IL COLUMNIST di Luca Russo / PERCHE’ L’ATALANTA DI GASPERINI NON E’ COME IL VERONA DI BAGNOLI

il-columnist-luca-russo.jpg(Luca Russo) – L’Atalanta di Gasperini come il Verona di Bagnoli. Questo il tormentone che sta animando il dibattito calcistico delle ultime due settimane, da quando cioè gli orobici si sono issati ai piani alti della classifica di A, imponendosi come terza forza del campionato e alternativa, secondo molti piuttosto credibile, a Juventus e Inter, che pur scattando a ripetizione proprio non riescono a toglierseli dalle… ruote. Paragone improponibile, direi addirittura forzato: questa Atalanta potrebbe anche cucirsi lo scudetto sulle casacche, ammesso che la Juventus e il Napoli si prendano un anno sabbatico e l’Inter rimandi al prossimo la sua voglia di titolo; ma non con la padronanza, la confidenza e la maestria che a suo tempo furono esibite da quel Verona. Il parallelo, insomma, convince poco. Un accostamento evidentemente suggerito dalla mediocrità del nostro campionato che amplifica, oltre ogni ragionevole limite, i pregi di chi vi partecipa, rimpicciolendone le pur evidentissime lacune. Un confronto che non tenendo nella giusta considerazione l’elevato livello di competitività della massima serie degli anni ’80, e segnatamente dell’edizione 1984/1985, risulta penalizzante per gli scaligeri. In tal senso, val la pena ricordare che le squadre classificatesi dal secondo all’ottavo posto nel campionato vinto dal leggendario Hellas allenato dall’altrettanto leggendario Bagnoli, potevano vantare tra le proprie fila calciatori del calibro di: Serena, Junior e Dossena (Torino); Bergomi, Altobelli e Rummenigge (Inter); Vierchowod, Vialli e Mancini (Sampdoria); Baresi F., Maldini e Virdis (Milan); Scirea, Cabrini, Platini, Tardelli e Boniek (Juventus); Ancelotti, Pruzzo e Falcao (Roma); Bruscolotti, Bagni e Maradona (Napoli). Non un solo giocatore che oggi non sarebbe titolare, peraltro inamovibile e probabilmente considerato pure top player, in una a caso tra Juventus, Inter e Napoli, giusto per citare i tre equipaggi che dovrebbero contendersi il tricolore. Basterebbe già solo questo lungo elenco di campioni che impreziosivano le domeniche calcistiche italiane degli anni ’80, e farne uno simile a proposito del campionato in corso, per rendersi conto che il paragone tra quel Verona, campione tra i giganti, e questa Atalanta, che giganteggia perché i colossi Bagnoli_scudettoscarseggiano, proprio non regge. Ma volendo smontare la convinzione di chi invece ritene che stia in piedi, si può aggiungere che quell’Hellas dei 14 match disputati contro formazioni del suo stesso lignaggio, ne vinse 4 (Torino, Juventus, Roma e Napoli), ne pareggiò 9 e ne perse soltanto 1 (la gara di ritorno contro i ragazzi di Luigi Radice). Una squadra grande con le grandi, insomma, e che quando il gioco si faceva duro lievitava la propria cifra tecnica e il suo bagaglio di conoscenze tattiche, disinnescando quelle delle avversarie. Questa Atalanta, che non ha ancora duellato con Juventus e Inter, finora ha perso col Torino; strappato un punto a Fiorentina, Lazio e Napoli; e vinto solo contro la Roma. Avrà pure l’intraprendenza e l’atteggiamento sbarazzino di quel Verona, la Dea di Gasperini. Ma la sensazione è che non ne abbia la stessa tempra e la stessa capacità di esaltarsi quando l’avversario richiede una partita di strappi più che di ricami. Se quel Verona si nutriva della polvere e del fango di certe battaglie, questa Atalanta se ne tiene lontana per non macchiare lo smoking che l’anno scorso gli ha permesso di guadagnarsi un invito per il gran ballo della Champions League. Il guardaroba neroazzurro farebbe un figurone nella Milano da sfilata, ma risulterebbe ben poco utile e comodo in quella da attraversare in metro. Il Verona del Mago della Bovisa ne aveva uno meno paiettato ma assai più pratico e variegato: impossibile aprirlo ed esclamare “non ho niente da mettere!”. Un abito, un capo per ogni circostanza: quel Verona sapeva essere animale da palco o da impalcatura con la medesima disinvoltura. Era l’alta qualità dell’epoca a richiedere una massiccia dose di camaleontismo. Vinse lo scudetto con appena 4 punti di vantaggio sul Torino secondo, 5 sull’Inter terza e 6 sulla Sampdoria quarta; che sarebbero 5, 7 e 9, dando 3 punti per vittoria. Sapete quale è stato l’ultimo campionato di A così light e minimalista in termini di distacco, ovvero con non più di 10 lunghezze di margine, tra la formazione campione d’Italia e la quarta classificata? Stagione 1996/1997: Juventus tricolore con 65 punti, Parma 63, Inter 59, Lazio 55 (e poi Udinese 54, Sampdoria 53). Tanto calcio, tanti scudetti e tanti gol fa: eravamo più vicini al fantastico Verona di Bagnoli che non prossimi alla bella Atalanta di Gasperini. Luca Russo

4 pensieri riguardo “IL COLUMNIST di Luca Russo / PERCHE’ L’ATALANTA DI GASPERINI NON E’ COME IL VERONA DI BAGNOLI

  • 2 Novembre 2019 in 16:01
    Permalink

    Speriamo che non arrivi paletta, l’era balord anca da giovon

  • 2 Novembre 2019 in 18:33
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    L’è mei ciucèr un os c’un baston. Accontentati meglio Paletta che nessuno

  • 2 Novembre 2019 in 20:20
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    Tralasciando il fatto che neanche per me la Dea vincerà lo Scudetto, è ingeneroso dare alla squadra del Gasp della fighetta. Questi corrono, pressano e se possono, menano anche volentieri.

  • 2 Novembre 2019 in 22:18
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    Certo che se valutano Kulu 25 come Infortuninglese il buon Giuntoli dopo i rottami Cicirotto e Grassi ci ha mollato l’ennesimo bidone.

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