CATTIVO CITTADINO, di Gianni Barone / SALVIAMO IL SALVABILE. SI, MA COME? E SOPRATTUTTO CON CHI?

(Gianni Barone) – Perfino quell’unguaribile, fino a poco tempo fa, «talebano» di Giampaolo si è fatto persuaso, come direbbe Fazio assistente di Montalbano, che il calcio propositivo, da noi, non può per niente funzionare, se non viene supportato da principi – non superati, visti i risultati – di sano calcio all’italiana. Per sopravvivere, salvare la panchina, avrà pensato il «quotato» quanto triste tecnico del Toro, serve praticità, realismo, catenacciarismo, quanto basta, e buona dose di temperamento. Per battere il Parma, il Parma di ieri, non serviva molto di più. Invece dall’altra parte non si è capito, o per lo meno sino ad ora, non si fatto niente di tutto ciò. O non è fattualmente riuscito nulla di tutto ciò, al di là dei buoni propositi. Perché prendere goal in contropiede, dopo solo 8 minuti, in una gara delicata e importante come quella di ieri, vuol dire non solo non avere capito niente di calcio, ma poco anche della vita del calcio, di una squadra e di una società, che sta tentando di #svoltare. Ma quale svolta è auspicabile adesso, dopo che si sono perse due gare consecutive contro le due ultime della classifica? Una svolta conservativa, innovativa o rivoluzionaria? Che i giocatori non abbiamo capito il tecnico, aldilà delle dichiarazioni di facciata, è chiaro ormai a tutti, ma è altrettanto evidente che anche lo stesso tecnico, non sia stato ancora in grado di capire i limiti e i pregi dei giocatori a disposizione, e soprattutto non abbia ancora ben decifrato i contorni della realtà in cui si trova ad operare. «Manca il guizzo» dice lui, ma siamo proprio convinti che sia solo questione di quello? Troppi interrogativi non risolti e di difficile interpretazione, troppi dubbi, troppe nubi all’orizzonte di un gioco mai effettivamente esplicitato secondo i proclami di una vigilia che aveva illuso, gli ingenui, creduloni di una conversione tattica, possibile, solo attraverso i cambi di guida tecnica, sportiva e presidenziale. All’alba del nuovo anno, nonostante le perplessità di alcuni, tra cui noi, si deve accettare l’idea che per salvarsi, il presunto bel gioco, mai praticato, se non solo nell’ambito delle idee teoriche, non serve più. Contro il Toro del «convertito», forse solo per ora, Giampaolo, abbiamo assistito ad uno stillicidio senza precedenti, di azioni inutili, di prese di posizione sbagliate, di errori di concetto e non solo, che hanno fatto precipitare la squadra in un baratro, come descritto da gran parte dei titoli catastrofici di tutta la stampa sportiva e locale. È inutile ora dire che la manovra è lenta, impacciata, prevedibile: la stessa è figlia di una serie di contraddizioni che si trascinano dall’inizio senza che a nessuno ne sia importato della gravità. Primo: fare una rivoluzione e tattica e di gioco senza aver avuto il tempo e spazio per sperimentare, con nuove metodologie ed esercitazioni, le novità introdotte da un radicale cambiamento di mentalità. Secondo: aver liquidato, ancora non si sa bene per quali effettivi motivi, D’Aversa, ora indicato come un possibile sostituto di Liverani, perché detentore di un pingue e lungo contatto con la società, ma anche perché profondo conoscitore della squadra plasmata da lui e Faggiano (col rischio ora di essere un’anatra zoppa). Terzo: il fatto che gli attaccanti non segnano, all’interno del peggior attacco del campionato, non è solo un dato statistico, che tutti citano, anche se noi siamo stati i primi a farlo su queste colonne diversi turni fa. Se non si segna vuol dire che la squadra è slegata più che mai, come dimostrato nel finale col Torino, in cui si vedevano chiaramente, anche attraverso il video, i tronconi in cui lo schieramento era, tristemente spezzato. Si parla sempre di atteggiamento e compattezza, ma mai che, sul campo, si sia visto un barlume di intesa anche fra giocatori che sono insieme da anni. Paradossalmente si è distrutto in poco mesi, quell’amalgama, costruito in anni di lavoro, e che non è acquistabile in nessun mercato di riparazione del mondo, checché ne pensasse e ne dicesse il pittoresco presidente del Catania Massimino. Ora c’è da salvare il salvabile, ma occorre non sbagliare, in nessun modo la scelta, perché imboccare la strada dell’esonero con l’arrivo di nuovo tecnico, sia esso D’Aversa, sempre che lo stesso sia disponile ad accettare, ma in ballo c’è il lauto stipendio, o uno dei tanti della lista che tutti conoscono, potrebbe anche non essere soluzione adatta. Intervenire sul mercato pesantemente, checché ne pensi la moltitudine, non è certo l’ideale, arrivati a questo punto. Forse ci vorrebbe da parte di Liverani – che secondo le notizie postate dal solito Di Marzio e poi subito ribattute dai siti di riferimento sarebbe stato confermato dopo la riunione di stamani, che ha fatto seguito al summit a caldo di ieri sera: la sfida contro l’Atalanta potrebbe essere quella decisiva per la permanenza o meno sulla panchina degli emiliani –  una maggiore consapevolezza di quelle che sono le priorità nel preparare le partite, evitando gli errori fin qui commessi: non si può ignorare la solidità difensiva nel modo in cui è stato fatto finora. Le marcature vanno studiate, non solo ordinate o descritte schematicamente, sia quelle effettive e sia quelle preventive, poi privilegiare un gioco che sia il più verticale possibile, aumentando la velocità di manovra, sicuramente al momento, molto ridotta. Non è pensabile che dopo quattro mesi non si sia individuato il regista titolare della squadra che – dopo la partenza sicura di Scozzarella e ipotetica di Brugman – non si può immaginare che sia Hernani, Sohm o Cyprien. Infine il mercato in uscita: privarsi adesso di Gervinho e Inglese, dati quasi da tutti in partenza, non credo sia la soluzione migliore per uscire dalla crisi. E si la parola crisi, che spaventa, e che nessuno vorrebbe pronunciare, fotografa perfettamente la situazione. Uscirne al più presto è un dovere che la società, per se stessa e per i tifosi (alcuni dei quali, notte tempo, hanno imbrattato i muri di cinta del Centro Sportivo di Collecchio con le scritte “onoratela” e “indegni”), dovrebbe inseguire con tutte le proprie forze. Gianni Barone

