SCARAMUZZINO: “L’EVENTO PRIMA DI TUTTO: IL RADIOCRONISTA E’ UN ACCOMPAGNATORE, NON UN PREVARICATORE”

Lo scorso 10 Gennaio “Tutto il Calcio minuto per minuto” ha compiuto 62 anni: StadioTardini.it, attraverso il proprio storico autore Luca Savarese, gli ha fatto gli auguri interpellando – come spesso è accaduto su queste colonne con interviste a vari titolarissimi di quella squadra di voci – uno dei radiocronisti più emblematici della trasmissione, Giovanni Scaramuzzino, dal Febbraio 2017, dopo l’uscita di scena di Riccardo Cucchi, prima voce domenicale.

Ecco, in esclusiva per StadioTardini.it, la chiacchierata con lui.

(Luca Savarese) – 10 gennaio 1960, Domenica, San Siro, Dall’Ara, Moccagatta: le prime tre basiliche di quella messa di voci e di sussulti. 10 Gennaio 2022, Lunedì, nella cattedrale del Grande Torino si rinnova, per il sessantaduesimo anno, quella messa, la liturgia sacra ma laica, solenne e feriale di “Tutto il Calcio minuto per minuto…”

“Si, citando Pasolini possiamo proprio dire di si. E’ vero: lui morì nel 75, è cambiato il mondo ed il modo di raccontare le partite, però il fatto che Tutto il Calcio ci sia da 62 anni, Luca, e non da 62 giorni, qualcosa, vuol dire…”

12 Febbraio 2017: con Inter-Empoli finisce la docenza di Riccardo Cucchi sui banchi della classe del campo principale e dalla domenica successiva, 19 Febbraio, allo Stadio Marcantonio Bentegodi di Verona, il titolare diviene il professor Giovanni Scaramuzzino, che racconta Chievo-Napoli…

“Sì, però tutti questi titoli non fanno parte né di me, né di Tutto il Calcio; né di chi ascolta, né di Riccardo stesso penso, perché, a differenza degli Ameri e Ciotti, che consideravano indispensabile, per l’evento, la propria presenza e persona ed erano loro stessi personaggi, e ritenevano la loro persona indispensabile, se non vero e proprio prolungamento dell’evento, l’evoluzione vuole che quasi non ci si ricordi, ora, di chi le racconta le partite: per esempio, alla fine un arbitro non te lo ricordi per le nove volte che ha arbitrato bene, ma per quella volta che gli è andata male… Io credo che il bravo radiocronista sia quello che non deve mettersi un passo indietro, ma di lato si: prima c’è l’evento e la sua sovranità, perché non è che se tu radiocronista, cronista, giornalista della carta stampata, non ci sei, non inizia la partita. Ma, stai tranquillo, Luca che l’evento non si ferma, ma va avanti lo stesso…”

Riveli – all’interno di “Clamoroso al cibali”, il libro curato da Riccardo Cucchi, che ha celebrato, nel 2010, i cinquant’anni di Tutto il Calcio – di non ricordare se sei stato tu ad avvicinarti alla radio nella cucina sprovvista di tv, oppure sia stata lei, a cercare te. E che le onde invisibili del calcio alla radio hanno raggiunto te e tua sorella in qualche angolo della casa intenti a giocare ai soldatini… Insomma, una ricerca corrisposta, che continua anche oggi, più vogliosa che mai…

“Bisogna avere coscienza che quando si racconta qualcosa a persone che non ne sono testimoni, bisogna instaurare un rapporto di fiducia, con chi ti ascolta. Allora c’era, eccome, questa fiducia. Oggi, non hai più bisogno di un’enciclopedia, tutto può essere cercato in un clic, ma allora sentire il fascino di un racconto ben fatto, ben descritto, con un italiano fluido, mi faceva l’effetto di una canzone sentita, mi rimaneva dentro e mi faceva sognare”.

