mercoledì, Giugno 12, 2024
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IL DISTINTO, di Riccardo Schiroli / PER I RICCHI SCEMI DI UNA VOLTA, OGGI NON C’E’ PIU’ SPAZIO

(Riccardo Schiroli) – Quando il leggendario presidente del CONI Giulio Onesti (1912-1981) iniziò a ricevere le proteste dei presidenti di Serie A per la chiusura delle frontiere, rimase perplesso. La Nazionale era stata eliminata dalla Corea al Mondiale 1966 e la Federazione (FIGC), nella transizione alla presidenza tra Giuseppe Pasquale e Artemio Franchi, aveva deciso che fosse necessario liberare spazio ai prodotti del vivaio.

In particolare, molto insistente era stato Angelo (Nestore) Moratti (1909-1981). L’Inter aveva vinto il campionato con 4 punti di vantaggio sul Bologna, confermandosi dopo aver vinto quello della stagione 1964-65 con 3 punti di vantaggio sul Milan. Aveva inoltre vinto la Coppa Campioni 1964 e 1965 e l’Intercontinentale 1965. Il petroliere non era per niente sazio ed era pronto a portare in Italia Eusebio e Franz Beckenbauer.

Narra la leggenda che Onesti gli abbia chiesto se ci guadagnasse molto, gestendo l’Inter. Moratti ovviamente rispose di no. Come farà qualche decennio dopo il figlio Massimo, Moratti aveva iniettato nell’Inter parecchi miliardi di lire.

Da lì nacque la curiosa definizione dei “ricchi scemi” presidenti di squadre di calcio. Che è sicuramente apocrifa, nel senso che Onesti era sufficientemente uomo di mondo per sapere che “ricco scemo” è un ossimoro (è ben difficile che uno scemo diventi ricco, ma sicuramente non lo resta…), ma rende bene l’idea…

Moratti non prese bene la chiusura delle frontiere, al punto che alla fine della stagione 1968 cedette il club a Ivanoe Fraizzoli (1916-1999), che era socio dell’Ambrosiana Inter addirittura dal 1931 e consigliere dal 1960. La Manifatture Fraizzoli, che aveva ereditato dal padre Leonardo nel 1941, mentre ancora studiava Economia alla Cattolica, aveva fatto un salto di qualità decisivo accettando di produrre divise militari durante la seconda guerra mondiale. Babbo Leonardo, reduce della grande guerra 1915-1918, aveva fondato l’azienda nel 1923, investendo tutti i risparmi del suo lavoro di commesso. Non avrebbe mai accettato le commesse. Ivanoe capì che con il governo di allora non è che si potesse tanto discutere.

Da milanista (pur imberbe) consideravo Ivanoe proprio un “ricco scemo”. Ma in fondo mi piaceva il nome, che rimandava al personaggio di Walter Scott (ballerebbe una “h”, ma fa niente…). Fraizzoli si sarebbe dovuto chiamare Ivan, ma la prossima rivoluzione bolscevica consigliò la variante a mamma Giuseppina.

Fraizzoli vinse comunque lo Scudetto 1981 e 1980 e la Coppa Italia 1978 e 1982. La signora Fraizzoli era conosciuta come Lady Renata, classica signora della Milano-bene (e non ancora “da bere”), sempre impellicciata e con occhialoni da diva del cinema. Ivanoe la chiamava “Nana” e raccontava che lei gli aveva riso in faccia, quando si era presentato con un “Piacere, Ivanoe”. Era il 1946, lui aveva 30 anni, Nana (1924-2016) poco più di 20. E il teatro era L’Arena di Milano. Dove giocava l’Inter.

Ivanoe cedette l’Inter a Ernesto Pellegrini per 7 miliardi di lire nel 1984. Una bella cifra, ma un comodo convertitore on line mi dice che in euro del 2024 sarebbero poco più di 11.5 milioni. Il self-made man Ernesto oggi ci potrebbe pagare giusto un anno dello stipendio di Lautaro Martinez (se son vere le cifre che circolano sul rinnovo).

