimbi piccoli. La guerra.

Loro non erano di città. Loro scappavano da molto prima. Loro erano pieni di sabbia e polvere, di cenere sulle guance. Avevano povere scarpe consumate e piccoli piedi feriti. Le bombe li avevano risparmiati. E loro forse avevano un angelo che li proteggeva. Un angelo che nessuno vedeva o sentiva. Solo loro potevano. Camminavano sempre.

Nina si ferma, è stanca. Si accascia sul prato sotto un albero. Mette il suo sacco sotto la testa e, coricata, guarda il cielo che insegue le nuvole bianche, innumerevoli, piccole. Nina non vuole dormire e vede anche quelle persone che camminavano con lei sempre più lontane. Quelle persone sono quelle che non si fermano mai. Un aereo passa. Un rumore assordante. Nina si tappa le orecchie con le mani e chiude gli occhi per paura che sganci una bomba. Da bambina li guardava passare incantata e inseguiva la scia bianca che l’aereo lasciava. Quei bambini avanti a lei cosa penseranno? Li vede ancora lontani che camminano come se non avessero avvertito  nulla. O ancor peggio, come se la paura fosse così dentro di loro da diventare uno stato normale con il quale fare ogni cosa.

Truen al parco guardava, forse, lo stesso aereo senza togliere lo sguardo anzi desiderando di esserci sopra. Accompagnò la scia fin dove era possibile. Truen, in quel momento, pensò che oltre ci fosse solo suo figlio.

La guerra era in corso ma in molti ancora non lo sapevano. I mezzi di comunicazione tacevano. Televisioni e quotidiani non parlavano di guerra se non come di un possibile evento a venire. Non c’erano segnali comuni per cui si potesse creare allarmismo. Si era però generato un sottile senso di paura per quegli avvertimenti che ogni tanto giungevano in città. I server di posta elettronica non erano sempre attivi e si cominciava anche a sospettare che molta posta venisse controllata prima che giungesse a destinazione e, in rari casi, mai inoltrata. Cancellata.

Truen e Nina seppero solo che il loro Rallo era morto in servizio militare senza sapere dove e in che modo. Servizio militare … Guerra!!! Da qualche parte in giro per il mondo, e magari proprio dietro le colline attorno la città.

Se avesse avuto molta fame non avrebbe pensato che sarebbe  arrivata a mangiare quello che aveva nel piatto ora. Nina era una persona semplice ma la scodella di legno intrisa di anni di unti e di odori la facevano sentire una regina umiliata. Una mano scarna posò con gentilezza la scodella sul tavolo. Solo una goccia del contenuto travasò e galleggiò sul tavolo. Nina cercò di pulire il suo posto come poteva ma i secoli di miseria, fame e sporcizia non si cancellano con un Kleenex. Quando aveva deciso di entrare in quella baracca insieme ad altri viandanti era buio e, nonostante il luogo fosse decisamente inospitale alla vista, era entrata a mangiare un boccone. Come stavano facendo tutti gli altri. Forse lei era l’unica cittadina di quel gruppo e stentava a capire in che lingua parlassero, anche se tra di loro, seppur a gruppi diversi, si intendevano. C’era silenzio in quella taverna, un’aria pesante, umida. C’era molta stanchezza e puzzo di umanità sudata. Le finestre aperte erano praticamente sigillate da zanzariere che ormai dopo tanti anni funzionavano come carta moschicida.

Almeno lo stanzone era ben illuminato. Prima di entrare Nina pensò che avrebbe anche potuto dormire in quel posto. Un’osteria per viandanti, come un posto di cambio per i postali di cent’anni prima, come i motel sulle autostrade che, di solito, qualche stanza per dormire la hanno.

Ecco, forse erano già tutte occupate. Forse. Basta chiedere.

A quel punto Nina, sbocconcellando un pezzo di pane (fresco!) non aveva più voglia di dormire né lì né per altri cent’anni. Sempre sveglia sempre in cammino mangiando pane, frutta e bevendo acqua fresca. Che schifo galleggiava in quella scodella? su quella tavola? Come potevano tutti gli altri mangiarne due volte … Piatto unico, non c’è menù, primo e secondo. Anche il vino galleggiava nella caraffa con la stessa densità della sbobba. La caraffa comune, sempre riempita, mai svuotata. Scura di vino dentro e fuori. Anzi più scura del vino. E come poteva lei chiedere se ci fosse per caso qualcosa di altro. Ma no, ma no, che idea stupida! Prima di tutto lei non capiva loro e probabilmente loro non capivano lei; secondariamente, ed era la cosa più importante, se anche ci fosse stato qualcosa d’altro … non avrebbe poi avuto il coraggio di guardare né il piatto né la persona con la mano scarna.