Ecco, dopo l’uscita di scena di Emanuele Dotto, amico del sottoscritto ed uno degli ultimi callimachei della parola, tu sei uno dei pochi che presta ancora molta attenzione ad essa: non all’interno delle vostre frequenze, ma in generale, oggi, la narrazione calcistica viaggia verso la facile quantità, a discapito di una qualità che richiede un inevitabile labor limae. A questo punto, aveva ragione Quintiliano: non multa sed multum, non molte cose, ma in profondità…

“Nessuno ha la bacchetta magica, né la ricetta giusta: io sono, in questo, molto tollerante. Spesso, mi dicono (io non sono social) che si tende ad esasperare, ad iperbolizzare anche per un gol di serie C… Io parto da un presupposto: ognuno fa il suo, l’importante, è essere naturali, altrimenti l’ascoltatore se ne accorge. Quando reciti una parte, non sei più te stesso, non te lo puoi permettere, scimmiotti, poi ti poni troppo avanti rispetto all’avvenimento che stai raccontando. Nel momento in cui prevarichi, col tuo stile, col tuo modo di fare, quello che ti sta attorno, se lo accompagni puoi creare uno stile creativo, ma se sei sovrabbondante, rischi l’autogol…”

Nicolò Carosio, che s’immaginava di essere Herbert Chapman, Enrico Ameri che provava la sua voce dentro una pentola di fagioli immaginandosi Carosio e via via, tra un’immaginazione e l’altra: quanto è importante questo contenuto immaginifico, per una professione, che al netto dell’attuale civitas imposta dai social, si nutre ancora alla tavola imbandita di metafore?

“Ma la metafora è il pane dello sport: rende l’idea, ti dà il titolo, lo sviluppo successivo, però, non deve avvilupparsi su sé stessa; nel momento in cui le troppe metafore diventano inutili fuochi artificiali, rischi di scombinare tè stesso e gli altri. La semplicità è importante, anche la capacità di sdrammatizzare, tenendo conto che non stiamo raccontando né lo sbarco degli alieni sulla terra, né l’allunaggio (raccontato per altro magistralmente da Enrico Ameri). E’ importante avere un minimo di credibilità, oggi, dove tutto viene divorato ad una velocità stratosferica, il fascino di Tutto il calcio è quello di accompagnare, non di sostituirsi all’ascoltatore e questo, dà la dimensione vera del ruolo, di chi racconta. Inoltre, questi grandissimi, avevano i loro riti e le loro certezze e si muovevano in un regime di monopolio: la diretta era quella di Tutto il Calcio, non esisteva un confronto con l’esterno, agivano in una situazione che ti metteva già su un piedistallo. Con l’evoluzione, con il passare del tempo, Tutto il Calcio ha vissuto e vive un confronto con colleghi validi, situazioni che possono piacere meno, ma che fanno sempre parte di quel grande calderone simbolico: credo sia sicuramente questo uno stimolo per non snaturarsi, ma per rendere il servizio il più pubblico e fresco possibile”.

Nell’esperienza di un grande amore tutto diventa interessante diceva Romano Gaurdini: ecco, ogni radiocronaca, è sempre una sorta di palinodia, un canto nuovo dove gli spartiti non sono mai uguali all’ultima volta, ma per te, dopo l’incidente che ti coinvolse un paio d’anni fa, questa novità, da vivere e da far vivere, forse vale doppia?

Ognuno ha il proprio percorso dove le cadute, gli inciampi, fanno parte di questo percorso. All’ascoltatore, in fin dei conti, non interessa tanto il chi, il quello che c’è dietro, ma il prodotto. Questo deve interessare il fruitore del messaggio, nel momento in cui tu accompagni, intervengono l’esperienza, un entusiasmo che deve essere quello del primo giorno, mai la puzza sotto il naso, quasi a voler dire oggi faccio una partita meno importante o al contrario, oggi faccio questo partitone e quindi sono arrivato: non sei arrivato da nessuna parte! Quando inizia la partita, è vero, non c’è un copione scritto: ogni cosa, raccontata nell’ambito della semplicità descrittiva, arriva e fa breccia: quelli che siano i paraventi, non credo interessino troppo”.

La missione di Tutto il Calcio, quella di farsi voce capace di entrare sempre in punta di piedi, ma di essere credibile ed autorevole e pronta a condurre per mano, o forse per le orecchie, per un’ora e mezza di un viaggio unico, è destinata a proseguire negli anni?

