venerdì, Ottobre 9, 2026
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NELLA TANA DEL PONGONAZZO / VECCHIE PLUSVALENZE, NUOVE RETORICHE

(Ale Pongonazzo) – Una settimana è trascorsa dalla partita persa dal Parma con la Sampdoria al Trofeo Doppio Malto e poche ore da quella vinta in Coppa Italia sul Catania: giorni lenti come settimane in una settimana volata via in poche ore. Della partita di Coppa, un aspetto che dovrebbe ricevere il giusto risalto è la rinnovata convinzione dell’avere un grande Presidente, un patron disposto a tutto pur di seguire il suo Parma, come evidenziato dalla immagine. “Ma cme s‘fa a rezìsstor con còll fogóz chi, con còll zachètt lì ch’ a l‘ tén ‘na cortläda?“ Merito delle lezioni apprese al World Economic Forum di Davos 2026, specificatamente al Climate Hub Davos. Eroe dei nostri tempi.

Iniziano gli impegni ufficiali, una nuova retorica si impone: canta il fastidio causato dalle plusvalenze e del loro essere sempre più oggetto di adorazione da parte dei tifosi. Si identificano queste risultanze commerciali come il degrado che ammorba i club e sgretola le vere ragioni per cui tifare una squadra; altri, di diverso avviso, sono viceversa esaltati dai congrui gruzzoli incamerati, come se fossero vittorie sul campo. È così prende corpo la rivalità fra le due fazioni.

Invero, senza esagerazioni o maniacali fissazioni, anche le famigerate plusvalenze dovrebbero essere valutate per quello che sono: una sorta di antipasto sulla tavola del calciomercato, servite non per stuzzicare un certo appetito, ma necessarie presenze al tavolo per consentire l’ingresso delle successive portate. Talvolta queste possono seguire un ordine meno codificato, l’antipasto può addirittura sostituirsi al dessert, ma su quasi tutte le tavole, la presenza dell’antipasto plusgustoso, risulta imprescindibile.

Ci troviamo in una nazione calcistica in cui, proprio per mancanza di danari, la squadra più titolata del paese, al quindici di agosto, sta ancora elemosinando un portiere. Quegli altri che hanno la stessa maglia con l’azzurro (in realtà un blu oltremare, tutt’al più un blu ftalo) al posto del bianco, hanno pianto e moraleggiato settimane, perché l’esterno che volevano avrebbe dovuto scegliere proprio loro, per il bene suo e della propria carriera in nazionale. Indiscutibile, andare a giocare a Londra equivale al ritirarsi nel campionato Sri Lanka Super League; povero Palestra, ha buttato una carriera. Anche l’altra faccia di Milano, dopo due acquisti ad inizio mercato (Gonçalo Ramos e Mario Gila) è precipitata nell’immobilismo totale, col corredo delle solite banali giustificazioni: “Amorim vuole conoscere tutti prima di decidere”. Ch‘al faga con tutta la so cälma. Organizzare speed date.

Anche i club più blasonati, teoricamente con maggiori disponibilità, si trovano spesso, se non sempre, a dover vendere per poter acquistare ed avere a disposizione il necessario per concludere affari in entrata, per questo, le adorate e detestate plusvalenze sono una semplice necessità. Non demonizzare e non venerare, dovrebbe essere la norma. Come poi vengano utilizzate, secondo quali filosofie, visioni, presagi o qualsiasi altro intendimento l’è n’ätor pär ‘d manghi che, come sempre, ognuno condividerà o avverserà con tutte le proprie energie, sovente anche prima vi possano essere risultanze o semplici segnali della bontà dei percorsi esposti alla pubblica sentenza.

Idee, valutazioni, convinzioni; spirito di contraddizione quanto basta ed allineamento acritico in alcuni casi, certezza di infallibilità nel criticare ogni aspetto, ogni decisione tattica, tecnica e qualsiasi giocatore, pur ignorandone spesso trascorsi e caratteristiche. Disapprovare qualsiasi allenatore e qualunque figura possa essere ricoperta di rimproveri. Tanto, poi, come capitato con Cuesta, ed ancor prima con Chivu, ci si affida al mimetizzarsi fra la folla per salire, al momento opportuno, sul fatidico carro, senza essere notati e con l’auspicio che determinate verba, come da proverbio, si dimentichino una volta volate via, non curandosi delle scripta che, almeno teoricamente, dovrebbero manent. Ma forse ho sbagliato, il mimetismo lasciamolo al regno animale ed occupiamoci di opportunismo.

