venerdì, Ottobre 9, 2026
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PIGNOLERIE D’ESTATE: APPUNTI SPARSI di Fiore Di Feo

Episodio 9 – Identità

(Fiore Di Feo) – La luce. Come la partita inaugurale del Mondiale, quaranta giorni fa, Messico-SudAfrica all’Azteca mi ha riportato alla memoria quello dell’ottantasei, cosi le inquadrature pre-partita dello stadio di New York ricordavano il Giants Stadium (sempre nella Grande Mela) di Italia Norvegia del ‘94. In estate, un evento calcistico giocato di giorno, crea attorno a sé una scenografia differente, spesso perdendo in atmosfera. Per la finale Spagna-Argentina, quello che poteva zoppicare per ambientazione, è stato sostenuto, ad artifizio, tramite il contributo dei professionisti dello “Show Time” durante l’intervallo.

Ventisette minuti surreali da subito, con Ronaldinho, Madonna e Ronaldo il Fenomeno a bordo di una Dune Buggy. R9 che al solo accenno di ritmare la musica con il fianco dava ancora preoccupazioni per le sue ginocchia. Dinho a confronto assolutamente molto più nel “suo brodo”. Troppo di tutto in poco tempo: Shakira, Tom Cruise, Coldplay solo per accennare i principali. Son proprio degli “sbragoni” questi americani… Riavvolgendo il nastro, si nota come il fischio d’inizio avviene con dieci minuti di ritardo. Tutto spostato più avanti, quasi come le prime serate in tv che adesso se non son le 22 non iniziano.

Finale di Coppa del Mondo tra campioni continentali in carica. Le previsioni di una partita a Risiko tra due schieramenti equivalenti vengono, un minuto alla volta, disattese, con lo spartito del match saldamente in mano agli europei.
Si arrivava da un’amichevole spacciata per finale terzo quarto posto, dove Francia e Inghilterra hanno fatto divertire il pubblico e il loro terzo tempo condiviso è una delle immagini migliori della manifestazione.

Nella Spagna, Yamal si accende ad intermittenza. La vera luce è Dani Olmo, Rodri come Edison. Cubarsì fa reparto da solo. La partita avanza con gli iberici che applicano i postulati della fisica per dimostrare che, pur se la si fa correre, la palla non suda.
L’Argentina mastica la partita lentamente, come quando la pietanza che ti mettono a tavola “te la devi far piacere”.
Il risultato non si sblocca, i sudamericani attingono a piene mani al loro repertorio di “smancerie”, ma gli spagnoli rimangono algidi alle loro attenzioni. Come tanti Julio Iglesias islandesi…

Il gol continua a non arrivare e più passa il tempo meno si vede Leo Messi. Le due cose assieme, per il delitto perfetto da parte della Seleccion, possono rappresentare un serio pericolo per la Spagna.

Enzo Fernandez ribalta Cubarsì sotto gli occhi di decine di poliziotti a bordo campo ed evita Guantanamo per meriti sportivi. Cecchini dispersi in chissà quanti punti dello stadio, Donaldone e Melanie dietro i pannelli di plexiglas. Con Paredes in campo, il rettangolo di gioco inizia a diventare il posto meno sicuro nei paraggi.

La Spagna perde le proprie sicurezze dal momento del gol del vantaggio di Torres, diventando d’improvviso succube dei nervi tesi argentini.
Fischio finale. Spagna campione, ma l’Argentina si è fatta fin cavare il sangue dalle vene prima di cedere la coppa.

Ultimi vent’anni: due Mondiali, tre Europei, una medaglia d’oro olimpica, una sola eliminazione nei novanta minuti (2016, avversario l’Italia del Ct Conte), le altre ai rigori. Nei grandi tornei internazionali, Confederation Cup e Nation League sono palliativi: la Nazionale di calcio maschile della Spagna è questa roba qua.

Vi ricordate, invece, cosa fosse la Spagna prima degli anni Duemila? Avete a mente i giocatori spagnoli anni Ottanta e Novanta? Tatticamente e agonisticamente (non tecnicamente) erano un’Argentina europea, come quella attuale, ma senza Messi. “Furie Rosse”, come soprannome, certo non dava ad intendere che andassero per il sottile. Gente che menava come dei pretoriani e non si scomponeva davanti al dubbio amletico “palla o gamba”.