Vide alcune persone che salivano per una scala. Raggiungevano probabilmente una stanza da letto. Nina non fece alcuna domanda. Si alzò, e chiese a gesti di pagare. Poi uscì in fretta con il resto che non era nemmeno la stessa valuta che aveva lei. Tutto sommato non importava, aveva solo voglia di uscire da quella triste serata ed affrontare una notte che avrebbe potuto essere inclemente e paurosa. A quest’ora di qualche giorno prima se ne stava a guardare la televisione seduta sulla sua poltrona e si sentiva protetta da se stessa e da tutto ciò che la circondava e che lei conosceva alla perfezione mentre ora si sarebbe stupita di qualsiasi azione avesse fatto, fuori com’era dal suo ambiente. Stentava a riconoscersi, pensò che forse avrebbe pisciato anche in piedi. Pensò che quelle persone nella taverna vivevano. Avranno provato lo stesso dolore? lo stesso disagio a mangiare per la prima volta quello schifo? O quello era normale per tutti coloro che non erano come lei?

I volti. Non riusciva a ricordarsi un solo volto. Non quello di un vecchio, né di un bimbo, di un uomo o una donna. Era tutto indeterminato, sconosciuto. A ben pensare non ricordava nemmeno il volto dell’uomo con cui fece sesso pochi giorni prima.

Non ricordava cosa fosse successo. Come era arrivata a fare una cosa del genere? L’avrebbe rifatta? Che risposte poteva darsi in questo momento che aveva un gran buco nello stomaco e nausea incombente? Lo stomaco deve essere caldo, la testa deve riuscire a comunicare con lo stomaco e lo fa solo quando è nelle migliori condizioni. L’odore di quell’uomo non era lo stesso odore che impregnava la locanda. Questo lo ricordava.

Quanta diversità viveva fuori dal guscio, quanta diversità lottava tutti i giorni, quanta umanità sconvolta dalla guerra fuggiva… E lei con loro fuggiva. Avrebbe dovuto abituarsi al loro modo di fuggire, che di fronte alla guerra è l’unico. Da poveri, affrontando la vita come unica cosa  possibile  per continuare a vivere, per continuare ad alimentare la speranza di giorni migliori. Nina si stava abituando all’idea di povertà e sapeva che l’avrebbe dovuta fare propria. Forse mangiando alla prossima taverna quello stesso schifo che oggi aveva rifiutato. Nina stava anche facendo i conti con la scoperta di se stessa, della sua parte intima, dei suoi desideri di donna, dei turbamenti erotici che fino ad oggi aveva controllato e cacciato via. Aveva eliminato dal suo vocabolario la parola turbamento e con essa tutte quelle parole che lo potevano suscitare. La morte di Rallo, la paura della guerra l’avevano come spogliata di tutto quanto prima la rappresentava, ed ora girava come nuda, un poco timida ma curiosa. Non doveva nascondere nulla, non doveva avere vergogna di nulla.

Senza una casa. Vivere senza una casa, vivere senza la luce, senza l’acqua, l’acqua calda, senza la poltrona, la televisione, il forno, il frigorifero. Vivere senza. Vivere senza poter tornare a casa. Vivere senza salutare il vicino di casa e senza le telefonate degli amici. Anche senza una meta, anche senza una luce. Povera Nina, non aveva mai provato ad essere povera. Si, aveva dovuto rinunciare a comprare il divano nuovo, la televisione nuova, la lavatrice nuova. Ma non aveva dovuto abbassare la testa davanti ad uno più forte, ad uno che poteva comprare lei e tutta la famiglia, ad uno che le poteva regalare la casa. C’erano persone che trattavano con i poveri e che li facevano sentire poveri perché non avevano la possibilità di trattare.