Anche chi sui carri non sale, per scelta o perché sprovvisto di biglietto, trova rassicurante, se non consolatorio, il contestare ed avversare ogni aspetto immaginabile: in caso di risultati positivi della squadra, un pezzo dell’anima otterrà soddisfazione per quei risultati, nel caso prendano corpo le nefaste previsioni, sarà l’altra parte a raccogliere il premio di consolazione nel sentirsi depositari della profezia. È così che il telavevodettismo governerà il regno della disillusione, armato della vittoria delle proprie previsioni perdenti. Talvolta una certa dose di sfiducia viene generata da slanci apotropaici, ma queste sono innocue benevolenze mascherate da ruvidità.

Gradimenti, scetticismi, speranze, disillusioni; frammenti emotivi dipendenti dalle plusvalenze. Un post di Expat Parma, venato da toni nostalgici, si conclude con la domanda che ogni tifoso dovrebbe covare nel proprio nido calcistico: “Chi arriva al Parma?”. Con un certo distacco, ma con altrettanto realismo si potrebbe rispondere: “Coloro che possono essere acquistati in ragione delle possibilità, delle volontà e delle vendite concluse”. Meno romantico, reale, contemporaneo. Poi, se ci si vuole ostinare a vedere un calcio con tutte le partite alla domenica alle 15:00, parlare di calcio spezzatino quando invece è un gulasch con poca paprika, rimpiangere quando, non potendo andare allo stadio, ascoltavi le partite con la radiolina a transistor e, con sprezzo del pericolo, inoltrandosi in un viaggio lisergico nella modernità, pensando a quando Sky era ancora Tele +; allora, può essere che l’argomento non sia più il calcio, il Parma o quello che va in scena su un campo d’erba. Probabilmente qualcosa di più profondo, una sorta di misoneismo, in alcuni casi correlato ad una neotenia psichica calcistica.

Suggestioni che hanno il medesimo valore dell’evocare quando in Taro, in agosto, c’erano fondoni con dieci metri d’acqua e la stessa scorreva nei mesi estivi con impeto doppio rispetto a quella che si dirige a valle in dicembre ai giorni nostri. Ognuno peserà come desidera queste vicende, ma se il calcio è in magra, se non in secca, anche dal punto di vista tecnico, certamente non si potrà additare per questo le plusvalenze, il Parma od il suo proprietario, nonostante tutte le storture e le inadeguatezze che abbiamo ammirato in questi anni e che restano esposte nella memoria come relitti; esattamente come quelli che punteggiano il greto asciutto e polveroso di gran parte del calcio italiano attuale e non solo.

Tuttavia se qualcuno conosce stadi o televisioni che ospitano e trasmettono incontri di squadre del nostro segmento, ma anche di livello ben più consolidato, che giocano sempre bene, divertono come una barzelletta di Cantoni, impongono gioco come il Barcellona del 2010 ed hanno dirigenti che sbagliano un acquisto ogni cinque anni; si facciano avanti, sostenuti da compassione e generosità, almeno per soccorrere chi non conosce questi luoghi fisici ed astratti in cui tuffarsi per un bagno nel balsamo redentore.

Non tener conto del panorama complessivo, un po’ come pesare giocatori facendo riferimento unicamente a quelli passati e visti, ogni quindici giorni (salvo calendario asimmetrico) all’Ennio, sembrano pratiche incongruenti con la contemporaneità. L’orizzonte sembra essere più ampio, non volerne tenere conto, una scelta. Talvolta, nonostante si aneli ad ambizioni e successi, anche al di fuori dei confini nazionali, sembra si voglia riaffermare un pensiero ascoltato ormai circa trent’anni or sono, in cui si auspicava, da parte di qualcuno, il ritorno ad una dimensione meno globale di quella che vivevamo.

Quando il Parma scivolava fuori da un certo protagonismo v’era chi vedeva di buon grado si tornasse nello scantinato locale, ritenendo il palcoscenico conquistato non adatto alla nostra dimensione. Realismo contro speranza, sentimenti che nel calcio devono necessariamente coesistere. Lamenti tesi ad allontanare una felicità condivisa e diffusa e proni ad indicare la strada verso un diletto ristretto, intimo, confinato; quasi un passatempo per cui alcuni avrebbero potuto inorgoglirsi: “Hai visto? È la squadra del nonno…”. È Sempre questione di nipotini… Ale Pongonazzo

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Un pensiero su “NELLA TANA DEL PONGONAZZO / VECCHIE PLUSVALENZE, NUOVE RETORICHE”

  • Anche KK lo vedi spesso con la stessa giacca…evidentemente…

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