CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / VIVERE

barone covid 19(Gianni Barone) – Vivere, un verbo infinito, ancor prima che all’infinito, per descrivere un momento, che in quanto tale, dovrebbe essere finito, dovrebbe quindi finire, ma che nella nostra percezione di spasmodica attesa, sembra non finire più o mai. Però finirà, dovrà pur finire per farci tornare a vivere, a farci declinare al presente le nostre giornate (io vivo, finalmente noi viviamo) e non più e solo all’infinito, semplice, complesso, anteriore al punto zero che ha condizionato, non poco, la nostra vita, appunto. E’ finito per chi si esibiva, in canto e in ballo, ad “Amici”, è finito per chi era nella detenzione dorata del “Grande Fratello”, finirà anche per noi, che solo quando una cosa piace o amiamo innamorandoci, vorremmo non finisse mai, invece a noi questa nuova e forzata abitudine non ci piace per nulla (come diceva Benigni in Johnny Stecchino). Ci ostiniamo a credere che ci serva per farci crescere un po’ di più (e sarà anche vero), questo piccolo grande isolamento, nel solo ed esclusivo desiderio che passi, e ceda la mano a un qualcosa di meno dirompente, meno esplosivo, più calmo e più sereno. Oltre al lato sanitario e a quello economico di cui tanto si dibatte, con virologi che danno opinioni e non certezze scientifiche loro malgrado, emerge il lato sociale che non è solo solidarietà e donazioni (ben vengano vivaddio), ma è anche rispetto o anche qualcosa d’indecifrabile e inestinguibile che spinge qualcuno, costretto all’esilio forzato, in casa sua, tra i suoi affetti, dopo tanta lontananza dovuta ad affari, routine quotidiana, caos delle città frenetiche, impazzite, intasate (il famoso traffico), alla perfetti sconosciutidomanda come va in questo periodo chiuso in casa insieme ai suoi parenti? Se ne esce con “Devo dire che sono brave persone”. Incredibile e complimenti per la scoperta. O meglio la riscoperta della bontà ai tempi del virus, chiamiamolo semplicemente così, perché a noi ci va, in questo caso, di dare il nome alle cose, ci va di definirlo in modo dispregiativamente generico, forse per svuotarlo della sua potenza, della sua forza, della sua pericolosità, per renderlo, almeno a parole, meno offensivo e più vulnerabile. La bontà dei rapporti, prima minimi se non inesistenti, l’esigenza del confronto involontario, la necessità di aprirsi dopo tante immotivate chiusure passate, sono elementi che ci conducono verso quella fine auspicata, verso quell’abusata luce, che disperatamente, vorremmo scorgere in fondo a quel fottutissimo tunnel, che non vorremmo fosse come quello descritto in un racconto dello scrittore svizzero Durrenmatt, tanto sconvolgente, ai tempi delle nostre prime letture giovanili. Siamo partiti con l’indifferenza per la nascita del male, abbiamo proseguito con la superficialità e la dabbenaggine del “tanto è solo come una normale influenza che colpisce solo i vecchi e coloro già patologicamente compromessi”, invece siano stati, poi, tutti, travolti dall’incredulità che tutto fosse realmente vero e che potesse, come in realtà è stato, veramente accadere. Siamo stati pervasi da mille sensazioni negative, e in parte lo siamo ancora, sempre, però, alla ricerca di sentimenti positivi andrà tutto bene(retorica dell’andrà tutto bene ora un po’ in ribasso) che tardavano a profilarsi. Siamo caduti con questa “storia” dentro la Storia, e ora stiamo cercando di rialzarci da questa “storia”, per apparire agli occhi della Storia (quella con la s maiuscola), che ora siamo costretti a scrivere, solo oralmente, più forti, più consapevoli, più maturi, più veri, seppur feriti. Però qualcosa è ancora imprigionato, e si è incagliato nel dovere di fare i conti con la Storia e con tutte le vittime di questa “storia”: chi se n’è andato e chi è rimasto nel dolore improvviso, inatteso, straziante. Facciamo i conti, che al momento non tornano, e mai più torneranno, però abbiamo tutti il dovere d’incolparci di un peccato collettivo per un castigo, che contiamo di scontare quanto prima. Siamo nell’insolita condizione di dover confrontarci e confortarci, nello stesso modo, e nello stesso tempo, con noi, con gli altri e con questa “infinita” ansia di uscire e di uscirne. In questo paradossale “derby” tra chi vorrebbe uscire subito, o al più presto, e chi predica ancora cautela. Tra chi vuole date certe e programmazioni future, a corto e a medio raggio, e chi si ostina, con sobrietà dei toni, a raccomandare equilibrio, pazienza che potrebbero confondersi con l’incertezza e l’irresolutezza ad individuare soluzioni percorribili. Però quello che infiamma i giornali sportivi, in questo clima da tregenda, è l’opposizione, l’ennesima, tra le varie componenti del calcio, anche in questo caso si tratta di una sorta di «derby», perché tutti c'era una volta il calcioappartengono allo stesso stato (privilegiato), allo stesso paese, allo stesso ambito quello calcistico appunto. I presidenti che trovano, compatti, la soluzione, con la riduzione dei compensi ai calciatori, ora inattivi, da una parte, e i calciatori, dall’altra, che per voce del loro sindacato e del loro Presidente Tommasi (avessi detto Di Vittorio), definiscono la proposta vergognosa. Io non vorrei dire, e non vorrei ri citare Ferrero, che giorni fa si è espresso sull’argomento con lucidità e acutezza impreviste, ma in questo clima in cui tutti hanno bisogno – subito – di soldi, ancor prima di poter ripartire, sentire una categoria, come quella dei calciatori, fra le più privilegiate dell’universo,che non accetta perché si violano i contratti, francamente non ci sono parole per definire questo tipo di vergogna. Qualcuno eccepirà, che mentre noi ci riferiamo sempre ai soliti Paperoni, milionari, famosi, l’associazione ha il dovere di cautelare anche i meno noti, i meno retribuiti. D’accordo. Però ricordiamo che anche il più povero dei calciatori, è sempre più ricco di tante altre persone alle prese con questa crisi che rischiano di non avere in futuro niente. Però in quest’ Europa che non c’è (in termini di aiuti), e che forse non c’è mai stata, cerchiamo almeno noi in Italia di aver un po’ di buon senso e un po’ di buongusto che ci farebbe, agli occhi di tutti, fare una migliore figura, almeno. Gianni Barone