“Si sta già modificando: non c’entra più solo il calcio, si va nella direzione di tutto lo sport, la diretta alla radio è data non dalla pochezza o dall’abbondanza degli avvenimenti, ma attraverso la disciplina che ne regola il racconto. L’interruzione, di per sé, è fastidiosa: aggiungo di più, maleducata, ma grazie ad Ameri (che la utilizzò per la prima volta all’interno di un Inter–Roma, per notificare un gol del romanista piedone Manfredini) divenne la forza. Si: se l’interruzione è disciplinata, crea un crescendo rossiniano, si muove all’interno di un percorso senza sovraccaricare le orecchie e la pazienza dell’ascoltatore, resisterà sempre questa missione. Ora resto un po’ perplesso, perché mi dicono (ripeto, io non sono social) che nel momento in cui va in onda l’evento, si scrive, seduta stante, il commento a quello che lo sta raccontando, a chi sta giocando, a quello che sta arbitrando, e a quell’altro ancora; esercizio di stile, per carità, ma inefficace ai fini dell’ascolto e del racconto: se fai dieci cose insieme, forse qualcosa, può sfuggire…”

Ultimissima. Chiedo a te quello che ho chiesto anche a diversi tuoi colleghi: se un ragazzo di 37 anni, che sin da piccolo sulle spalle di papà, che lo portò per la prima volta a San Siro a 6 mesi, è venuto su a pallone e voci, attacchi, rimbalzi di linea ed annunci scudetto, volesse un giorno far parte, a propria volta, di questo santuario, può sperarci o forse, fa prima a cambiar parrocchia e sogno?

No assolutamente no: parli con uno che è entrato in Rai per concorso non certo perché aveva parenti che potessero aiutarlo. La Rai da 30 anni ha questa capacità, di far accedere, attraverso scuole di giornalismo e concorsi pubblici. Io esco dalla scuola di Perugia, ma, nel mestiere del radiocronista, non è tanto importante dove lo fai e quale partita racconti, puoi farlo in una piccola radio privata o nella grande emittente nazionale, ma chiaramente ci deve essere alla base una conoscenza, la passione e l’entusiasmo. Ognuno di noi ricorda una grande partita, poi, però, le cose vere che ti restano, passano da un campo di provincia: a Siena, gara di serie B, un bambino aveva le cuffiette e quando la linea, dopo il giro dei campi, ritornava a Siena, quel bambino girava le spalle al campo (suo padre non capiva tutto ciò) e guardava la cabina dove trasmetteva questa voce e io lo vedevo quel bambino: lui la raccontava, la stava raccontando lui la partita in quel momento e costringeva il padre a guardare in su. Quel bambino ero io… Ecco, il sogno è questo: è giusto coltivarlo, non come punto di arrivo, in Rai o alla Bbc, il riconoscimento è sulla base del proprio percorso, su quanto sei disposto a scommettere su quel percorso, non è per forza un fiume che va a finire al mare, allo stesso punto. Sai ci sono stati dei grandissimi in radio, il mio preferito, Claudio Ferretti, per esempio, cambiò, andò in tv, portandosi dietro un percorso che proprio Tutto il Calcio gli aveva consentito di approfondire, facendolo diventare popolare e soprattutto più sicuro. Alla fine di ogni partita impari sempre qualcosa in più, e te lo dice uno, per il quale, ogni sua radiocronaca è sempre manchevole di qualcosa: questo ti spinge ad essere lì la volta dopo pronto a ricominciare. Quindi, sì certo: non soffocare la voce di quel bambino, che intanto non si è fermato. Quando il ragazzo prende in braccio quel bambino eh vuol dire che un pizzico di strada è stata fatta, con la meravigliosa voglia di fare un sacco di altri passi”. Luca Savarese

2 pensieri riguardo “SCARAMUZZINO: “L’EVENTO PRIMA DI TUTTO: IL RADIOCRONISTA E’ UN ACCOMPAGNATORE, NON UN PREVARICATORE”

  • 28 Gennaio 2022 in 17:57
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    Mi capita raramente di seguire le partite per radio rispetto a una volta, però devo dire che è sempre una sensazione particolare farlo.

    • 28 Gennaio 2022 in 18:43
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      Secondo il
      KRAUSE PENSIERO
      se un giocatore costa poco non vale niente.
      Se invece costa molto è bravo
      Tutino infatti costava il doppio di Mancuso
      e Krause ha preferito uno scarso che costava molto ( Tutino) piuttosto che uno bravo ( Mancuso ) che costava poco

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