Fraizzoli era ricco, ma tutt’altro che scemo. Così come Angelo Moratti. Ci sarebbe magari da discutere su Albino Buticchi (1926-2003), che da presidente del Milan cedette Pierino Prati alla Roma, si scontrò con Rivera dopo aver ipotizzato di cederlo al Torino in cambio di Claudio Sala. Albino perdeva autentiche fortune al gioco. Lasciò il Milan a fine 1975. Continuò a perdere al gioco d’azzardo e tentò il suicidio una prima volta nel 1983, una seconda nel 1992, dopo aver perso 430 milioni al casinò di Sanremo.

Ma torniamo alla domanda che si poneva Onesti: perché questi miliardari vogliono buttare i loro miliardi in un’impresa che non rende?

Buticchi fornisce una sorta di risposta. Se qualcuno i soldi li butta al casinò, propendere per il calcio sembra già una scelta più sensata. Ma è bene fare ricorso ancora al convertitore. I soldi che Buticchi aveva perso a Sanremo equivalgono a neanche mezzo milione di oggi. Probabilmente, si tratta dello stipendio della stella della Primavera del Milan o dell’Inter. Per i “ricchi scemi” di una volta, oggi non c’è più spazio.

Silvio Berlusconi e Calisto Tanzi ridevano sotto i baffi, se provavi a chiedergli “ma vale la pena, mettere tutti quei soldi nel calcio?”. Ti facevano capire “cosa vuoi che siano per me, 50 o 60 miliardi”.

Ci stava. Il problema è che i 50 o 60 miliardi di Berlusconi e Tanzi e anche Gianni Agnelli, oggi sarebbero noccioline. Il Milan di Berlusconi fatturava nel 1994 148 milardi di lire. Era uno sproposito per i tempi, ma equivale a poco più di 120 milioni di euro di oggi. Per intenderci: l’Inter fatturava l’equivalente di 63 milioni, il Parma poco meno, la Juventus non arrivava a 50. Il Manchester United, prima inglese, non arrivava a 90.

Oggi il Milan ha superato i 400 milioni. Ed è relativamente povero rispetto alla Juve (che ha superato i 500) e poverissimo rispetto al Manchester City o al Real Madrid (750 milioni, avanti e indietro), per non parlare del PSG (827).

Oggi il Parma, anche se fatturasse ai livelli del Tanzi 1994 (l’equivalente di 60 milioni, abbiamo detto; in serie B il Parma Calcio 1913 fatturava un terzo, se va bene) avrebbe comunque bisogno dei bonifici di Kyle Krause, per venirne fuori.

Cosa è successo, lo sappiamo. I club sono stati inondati di soldi dalle televisioni a pagamento prima e dalla Champions League poi. E i ricchi che li guidavano si sono in effetti rivelati scemi, perché non hanno capito che all’aumento del fatturato è un attimo far lievitare i costi in maniera esponenziale, se non si fa un’analisi dei costi in questione come dio comanda.

I Fondi d’Investimento, che fanno questo di mestiere, di solito l’analisi la sanno fare (o almeno dovrebbero…). Ma basterebbe la cautela “del buon padre di famiglia” (come dice il nostro codice civile, figlio dello Statuto Albertino) o forse anche solo sapere digitare i tasti “+” e “=” sulla calcolatrice, per capire quando un livello di spesa diventa insostenibile.

Oggi nessun “ricco scemo” può gestire una squadra di calcio di alto livello. Ed è per questo che sono saltati fuori “gli Amerikani”, ovvero il luogo comune più trito di chi non ha problemi a mettersi la mano in tasca (Saputo, che tecnicamente è Canadese, Krause). Tra questi, ovviamente, si annidano anche gli Americani con la “c” al posto della “k”, quelli alle vongole (James Pallotta a Roma, Mike Piazza alla Reggiana).