Appunto questo promemoria con l’intento di estirpare, da “prima che subito”, quel concetto riportato miliardi di volte nella ricetta perfetta della zuppa magica che dovrebbe risolvere i problemi della Nazionale italiana. L’Italia che deve ritrovare la propria identità, gli elementi cardine della sua storia calcistica e altre sciocchezze del genere porterebbero ad un vicolo cieco. Gli spagnoli sono la dimostrazione che nel calcio moderno bisogna fare esattamente l’opposto. Aprirsi alle contaminazioni ha portato questi risultati, senza dimenticare il livello elevato dell’ultimo decennio francese e la qualità tecnica, non sempre ben tradotta in risultati, del sistema tedesco.

Se un tempo c’era un elemento affidabile, che dava risultati e basi solide ai progetti delle nazionali in Italia era la filiera federale degli allenatori.
De La Fuente, uomo di federazione in Spagna, campione del mondo.
Joachim Low, uomo di federazione in Germania, campione del mondo. Jacquet con la Francia nel 98. Bearzot e Vicini per l’Italia. Anche loro espressione della scuola federale.

La coppia Maldini & Leonardo è fusione di menti pensanti e personalità non convenzionali. L’idea Guardiola è accattivante, simbolo di rottura, perché prenderebbe l’intera scena mediatica, proteggendo i giovani protagonisti della rifondazione azzurra. Il seme può crescere forte, ma il lavoro sul terreno da coltivare dovrà essere profondo e necessiterà di molto tempo. Non fosse Pep la fumata bianca, io giocherei, non sapendo però dare un nome, la carta “uomo federale”.

Cosa mi ha “lasciato” la visione di questo Mondiale?
La consapevolezza che è il ricordo di un tempo passato che crea il sapore della memoria. L’infanzia, la gioventù e l’età adulta modellano in modo molto diverso l’impressione che rimane di una partita o di un gesto tecnico.
I campioni non si sono tirati indietro e le loro giocate hanno salvato il torneo dal turbine di polemiche extra campo, rimaste, ma smussate da quanto il rettangolo verde ha proposto.

Il calcio si è trasformato da evento a prodotto di consumo, dove il tifoso è diventato utente, senza che nemmeno se ne rendesse conto.
Il linguaggio sportivo è diventato urticante. Già in altre occasioni mi sono esposto sull’argomento. Ci si dimentica che il racconto deve essere al servizio dell’ascolto. Chiudi occhi e cosa capisci? Siamo costretti a subire abusi di coscienza con l’uso inconsulto di termini come “la garra”, “questo è un tema”, “tra virgolette”, “top”, “tanta roba”, “mistica”, “aura”.

Sarà d’accordo con me il mio amico Jury Romanini, arguto scrittore parmigiano, autore di ottime (e consigliatissime) pubblicazioni come “La forma della farfalla” (2022) e “Otto anni” (2023). Chissà cosa avrebbe fatto il suo editore se, nella stesura finale dei due romanzi, si fosse trovato un linguaggio improntato a questo stile tutto “chiacchiere e distintivo”.
Il ballottaggio tra camino e sciacquone si sarebbe risolto al fotofinish…

Capitolo Parma. Il suo calciomercato è come le canzoni tormentoni estivi. Se ne parla tanto, spesso con tracce esotiche, senza sostanza e con trame assolutamente trascurabili. Vien voglia che arrivi l’autunno.

Nuovo passo sulle uova da parte della dirigenza Crociata. Andrea Agnelli in visita al Mutti Center di Collecchio è immagine pesantissima da digerire.
Situazione che, facendo il paio con “l’Editto a Majo” (rima tirata ma voluta, e comunque sempre lunga vita al direttore), smonta un’altra vite nel legame tra questa guida societaria anonima e poco empatica e una tifoseria che chiede solo un po’ di passione e condivisione. Le università aprono le porte ai futuri studenti per far conoscere i progetti e programmi su come verrà costruito il sapere. Nel calcio, invece, vigono le porte chiuse, per nascondere il nulla.
E noi fessi a crederci ancora… Fra un mese partirà il campionato. Ricarichiamo le batterie disintossicandoci da questo teatrino che sicuramente non mancherà di stupirci anche a settembre. Buone ferie a tutti. Fiore Di Feo

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