Gianni Barone

Gianni Barone, al secolo Giovanni Battista, nasce a Casale Monferrato (Alessandria) nel 1958 e si trasferisce a Parma nei primi anni 60. Qui matura la sua grande passione per il calcio, prima in qualità di calciatore dilettante fino alla Prima Categoria e poi, di allenatore, direttore sportivo, radio-telecronista, conduttore e opinionista di talk show sportivi. Giornalista pubblicista dal 1990, inizia con Radio Emilia nel 1983, prosegue con Onda Emilia (dal 19849 e Radio Elle (dal 1990). In Tv cura i collegamenti da Parma per "Il Pallone nel 7" (1991-92) di Rete 7 (BO) e collabora con la redazione di Retemilia. Negli anni Novanta effettua telecronache e servizi per il TG sulla squadra Crociata per Teleducato. Dal 2002 al 2008 produce servizi dal Tardini per Telenova di Milano all’interno della trasmissione "Novastadio". Nel 2009 commenta per La7 digitale terrestre e per Dahlia Tv, le partite del Parma Calcio in Serie B. L’attività di telecronista, conduttore e opinionista lo vede nel tempo collaborare anche con San Marino Tv e 7 Gold. Dal 2016 è titolare della rubrica «Cattivo Cittadino» sul quotidiano on line Stadiotardini.It, di cui è vicedirettore esecutivo. Attualmente, per il service Edirinnova, commenta le partite di serie D del Lentigione trasmesse da Telereggio ed è frequentemente ospite di Bar Sport su 12 Tv Parma. Allenatore UEFA B, istruttore qualificato Scuola Calcio, è stato direttore sportivo di settore giovanile alla Langhiranese Val Parma dal 2010 al 2013, e al Juventus Club Parma dal 2014 al 2015. E' autore del libro «Il metodista (Storia della tattica calcistica) edito da Edizioni Progetto Cultura, Collana Sempre Sport (Anno 2006).

One thought on “CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / VIVERE

  • 9 Aprile 2020 in 18:46
    Permalink

    Riapriremo il 18 maggio, solo che non hanno il coraggio di dirlo.

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