Nina non aveva mai avuto problemi così, aveva comunque fatto una scelta, magari indotta, magari subdolamente, magari inconsapevolmente, ma aveva sempre avuto la possibilità di fare una scelta e di avere diritto di parola. Ora era con i poveri e, soprattutto, come i poveri. Come quelli che non avevano mai potuto scegliere se non con la propria vita. A volte una bomba interrompeva i pensieri. Il suono di una bomba. O il rumore? O il frastuono? O una bomba e basta? Nina camminava a testa bassa e faceva freddo e tirava il vento e cominciava a piovere e la pioggia la feriva in volto. Ma lei proseguiva. La pioggia e il vento  volevano fermarla ma lei proseguiva. Forse perché nei film così, le donne erano coraggiose e andavano avanti anche nel fango. Nella merda. Con ostinazione  e coraggio.

Sembrava quasi che il mondo fosse delle donne e che nessuna avesse meno coraggio di Nina.

Avanti e speriamo che venga il sole. Se la strada fosse tutta dritta … ma ci sono i paesi, le piccole città  a volte i villaggi e allora capita di perdersi. Capita che qualcuno chieda dove stai andando e Nina non era in grado di rispondere. A differenza degli altri che se ne andavano, lei non sapeva nemmeno perché se ne stesse andando. In realtà si, lo sapeva, ma la risposta poteva risultare vaga. La paura.

Nina, dopo un’altra giornata di cammino, verso il calare del sole, insieme a pochi altri compagni di viaggio silenziosi e con poche cose al seguito, entrò in un villaggio nel bosco. In un’ ampia radura, attorniata da alti alberi verdi e rigogliosi, si ergevano alcune decine di abitazioni in legno. Tutte le abitazioni erano in alto rispetto al suolo, sopraelevate da pali che fungevano da fondamenta, sopra i quali veniva costruita l’abitazione. In alto, lontano dai pericoli del bosco, vicini alle chiome degli alberi. Per quanto fosse ampia la radura, per tutto il perimetro e per due file concentriche, le abitazioni sorgevano come mura a difesa dell’edificio al centro, che si ergeva imponente, ampio e altissimo. Con una torre che era più alta degli alberi più alti. Nina, arrivata, rimase a bocca aperta a guardare gli edifici e poi a cercare persone che non si vedevano. C’era un grande silenzio. Uno degli occasionali compagni di viaggio esclamò

:- Ma non c’è nessuno qui? Abbiamo fame e siamo stanchi possiamo pagare. Per piacere.

Anche Nina volle parlare e disse

:- Per piacere, stiamo scappando dalla guerra abbiamo paura. Siamo amici.

Il tono di Nina si era fatto veramente supplichevole e si sorprese lei stessa di quanto riuscisse, emotivamente, ad esprimere la propria sofferenza, come gli altri e forse con maggiore enfasi. Ma nessuno rispondeva. Non videro scale. Nina si rincuorò, era un buon segno e confidò agli altri la speranza che fossero tutti nelle abitazioni al riparo. Che probabilmente avevano paura anche loro. Forse più di essi stessi dal momento che avevano qualcosa da difendere. C’era molto fango tra i pali di sostegno. Era terra bagnata e si vedevano qua e là ancora orme umane. Nina e gli altri dovevano decidere cosa fare. In quel momento non pioveva, rimaneva ancora poca luce. Decisero di sistemarsi quanto meglio potevano sotto un’abitazione che quantomeno li avrebbe riparati dalla pioggia e poi di cercare nel bosco se ci fossero frutti da mangiare. Per non perdersi non si allontanarono molto dal villaggio, tenendolo sempre di vista, ma ormai che il sole era calato, non ebbero tempo  a sufficienza per trovare qualcosa da mangiare. Raccolsero dei rami per accendere i fuochi. Per scaldarsi e per tenere lontane le bestie che potevano essere nei dintorni. Nina continuava nel suo digiuno involontario e cominciava a sentire di avere poche forze. Tra le sue cose aveva con sé  il suo libro. Il libro che non leggeva. Ogni tanto lo toccava, lo guardava, lo annusava, lo stringeva al seno. Riuscì ad addormentarsi. Anche gli altri. La stanchezza distolse la paura dal cuore di Nina e il sonno fu pesante e ristoratore. Il sogno fu dolce come un nulla, protratto nel tempo e senza riferimenti. Assenza di ansia e di emozioni, un momento di apatia. Il sogno era una visione chiara di un’infinita estensione quieta nel quale perdersi e dove, tutt’intorno, si misurava l’espansione, la dilatazione, il protrarsi anche di suoni monotoni ma non offensivi, anzi rassicuranti.

