IL COLUMNIST di Luca Russo / A PRESTO, SAMPDORIA
(Luca Russo) – Per quelli come noi, nati negli anni ’80 o, perché no, nei ’70, la Sampdoria non è e non sarà mai una squadra qualunque, ma La Sampdoria, ovvero una squadra che per curriculum e cicatrici incarna la metafora perfetta di cosa possa riservare l’esistenza. Alti, bassi, gioie, dolori, successi memorabili, tonfi ugualmente rumorosi. In altre parole, croce e delizia, ceneri e rinascite, perché una linea retta, semplicemente, non è vita.
Una squadra nata grande, per la precisione il 12 agosto 1946 dall’unione tra Sampierdarenese ed Andrea Doria, ne raccoglie l’eredità sportiva e dà il via al suo cammino nel calcio partendo dal livello più nobile del pallone nostrano, la Serie A, categoria nella quale milita e resiste per la bellezza di venti stagioni consecutive. Nel 1966 la retrocessione in Serie B, dodici mesi dopo, grazie ad un campionato dominato in lungo ed in largo, il ritorno, fulmineo e mirabolante, al tavolo delle grandi. Ancora dieci anni in massima serie, poi un nuovo scivolone in cadetteria. La risalita, però, in questo caso non si rivela né immediata né stupefacente. I doriani impiegheranno cinque edizioni di Serie B prima di rimescolarsi agli squadroni dell’Italia in calzettoni e parastinchi.
Tuttavia, col senno del poi, più che di una risalita, si tratta di una graduale e tambureggiante ascesa verso l’olimpo del fútbol nazionale ed internazionale. Una scalata griffata Paolo Mantovani, che rileva il club nel luglio del 1979, lo fa grande e gli ritaglia un posto di prestigio nella storia dello sport più amato dagli italiani. Sotto la sua presidenza, dal 1979 al 1993, la Genova blucerchiata miete successi in serie e accoglie tra le sue braccia calciatori dalla tecnica raffinata e dal temperamento d’acciaio. L’imprenditore originario di Roma e genovese d’adozione proietta la Samp in una dimensione mai vista a quelle latitudini né lontanamente vagheggiata nemmeno nei sogni più arditi: uno Scudetto nel 1991, una Coppa delle Coppe nel 1990, quattro Coppe Italia nel 1985, 1988, 1989 e 1994 e una Supercoppa Italiana nel 1991. A Bogliasco “atterrano” giocatori del calibro di Roberto Mancini, Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Gianluca Pagliuca, Pietro Vierchowod, Srečko Katanec, Toninho Cerezo, Vladimir Jugović e Ruud Gullit, nonché allenatori del livello di Renzo Ulivieri, Eugenio Bersellini, Vujadin Boškov e Sven-Göran Eriksson.
Luccicano anche i trionfi mancati o solamente sfiorati: una finale di Coppa delle Coppe nel 1989, due finali di Coppa Italia nel 1986 e 1991, la finale di Supercoppa Europea nel 1990, tre finali di Supercoppa Italiana nel 1988, 1989 e 1994 e la finale di Coppa dei Campioni nel 1992 persa ai supplementari contro il Barcellona. Per sette fantastici anni i blucerchiati sono stati la squadra del momento.
Nel 1993 Paolo Mantovani viene a mancare ed è in quel preciso istante che la Sampdoria, inconsapevolmente o, al contrario, essendone silenziosamente conscia, abbandona lo status di grande per tornare ad indossare le vesti di formazione che può togliersi qualche soddisfazione, e nulla più, se indovina allenatore, calciatori e stagione. Negli anni successivi arrivano qualche buon piazzamento in campionato, qualche partecipazione alle coppe europee, ma anche qualche salvezza eccessivamente sofferta, qualche retrocessione in Serie B, alcune impreviste, altre quasi immaginate già ai nastri di partenza, e qualche gestione societaria “fantasiosa”. Troppi qualche per un club che il qualche, fino a poche stagioni addietro, lo aveva esclusivamente conosciuto e declinato nella misura in cui alla concorrenza lasciava, appunto, solo qualche briciola.
Il resto è storia drammaticamente (sul piano sportivo) nota. Il resto è “disperazione” di poche ore fa, di queste ore e delle ore che verranno. Il resto è il pareggio a reti bianche contro la Juve Stabia di ieri sera. Il resto è la Serie C, nella quale la Sampdoria non è mai stata. C’è sempre una prima volta, dicono i saggi. Questa se la sarebbero risparmiata volentieri, i tifosi blucerchiati. Soprattutto i 300 che da Genova sono partiti alla volta di Castellammare con appresso ancora la speranza che il Doria non finisse all’inferno e che, invece, sul pullman che li ha riportati nel capoluogo ligure hanno dovuto far salire un ospite indesiderato: la retrocessione in terza serie. Accolta dall’altra metà di Zéna, quella rossoblu, con fuochi d’artificio e cori di scherno.
È il misterioso fascino del calcio, tenero coi vincitori, spietato coi vinti. Juve Stabia-Sampdoria 0-0, la Sampdoria retrocede, quei 300 tifosi in trasferta e gli “altrimila” che ci sono stati nonostante tutto, nonostante l’inconfondibile puzza del baratro, però, no. Loro non retrocedono. Ci mancherai tanto per un po’, ma… a presto Sampdoria! Luca Russo
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A me della Scansdoria, dell’Empoli e di questi cazzo di gemellaggi non frega una emerita mazza. Questi ce l’hanno sempre messa in quel posto ricordiamo la vergognosa partita col coltello tra i denti del 2019 quando erano già salvi e a noi servivano punti salvezza mentre l’Empoli di Andrezzoli stava facendo l’Empoli (ovvero fare “miracolosi” filotti a fine stagione in previsione del mercato e nel periodi di maggior flusso di scommesse), ricordo la prima trasferta al cacatoio di Marassi negli anni 90 con i belin che ci facevano diti a culo etc.. Ricordo anche che sono iscritti al campionato in modo che definire scandaloso è poco. Per me possono marcire in Eccellenza per i prossimi 30 anni.