CATTIVO CITTADINO, di Gianni Barone / DISASTRO

(Gianni Barone) – Non sappiamo se il disastro sia stato quello di aver vinto il titolo Europeo (ai rigori, sempre e solo ai rigori), o se quello vero sia avere perso il diritto a partecipare ai prossimi Mondiali, per la seconda volta consecutiva come rimarcato dagli stessi inflessibili censori (che qualche mese fa gioivano come infanti) per mano della Macedonia del Nord, non propriamente espressione di un calcio di élite. In entrambi i casi il disastro è stato veramente fatale, e totale: nel primo caso ha dato il via a sentimenti di superiorità e di alterigia, fuori luogo o immotivati alla resa dei conti attuale, mentre nella seconda ipotesi ha scatenato oltre a depressione, sorpresa( ma poi mica tanto), oltre ad una serie convinta, e di sicuro infinita, di processi con le messa sotto accusa non solo dei protagonisti, giocatori e c.t., ma di un intero movimento. Sono usciti subito i soloni, tipo ex c.t., allo scoperto con tesi fin sin troppo semplicistiche, che tirano in ballo il solito discorso dei troppi stranieri in A, in B, e perfino nei settori giovanili che non permettono ai talenti «locali», o presunti tali, non solo di esplodere ma anche di fare esperienza ai livelli adeguati, e non in tornei minori o poco più che ricreativi. Tutti discorsi legittimi, forse anche veri, ma inutili, perché quando le parole circolano in maniera eccessiva rispetto ai fatti, che si dovrebbero o verrebbero realizzare, perdono il loro valore e loro significato oggettivo ed originale. Siamo tutti nel «logos» molto bravi al complicare le cose, senza scoprire le cause e i perché, ricorrendo ad iperboli e superlativi per esemplificare paradossi e contraddizioni che nel calcio esistono proprio per renderlo sempre imprevedibile, interessante, bello e credibile. Perché se vincessero sempre i più forti, banalizzando al massimo il concetto, questo sport non avrebbe il seguito che ha sempre avuto nei secoli dei secoli, quindi ben vengano sia il titolo europeo vinto ai rigori, che l’eliminazione ad opera di una nazionale, il cui nome nell’immaginario collettivo gastronomico, a noi tanto caro, ci riporta a quel mix di frutta che significa, temporalmente in fatto di portate, essere arrivati in fondo al pranzo, alla cena, alla fine, in definitiva, del percorso. Non arriveranno questa volta lo stesso numero di dimissioni come successo quattro anni fa, in occasione dell’ultimo disastro targato Tavecchio/ Ventura, in quanto il binomio Gravina/Mancini essendo stato vincente (sempre ai rigori, non scordiamolo), un anno fa, gode di una stima e di un credito che i loro predecessori se lo sarebbero sognati. Stima e credito, però, non infiniti, perché il loro essere vincenti li ha trasformati, molto in fretta, in «perdenti di successo» in servizio permanente effettivo chissà fino a quando. L’amore per la Nazionale e per gli idoli del momento, dell’oggi, è infinito fin che dura e dopo aver perso, non per mano di Cristiano Ronaldo and company, potrà accelerare il tutto ed autorizzare ogni tipo di accusa o di processo per l’intero ambiente calcistico italiano, che da una crisi all’altra, sia essa economica, si muove, tra angosce ed affanni, senza ritrovare per tutto ciò, senso e motivazioni. La mancanza di senso é spiegata dal fatto, che la crisi tecnica del calcio non è pandemica, cioè non è riferita ad altri ambiti, ad altre nazioni in maniera generalizzata, ma sembra solo «endemica», ormai e confinata alla frontiera nazionale, se non esistesse Shengen. Confini entro cui, una volta, si era specialisti in difensori e portieri, senza aver bisogno di importarli da altre realtà tipo quella brasiliana in cui in tali ruoli venivano relegati i peggiori, confini entro cui si vincevano coppe europee per club, e non solo titoli a livello di nazionale, confini entro cui i migliori «fantasisti», erano nati nella marca trevigiana, a Vicenza, a Roma, e non in Svezia o in Francia. I nostri confini sono diventati i nostri limiti, la nostra sventura, la nostra ossessione, la nostra mancanza di equilibrio, il nostro complesso d’inferiorità. Il nostro «ethnos», su cui almanaccava il vate Gianni Brera, del cui genio quasi tutti «cani e porci», vorrebbero, giornalisticamente, impadronirsi, è finito chissà dove, forse laddove era già sparito, anticipatamente, l’ethos o etica, per un sport non più patrimonio di tutti, o per lo meno non di coloro che non lo leggono e lo studiano con attenzione e precisione, ma pretendono di conoscerlo descrivendone le lodi e le narrazioni su libri e giornali pieni zeppi di errori di concetto tipo la confusione fra modulo (riferito alla sola marcatura a uomo o a zona), e sistema di gioco (razionale distribuzione sul campo). Cosa vogliamo pretendere quando non c’è umiltà, e quando c’è approssimazione e presunzione sui giornali e in Tv? Quando nei vivai si privilegia la costruzione dal basso, come vera e propria ragione di vita? Quando non s’insegna più la marcatura individuale? Quando ci si offende perché si è definiti catenacciari invece di vantarsi di esserlo? Quando si dimenticano la tradizione e le radici che hanno fatto grande il nostro calcio? E non c’entra solo Mancini, che a me non è mai piaciuto da sempre e non solo da ora, e non c’entra neanche chi non è stato in grado di fare la miseria di un goal ad una squadra modesta che ha eliminato, con tanto orgoglio, la grande Nazionale, Campione d’Europa in carica. Qui. I titoli non valgono e non contano, quello che vale e che conta è che quanto si è irrisolti, in ogni campo, non si va da nessuna parte, nemmeno in Qatar dove forse non sanno nemmeno cos’è il pallone. Noi lo sapevamo una volta, ora non più, a quanto pare. O no? Gianni Barone

