CATTIVO CITTADINO di Gianni Barone / LA MIA PASSIONE PER GLI ALLENATORI
(Gianni Barone) – Devo essere sincero: io, più che per i calciatori, le stelle, gli assi, i fuoriclasse, i campioni, ho sempre avuto “passione” per gli allenatori, a tal punto che, nel corso della mia vita, mi sono messo in proprio e, dopo aver studiato, frequentato corsi, superato esami, ho conseguito l’abilitazione UEFA B, che mi ha permesso di allenare dalla scuola calcio fino alla juniores, all’interno di due settori giovanili della nostra zona, di cui sono diventato per alcuni anni responsabile tecnico e direttore sportivo.
Tutto questo, oltre che per arricchire le mie conoscenze tecniche, venutemi utili e in soccorso nella mia attività giornalistica di radio tele e ora anche web cronista sportivo, mi ha permesso di conoscere certe dinamiche e certe situazioni di campo, di spogliatoio, tipiche di chi guida le squadre di calcio nella varie categorie e per capire cosa possa animare una persona, un tecnico, nello svolgimento del sua attività sulla panchina (si dice ancora così, vero?) fuori e dentro il campo.
Ho potuto capire, oppure ho cercato di farlo, in cosa consista “la solitudine dell’allenatore”, perché di questo si tratta, nei vari momenti della propria attività, sia esso il grande tecnico vincente della serie A (tipo Conte e Allegri) o quello internazionale che non sbaglia un colpo tipo Ancelotti, o i vari profeti del passato, del presente e del futuro che sarebbe troppo lungo elencare.
Uomini soli, non sempre al comando, talvolta contro tutto e tutti, sempre pronti a scontrarsi e sempre pronti a cercare nuovi stimoli e nuove motivazioni per continuare a farlo, questo benedetto mestiere, sia tra professionisti che tra i dilettanti, sia nella prime squadre che nei settori giovanili. Perché allenare, pur nei distinguo delle varie categorie, vuol dire innanzitutto aver coraggio e forza d’animo e di volontà nel saper affrontare le situazioni difficili e trovare giuste, o perlomeno ciò che si ritiene lo sia, soluzioni ai vari problemi che si verificano e che si presentano nella gestione tecnica di una squadra di calcio. Anche con quella dose di “sana follia” che non guasta mai e non fa poi mai male…
Di allenatori ne ho conosciuti tanti e ne ho frequentati, in privato, pochi (e di questo me ne vanto) limitandomi, solo a livello di interviste, con alcuni, o assistendo a loro lezioni nei vari corsi federali da me frequentati, con altri. Non do del tu al mister, come ha fatto, ostentandolo, stamani il direttore del CorSport Zazzaroni nell’intervista esclusiva a Chivu, che a lui lo concede (di dargli del tu), a differenza di altri su piazza che ci terrebbero. Peraltro, nero su bianco sul giornale, quel poco professionale “tu” manco è bello da leggere…
Non sono mai stato complice di nessuno, nello svolgimento della mia attività di cronista, ho sempre rispettato tutti e devo dire di non aver avuto problemi con nessuno, anzi con alcuni in gioventù (e non solo) ho ricevuto attestati di stima per ciò che facevo e per come proponevo e mi presentavo al loro cospetto e tra questi ne posto citare solo tre: Arrigo Sacchi, durante i suoi inizi al Rimini e poi al Parma, che, a proposito, pretese, appunto, che ci dessimo “del tu”; Mario Beretta che fu docente di tecnica calcistica al primo corso per istruttore di scuola calcio, che frequentai con profitto risultando il migliore tra i discenti, con il massimo dei voti all’esame finale, e Cristian Serpini, attuale tecnico del Carpi in serie C, che quando allenava il Lentigione in serie D, intervistavo al termine delle gare per i canali social della società stessa oltre che per l’emittente locale che diffondeva le mie telecronache registrate in presa diretta, il quale ebbe parole di riguardo e stima nei miei confronti per il modo e per la competenza con cui gli formulavo i vari quesiti post gara.
Per il resto, buoni rapporti con tutti gli altri che ho avuto modo di incontrare e d’intervistare nel corso della mia lunga carriera di cronista sportivo. Da Perani, a Scala, Prandelli, Pioli, Nicola, Cosmi, Camolese, Beretta appunto, Sacchi, Zeman, Trapattoni (che mi diceva bravo! quando in conferenza stampa lo contraddicevo ), Scoglio, Zoff, De Sisti, Lazaroni, Di Carlo, Baldini, Apolloni, Castori, tra professionisti oltre a Notari, Salmi, Beretti e l’emergente Stefano Cassani, figlio dell’ex C.T. della nazionale di ciclismo 🚴 Davide, tra quelli della serie D, da considerare dilettanti solo sulla carta.
Con tutti, però, solo rapporti professionali e nulla di più, proprio perché in certi ambiti e per certi tipi di relazione, è sempre meglio mantenere le distanze e il rispetto dei ruoli, niente amicizie, cene e partite di tennis, padel o di calcetto insieme. In tutti, però, non ho mai riscontrato quello che ho potuto scorgere e ammirare in Chivu, che ora tutti osannano, cioè la sua capacità di comunicare e di attrarre l’attenzione e l’interesse, attraverso le sue parole, che coinvolgono e stimolano sempre nuovi pensieri, con la semplicità del suo eloquio, l’antica cortesia, che riesce a non essere mai banale e fa sì che tutti i suoi discorsi, oltre a far scaturire titoli e argomenti per articoli, facciano riflettere e ragionare e devo dire che sia in presa diretta che in registrata, i suoi interventi in conferenza, sia essa pre che post gara, si fanno sempre seguire dall’inizio alla fine, quasi fossero un racconto pieno di fascino e stupore.
