giovedì, Luglio 25, 2024
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IL COLUMNIST di Luca Russo / PERCHE’ LA COPPA ITALIA NON ARRAPA

russo 1(Luca Russo) – Una storia recente avara di emozioni. Un format incoerente. Una calendarizzazione e una collocazione oraria perlomeno infelici. In tre punti il tracollo, soprattutto mediatico e di riflesso supponiamo anche commerciale, della Coppa Italia. Un fallimento certificato dalla media spettatori degli otto incontri del quarto turno: 4269. Cremonese-Empoli è stata vista da 1359 appassionati, Genoa-Ascoli da 1825, Fiorentina-Cittadella da 8988, Sassuolo-Perugia da 1000 circa, Spal-Lecce da 4947, Udinese-Bologna da 3066, Parma-Frosinone da 1190 e Cagliari Sampdoria, unica eccezione di una tornata da dimenticare sul piano dell’affluenza, da 11781. Visto e considerato che la media posti a sedere degli impianti in cui si sono disputate le partite in questione è di 24663, i 4269 di cui sopra significano stadi mediamente pieni per appena il 17% della loro capienza. Numeri impietosi per quella che resta comunque la seconda manifestazione in termini di importanza del calcio nostrano. Ma che, per le ragioni accennate in apertura, risulta tutt’altro che attraente. Una coppa che emoziona solo raramente. Per quanto mi riguarda, l’ultimo brivido, al netto delle edizioni 98/99 e 2001/2002 indimenticabili per ovvi motivi, me lo ha regalato oltre venti anni fa, al tramonto della stagione 1996/1997. In finale giunsero il Vicenza e il Napoli: i partenopei vinsero 1-0 l’andata, i veneti ribaltarono tutto col 3-0 ai supplementari del ritorno. Ricordo che Napoli, la mia città, era un susseguirsi di bandiere azzurre ad ogni balcone e finestra, si pregustava il ritorno a un trionfo che da queste parti mancava da 7 anni, dal 29 aprile 1990, ovvero dal giorno del secondo e per ora ultimo scudetto del Ciuccio. A proposito di affluenza: in quel 1989/1990, il San Paolo viaggiò ad una media di 58264 spettatori per partita. Altri tempi, altro calcio, altra passione. 7 anni e 1 mese dopo, però, la festa fu diversi chilometri più a nord. Anche se già inequivocabilmente innamorato del Parma, quella sera tifavo sia per i biancorossi che per i ragazzi diretti da Montefusco, chiamato a sostituire Gigi Simoni, esonerato da Ferlaino perché colpevole di aver già firmato un contratto con l’Inter per la stagione successiva. Un’affermazione del Napoli mi avrebbe permesso di vedere la mia città in festa per il pallone, circostanza che non avevo vissuto completamente ai tempi dei due scudetti data la mia tenerissima età e che sarebbe stata replicata solo qualche anno più tardi, con la promozione dalla B alla A del 1999/2000. Un successo del Vicenza, invece, significava il trionfo di Davide contro Golia, il massimo per chi ama il calcio e lo sport in genere. Divertimento in un caso, divertimento nell’altro, insomma. Vinse la Lane. Di Maini, Rossi e Iannuzzi le reti che regalarono il trofeo alla formazione allenata dal “nostro” Guidolin, una squadra che è stata Atalanta di Gasperini con largo anticipo rispetto all’Atalanta di Gasperini. È anzi probabile che l’Atalanta di Gasperini oggi ambisca ad essere proprio come il Vicenza di Guidolin, l’ultima “provinciale” a sollevare la Coppa. Un’emozione impagabile pure per uno spettatore neutrale. Una rarità nella storia della manifestazione, la cui scarsa predisposizione alle sorprese è ulteriormente certificata dal confronto con la FA Cup: la Juventus, che detiene il record di vittorie finali, la Coppa Italia l’ha sollevata in 13 delle 72 edizioni fin qui giocate; l’Arsenal, primatista in Inghilterra, la FA Cup l’ha fatta sua 13 volte, esattamente come i bianconeri, ma su 137. Chiara la differenza, no? Se la FA Cup si nutre della sua stessa imprevedibilità e alimenta il suo fascino a suon di storie da “raccontare ai nipotini”, la Coppa Italia è implosa proprio perché non ne ha mai avute abbastanza da diventare “marchio” e manifestazione avvolta da un che di epico e leggendario. Anche format, calendario e orari hanno contribuito al suo progressivo declino. È incomprensibile, per esempio, che ottavi e quarti si disputino in gara secca, mentre le semifinali su 180 minuti. Coerenza, per favore. Dipendesse da me, privilegerei la logica del doppio confronto che, appunto, una logica ce l’ha, a differenza della partita unica che peraltro impone pure la necessità di sorteggiare squadra e stadio di casa, sottraendo così un bel po’ di equità al duello. Ma per rilanciare l’immagine del torneo servirebbe una rivoluzione molto più profonda e radicale, che dovrebbe però coinvolgere la massima serie: riduzione del numero di partecipanti, meno giornate di campionato e nei weekend liberi in virtù di tale ridimensionamento spazio ai match di Coppa Italia. Perché per noi italiani calcio e domenica (o finesettimana) sono sinonimi. E il pallone ci piace vederlo rotolare quando lavoro, ufficio e colleghi sono pensieri lontani. Non è, infatti, sempre e solo colpa dello scarso pathos di questa o quella manifestazione sportiva: anche la A soffre un calo di spettatori nel minuto in cui va in scena a metà settimana. Giocata di sabato o domenica, la Coppa Italia ri-acquisirebbe la capacità di calamitare attenzioni, interesse, pubblico, audience e probabilmente inserzionisti smarrita negli ultimi anni. In tal senso, mi chiedo quale appeal possano esercitare Sassuolo-Perugia e Cremonese-Empoli alle 15 di un giorno feriale: se vuoi che i tifosi vengano al campo, devi metterli in condizione di poterlo fare, non ostacolarli con orari e calendari da mission impossible. Poi va comunque detto che a certe latitudini la pancia forse è così piena che lo stadio in determinate competizioni non lo si riempie nemmeno offrendo l’ingresso gratis. Parma, o meglio la Parma più o meno recente, ne è un esempio. Riavvolgiamo il nastro al 2004/2005, ovvero la stagione successiva a quella in cui sopravvivemmo in qualche modo al crac della Parmalat. In panchina il grande Gedeone Carmignani; in campo, titolari in A, linea verde in Coppa Uefa (era ancora questo il suo nome). E fu proprio in Europa che quel Parma, giovane come pochi altri Parma, ci fece letteralmente sognare (escluso lo spareggio col Bologna, of course), mostrandoci le cose migliori e spingendosi nientemeno che fino alle semifinali, purtroppo perse con il Cska Mosca. Ebbene, le imprese di quel magico Parma iniziarono a raccogliere il pieno interesse della piazza solo a partire dalla gara di ritorno dei quarti pareggiata per 1-1 contro l’Austria Vienna: ben 20mila spettatori al Tardini. Ma erano stati appena 3155 nella decisiva ultima gara del girone col Besiktas (3-2), appena 5mila nei sedicesimi di andata con lo Stoccarda (0-0; 0-2 e 19mila spettatori in Germania) e non più di 10mila in occasione degli ottavi di ritorno contro il Siviglia (1-0). Un seguito talmente esiguo da risultare incomprensibile e inspiegabile, perché una realtà provinciale come la nostra dovrebbe sempre avere fame di grande calcio, indipendentemente dal senso di sazietà scaturito dai successi di epoche precedenti. Ok che eravamo reduci dalla grandeur della gestione Tanzi, ma mi sembrò piuttosto ingiusto e cinico dimenticarsi così in fretta delle proprie origini e del proprio curriculum pieno di lotta, sudore, fango e campi polverosi prima che si materializzassero palcoscenici più prestigiosi. Bissare una tale indifferenza negli Ottavi di Coppa Italia contro la Roma in programma a Gennaio equivarrebbe ad ammettere implicitamente che non c’è torneo, format o calendario che tenga se la pancia è piena e la fame è poca. Luca Russo