Gianni Barone

Gianni Barone, al secolo Giovanni Battista, nasce a Casale Monferrato (Alessandria) nel 1958 e si trasferisce a Parma nei primi anni 60. Qui matura la sua grande passione per il calcio, prima in qualità di calciatore dilettante fino alla Prima Categoria e poi, di allenatore, direttore sportivo, radio-telecronista, conduttore e opinionista di talk show sportivi. Giornalista pubblicista dal 1990, inizia con Radio Emilia nel 1983, prosegue con Onda Emilia (dal 19849 e Radio Elle (dal 1990). In Tv cura i collegamenti da Parma per "Il Pallone nel 7" (1991-92) di Rete 7 (BO) e collabora con la redazione di Retemilia. Negli anni Novanta effettua telecronache e servizi per il TG sulla squadra Crociata per Teleducato. Dal 2002 al 2008 produce servizi dal Tardini per Telenova di Milano all’interno della trasmissione "Novastadio". Nel 2009 commenta per La7 digitale terrestre e per Dahlia Tv, le partite del Parma Calcio in Serie B. L’attività di telecronista, conduttore e opinionista lo vede nel tempo collaborare anche con San Marino Tv e 7 Gold. Dal 2016 è titolare della rubrica «Cattivo Cittadino» sul quotidiano on line Stadiotardini.It, di cui è vicedirettore esecutivo. Attualmente, per il service Edirinnova, commenta le partite di serie D del Lentigione trasmesse da Telereggio ed è frequentemente ospite di Bar Sport su 12 Tv Parma. Allenatore UEFA B, istruttore qualificato Scuola Calcio, è stato direttore sportivo di settore giovanile alla Langhiranese Val Parma dal 2010 al 2013, e al Juventus Club Parma dal 2014 al 2015. E' autore del libro «Il metodista (Storia della tattica calcistica) edito da Edizioni Progetto Cultura, Collana Sempre Sport (Anno 2006).

3 pensieri riguardo “CATTIVO CITTADINO, di Gianni Barone / DISASTRO

  • 26 Marzo 2022 in 09:12
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    Aggiungerei anche che ad esempio nel Portogallo l’attacco è composta da United e Liverpool (Bruno Fernandes, Jota e CR7), mentre da noi da Sassuolo, Napoli e Lazio (Berardi, Immobile e Insigne).

    Manca la gente che giochi costantemente ad alto livello, oltre al fatto che nel nostro campionato si gioca a ritmo tartaturga, cosa che invece non esiste all’estero. Quando andiamo a giocare sulla scena europea ed internazionale ovviamente poi non siamo abituati ai ritmi frenetici.

  • 26 Marzo 2022 in 13:08
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    Un plauso alla consigliora Roberti e a tale Massari e un augurio a rivederci nelle turche della Nord.

  • 26 Marzo 2022 in 14:22
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    Non e’ che ci siamo esposti molto in questo articolo a parte il titolone …. non puo’ essere il vecchio contropiede l unica soluzione ! nessuna identificazione del problema ne’ indicazione di soluzioni. Io per esempio sono di quei soloni che concordano che ci sono troppi stranieri che bisognerebbe limitarli alla fine il ct oggi scegli fra 30 giocatori che sono i titolari in serie A, oggi basta giocare in serie A e la tua convocazione non te la toglie nessuno ( anche a Inglese !! ) I nostri giovani non giocano piu’ in serie A e anche in b vediamo tanti stranieri vai a vedere le partite della primavera o altre giovanili e ti chiedi se sei un osservatore in nigeria o costa d avorio a vedere partite giovanili !! anche li tutti stranieri slavi o diversamente bianchi . Alla fine i ns ragazzi non giocando piu’ titolari e non avendo prospettive di arrivare in serie A vanno a f..a e fanno bene . iI problema e’ anche di mentalita’ dei ns giovani mentre i giovani europei sono disponibili a girare i ns stanno a casa dalla mamma noi vediamo giovani di 20 anni belgi svizzeri polacchi rumeni che vengono a parma viceversa i ns se non arrivano in A non sono disposti ad andare in belgio o olanda o francia o portogallo campionati minori ma a giocare magari titolari ,. giocare in coppa, fare esperienza e poi magari forti e con esperienza tornare in italia titolari .Pelle’ fu un esempio ! ( inolando sfondo ) oggi nessun ns ragazzo vuole andare all estero a farsi le ossa ! questo e’ il problema in italia non giocano per cui poi la povera nazionale finisce cosi

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