Nina dormiva ed anche gli altri. Era ancora buio e qualcuno in silenzio guidato dai fuochi accesi si avvicinava loro. Era la gente del villaggio che aveva paura di tutto. Anche del buio.

Portavano coperte e frutti. Stesero le coperte sopra i corpi, ormai umidi, degli sconosciuti. I frutti vennero messi nei pressi del fuoco ormai povero, quasi spento, con  lingue mozzate e  carboni tiepidi. Poi se ne andarono. Forse il senso di ospitalità aveva consentito loro di rischiare la vita. Loro non conoscevano la guerra. Conoscevano solo la difficoltà di vivere.

La luce del sole filtrava tra la folta vegetazione a fatica e si rifrangeva sugli oggetti domestici di metallo andando a colpire Nina in quel preciso momento, in quella posizione. Nina si svegliò e, provando tutti i dolori che il sonno scomodo poteva provocare, si stupì che fosse stata coperta. Si girò intorno ma vide solo i suoi compagni che ancora giacevano addormentati.

Nina prima di addormentarsi, vedendo tutto quel buio intorno, rimanendo immobile per non sbagliare il passo, aveva  immaginato di essere cieca e quindi di fare al buio tutte quelle cose che normalmente faceva prima di coricarsi per dormire. Così strinse gli occhi e lasciò che la sua mente percorresse tutti i movimenti che lei era solita fare. Si spogliò e questo fu facile perché lo fece da seduta sul letto. Poi però doveva alzarsi e andare in bagno. Poi lavarsi il viso, poi i denti, poi pisciare, poi fare bidet, poi nuovamente lavarsi le mani, poi darsi una strigliata ai capelli. Tutto al buio, ad occhi chiusi. Poi doveva tornare in camera, mettersi una maglia e un paio di calzoncini. Questo voleva dire aprire il cassetto e prendere le cose. E per fortuna che quel giorno non si era truccata. Non avrebbe dovuto struccarsi. Probabilmente qualche azione se l’era dimenticata. Quindi comprese in un attimo quanto la sua memoria forse importante nella sua vita. Quanto fosse determinante la capacità di ricordare. Probabilmente ogni angolo della casa, ogni oggetto le era a tal punto familiare che non aveva più necessità di guardarlo. Sapeva il numero dei passi da fare per ogni direzione da prendere. E come era importante mettere gli oggetti sempre allo stesso posto. In modo che la memoria all’occorrenza andasse a pescare proprio là. Tutto così buio e così poco familiare. Tutto così pauroso e così distante dal suo modo di vivere. Tutto così lontano e senza luce. Purtroppo senza parole. Ecco, Nina si sentiva sola. Una fiamma del fuoco si ravvivò ed improvvisamente Nina fu colpita da un bagliore quasi accecante. E sentì quella luce sul suo corpo come un fastidio. Chiuse gli occhi, gli altri stavano già cercando di dormire. La madre strinse la figlia. Tutti in silenzio. Senza nemmeno piangere.

E quindi il risveglio fu per lei come se stesse con gli occhi chiusi dal momento che non riusciva a riconoscere alcunché. Poteva solo guardare con curiosità. Si ricordò che il giorno prima non avevano trovato da mangiare cosicché la frutta che c’era doveva essere un dono degli abitanti del villaggio. E anche le coperte. Si svegliarono anche gli altri e furono molto contenti delle gentilezze che avevano ricevuto durante la notte.

Nina disse a voce bassa che erano stati degli angeli. E con un volume maggiore di voce disse

:- Vi vogliamo ringraziare, vogliamo stringervi la mano. Per piacere saltate fuori. Abbiamo paura anche noi e non vogliamo farvi male.

Ma gli angeli decisero che non era ancora venuto il momento per uscire.

Un compagno di viaggio disse

:- Speriamo che questi angeli ci accompagnino e proteggano per tutto il viaggio.

Stadio Tardini

Stadio Tardini

2 pensieri riguardo “INTERMEZZO LETTERARIO / LA DISTANZA di Luca Tegoni (5^ Puntata)

  • 10 Gennaio 2018 in 19:53
    Permalink

    Racconto monumentale in tutti i sensi! 😀

    • 11 Gennaio 2018 in 11:18
      Permalink

      http://www.stadiotardini.it/emoticons/wpml_good.gif

I commenti sono chiusi.

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