6 pensieri riguardo “IL COLUMNIST di Luca Russo / PERCHE’ LA COPPA ITALIA NON ARRAPA

  • La Coppa Italia non ARRAPA perché,
    alla fine della fiera….una delle due finaliste sarà la JUVENTUS,

    mentre l’altra, se la giocano le solite 2/3 compatibilmente con quelli che saranno gli impegni di campionato o di coppa ..

    ….le prime 3/4 del campionato hanno 30 giocatori …

    ….le altre non possono competere in quanto devono badare all’obiettivo principale…CAMPIONATO-SALVEZZA-PIAZZAMENTO IMPORTANTE

  • La miseria e piocioneria sono alla base di questa desolazione

  • Prima cosa da fare per rendere di nuovo interessante la Coppa Italia: eliminare le teste di serie. In F.A. Cup può capitare subito un Liverpool-City.

  • Che do bali, sono secoli che ci si chiede perchè la Coppa Italia non “prende” (lasciando perdere l’enfatico “arrapa”). Perchè no!

  • Comunque se arrivi in semifinale puoi sempre andare in Europa. e non sono noccioline. Speriamo nella squadra tipo contro la Roma.

  • luca tegoni

    magari basterebbe invertire l’ordine delle squadre in casa. quelle di B giochino in casa ed evitare di giocare ad orari lavorativi.

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