Antonio Percassi, che è un ricco tutt’altro che scemo, anziché eccitarsi dopo che l’Atalanta aveva visto esplodere i ricavi grazie alla qualificazione alla Champions League, ha ceduto il controllo della società a Stephen Pagliuca, Amerikano anche lui, ma soprattutto con dietro il fondo Bain, che investe in private equity ed è nello sport con i Boston Celtics della NBA.

Il calcio dei “padroni” è finito quando hanno cominciato a circolare troppi soldi. Il che rende la torta più saporita, ma anche il settore più rischioso. Il valore nel calcio lo danno le vittorie, per loro natura impossibili da programmare. Gli “Unicorni” che fanno i miliardi grazie a una grande idea nel calcio non esistono. Perché le grandi idee non servono. Servono i calciatori buoni. Loro lo sanno e si fanno pagare di conseguenza.

L’unica cosa che oggi si può ragionevolmente programmare è mantenere un livello che consenta di onorare gli impegni presi. Ovvero, qualificarsi per la Champions League.

I fondi, gli Amerikani, sono l’unica possibilità che il calcio italiano ha per sopravvivere. Serve la loro potenza economica e finanziaria per rimanere in un mercato dove ci si misura con Stati sovrani.

E poi, diciamola tutta, non è che i Berlusconi e gli Agnelli e i Tanzi e nemmeno tanto i Ceresini (per rimanere in casa nostra…) fossero “ragazzi come noi”. Riccardo Schiroli

Stadio Tardini

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7 pensieri riguardo “IL DISTINTO, di Riccardo Schiroli / PER I RICCHI SCEMI DI UNA VOLTA, OGGI NON C’E’ PIU’ SPAZIO

  • Il Ciarlatano Maresca (terzino ibrido centrocampista, giovani stranieri, gioco dal basso torelli e partitelle senza allenamenti) al Chelsea e D’Aversa al Cesena è come mettere Nocciolini al Real e Mbappè alla Carrarese.

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    • Mbappe’ lo facciamo fare a Guardiola … D’Aversa e ‘gia’ tanto che e’ al Cesena … lascia stare dai … al massimo puo’ fare un buon giocatore da serie B …

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      • Il Ciarlatano sta a D’Aversa come Benepippa sta a Mario Stanic

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  • Salvo Krause, gli americani però nel calcio italiano tendono più a ristrutturare una squadra per poi venderla. Non investono.

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  • Majo, la voce secondo la quale Krause potrebbe vendere il Parma ai primi due imprenditori del territorio (o ad uno di essi), che lei sappia, è una boutade o c’è un fondo di verità?

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    • È una corbelleria pazzesca. Qualora Kk dovesse mollare, cosa sempre possibile, al di là dei nipotini (cui del business del pallone potrebbe anche non interessare, checché ne pensi il nonno, del resto anche lui si è privato dell’atavico Kum & Go, quindi sarebbe un bel contrappasso), potrebbe farlo non a chi lo deteneva prima e che non ha alcun interesse a fare l’imprenditore calcistico (a maggior ragione dopo che è stato dimensionato così tanto), quanto a qualche emiro più che a qualche fondo che gli possa consentire il ritorno di parte dell’investimento, senza dimenticare che ha speso per fare tre anni di B quanto si investe per la Champions… Per cui evitiamo di veicolare strane leggende metropolitane particolarmente strampalate e senza alcun tipo di fondamento

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    • Tempo di complotti

      Beh ma non lo sai? Chi è bene informato sa che c’è pronto un piano diabolico dei mefistofelici imprenditori nostrani..
      Ossia prima fare in modo che Krause si faccia approvare il progetto stadio con uno strano project financing a carico della collettività e poi fare fallire – ancora, dopo il povero Ghiro sarebbe la seconda volta x l’upi – di nuovo la società, per poi prenderla (ancora!) a zero, ma questa volta avere già una speculazione avviata sullo stadio.

      So che sembra una barzelletta, ma sull’internet c’è davvero chi accredita questi deliri

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