Gianni Barone

Gianni Barone, al secolo Giovanni Battista, nasce a Casale Monferrato (Alessandria) nel 1958 e si trasferisce a Parma nei primi anni 60. Qui matura la sua grande passione per il calcio, prima in qualità di calciatore dilettante fino alla Prima Categoria e poi, di allenatore, direttore sportivo, radio-telecronista, conduttore e opinionista di talk show sportivi. Giornalista pubblicista dal 1990, inizia con Radio Emilia nel 1983, prosegue con Onda Emilia (dal 19849 e Radio Elle (dal 1990). In Tv cura i collegamenti da Parma per "Il Pallone nel 7" (1991-92) di Rete 7 (BO) e collabora con la redazione di Retemilia. Negli anni Novanta effettua telecronache e servizi per il TG sulla squadra Crociata per Teleducato. Dal 2002 al 2008 produce servizi dal Tardini per Telenova di Milano all’interno della trasmissione "Novastadio". Nel 2009 commenta per La7 digitale terrestre e per Dahlia Tv, le partite del Parma Calcio in Serie B. L’attività di telecronista, conduttore e opinionista lo vede nel tempo collaborare anche con San Marino Tv e 7 Gold. Dal 2016 è titolare della rubrica «Cattivo Cittadino» sul quotidiano on line Stadiotardini.It, di cui è vicedirettore esecutivo. Attualmente, per il service Edirinnova, commenta le partite di serie D del Lentigione trasmesse da Telereggio ed è frequentemente ospite di Bar Sport su 12 Tv Parma. Allenatore UEFA B, istruttore qualificato Scuola Calcio, è stato direttore sportivo di settore giovanile alla Langhiranese Val Parma dal 2010 al 2013, e al Juventus Club Parma dal 2014 al 2015. E' autore del libro «Il metodista (Storia della tattica calcistica) edito da Edizioni Progetto Cultura, Collana Sempre Sport (Anno 2006).

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