Il pathos che riesce a trasmettere, unito alla schiettezza ed alla sincerità delle sue parole, lo differenziano da tutti gli altri suoi colleghi e il fatto che abbia centrato l’obiettivo salvezza e abbia attratto verso di sé l’ammirazione da parte di tutti anche di coloro, anche senza conoscerlo, al suo arrivo, avevano formulato giudizi negativi fondati sul niente, mi induce al sospetto che se non avesse vinto con l’Atalanta, pur garantendo la salvezza al Parma, grazie alle sventure altrui, il gradimento sulla sua persona, sul suo operato e sulla gestione tecnica avrebbe avuto un grado e un indice di intensità inferiori rispetto a ciò che lo pone come l’ideale e l’insostituibile, il maggior artefice di quella che tutti ritengono essere stata l’impresa di salvare questo Parma dal naufragio.
Che sarà ancora suo, e se sì fino a quando? La Gazzetta di Parma scrive che quelle di oggi sono ore decisive per il suo futuro. E se qualcuno – e rinnovo il quesito e il dubbio in esso contenuto – se lo portasse da un’altra parte? Come la mettiamo con l’amore che lui dice di provare per questa squadra e quello che tifosi e giornalisti locali dicono di provare per lui, come quello che avevano giurato fosse eterno nei confronti di Pecchia, che ora nessuno ricorda più se non per imputargli colpe che forse non merita perché non gli appartengono? Sarà vero amore o sarà quel sarà (o Sara Ferguson come avrebbe detto allegramente Ezio Greggio).
Nel frattempo, la sua solitudine quasi da “numero primo”, divisibile solo per se stesso, dove lo condurrà?, ci chiediamo, lasciando aperta la porta (evitandone lo sfondamento a causa dei soliti luoghi comuni o banalità di rito) ad ogni tipo di altra ipotesi sempre pronte a cambiare campo e scenario. L’immagine sua del “fermo” (sul titolo di un mio pezzo) che alza la mano mimando la posizione (alta) da cui ha assistito all’ultima vittoria, di prestigio, con l’Atalanta, rimarrà per un po’ scolpita nella mente di chi lo ha visto ridere nel suo intervento, dopo la mezzanotte, al pari del riferimento che ha fatto, l’unico, ad un suo presunto collega, cioè Oronzo Canà, non esistente in natura, se non nella finzione cinematografica legata al volto di Link Banfi (avete afferreto ?) citando l’impossibile suo “modulo” (sic) 5-5-5, che lo rende più vicino ed accessibile a tutti, rispetto al fatto che, se invece di Canà, avesse citato qualcuno degli allenatori, da lui avuti in carriera da Mourinho a Mancini, da Prandelli a Spalletti fino a Benitez, ai quali non ha fatto mai cenno neanche per sbaglio.
E forse potremmo intuirne il perché, di tali omissioni, col fatto che una tale personalità, messa in mostra a più riprese, non ama bearsi sui trionfi del passato legati a tecnici più o meno vincenti che lo avevano guidato da calciatore. Lui, i suoi calciatori, li esalta in blocco, anche se ogni tanto qualche nome, sempre nel bene e mai nel male gli scappa, non tanto per descriverli sul piano tecnico, quanto di più su quello umano. Un Chivu, quindi, umano troppo umano, che ci piacerebbe ancora avere e soprattutto sentire con la cadenza caratteristica della sua voce che ci dice che non è Mago Merlino, che parla di moduli e di massimi e minimi sistemi confondendoli, che ci dice che Ondrejka è un otto (finto, non alla Donnini), che, però, nel suo fingersi tale, ha fatto male ad Inter, Lazio, Atalanta, tanto per gradire. Ecco: vorremmo che tutto questo bagaglio di solitudine e umanità non si dispendasse come cenere al vento, perché tutto ciò ci ha fatto piacere averlo e sentirlo, e potrebbe anche farci crescere e migliorare, tutti, in tema di capacità di giudizio e di abilità di discernimento tecnico, strategico e non solo. Gianni Barone
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Sicuramente Chivu rinnoverà e la società manifestera il convinto gradimento, però a me resta scolpita nella testa quella frase, anche sopra riportata nell’articolo in foto, ” A Parma mi sono sempre sentito parte di un progetto a lungo termine, quantomeno mi hanno fatto credere che lo fossi…”…quel “quantomeno mi hanno fatto credere che lo fossi” mi porta a pensare che il rapporto non sia sempre così diretto ed immediato e forse sussistono tasselli non proprio perfettamete adattabili con gl’altri …forse quella frase indica solo scaramanzia o forse, in caso di mancato rinnovo, è il prequel de, “io avevo capito una cosa e mi andava bene , ma evidentemente non era così”.
Bell’articolo, prima o poi vi parlerò dei miei vent’anni di radio o del cabaret sino al palco dello Zelig. Ma ora mi limito ad auspicare la firma di Chivu e l’indipendenza di Cherubini da decisioni “esterne”. Poi scriveremo il prossimo capitolo nella storia del Parma calcio