NELLA TANA DEL PONGONAZZO / FORSE SI ERANO DIMENTICATI DELLA PARTITA CON LA CREMONESE
(Ale Pongonazzo) – Diversi giorni sono ormai passati dalla sconfitta in coppa Italia con la Cremonese, solo qualcuno meno dal pareggio casalingo col Monza, e vien da chiedersi se si sia dato il giusto peso a determinati comportamenti. Lo spirito estivo e spensierato che ancora prova a resistere in alcune anime, assieme ad indulgenze elargite con facilità, tipiche delle prime uscite stagionali, sembrano caratterizzare questo settembre calcistico. Se fossimo a marzo, in debito di punti, un primo tempo come quello contro i brianzoli, (non)giocato in quel modo dopo l’assenza contro la Cremonese, come sarebbe stato accolto?
Evidentemente si deve ritenere che un professionista del calcio segua moti stagionali e chi tifa e commenta, probabilmente, si allinea di buon grado a questa consuetudine. Talune condotte in settembre paiono avere un peso differente rispetto ai mesi di aprile o gennaio, eppure, anche facendo approfondite ricerche, sembra proprio che i punti siano sempre tre per vittoria, uno per pareggio e nessuno per sconfitta. Se la necessità di rodaggio può essere comprensibile per aspetti tecnici e tattici, invero solo parzialmente, meno, molto meno, può essere giustificabile l’essere carenti dal punto di vista dell’impegno e dell’atteggiamento.
Nei giorni passati si sono attraversate le irritanti maglie (rosa) di una scomunicazione, forse reciproca, tessute col filo della tracotanza o semplicemente confezionate con filato di pura superficialità in nome di un merchandising che, ormai consuetudine diffusa, si appropria delle maglie arrivate terze. Anche alcune birre doppie potrebbero aver mAlto influenzato valutazioni ed al contempo favorito un’accettazione di quello che, in altre occasioni, in altri momenti ed in altri contesti non sarebbe stato accolto unicamente con la richiesta di esposizione testicolare, come se ci si trovasse ad un simposio di andrologia. Tra na majètta e du cojón… si passa avanti.
Dopo tante storie ascoltate, è accettabile una partita come quella contro il Monza, successiva a quella contro la Cremonese? Specificatamente un primo tempo nemmeno giocato? Serviva davvero andar sotto di una rete per svegliarsi, nel beneficiare poi addirittura di complimenti in ragione di una riconosciuta reazione? Sarebbe ragionevole attendersi uno scendere in campo con altra preparazione mentale ed un po’ di bava alla bocca che, col caldo che c’era, non sarebbe nemmeno stato impegnativo riuscirvi. Il caldo… Il caldo c’era per tutti nella stessa misura, anche per coloro che, anziché ricevere uno stipendio per sopportarlo pagano pure un biglietto per doverlo sopportare.
Vinci, perdi, l’arbitro ci mette del suo, giochi in sedici, nessuno se ne accorge subito e dopo la perdi tre a zero a tavolino, oppure segni quattro reti ma te le annullano tutte ingiustamente anche se l’ordinazione la consumi in piedi. Ma la voglia, l’atteggiamento, un pizzico di vergogna per aver giocato una partita come quella contro i ragazzi di Giampaolo/Pecchia, le palle, quelle oggetto di richiesta di esposizione, almeno quelle, per dimostrare che le parole diffuse nei giorni precedenti avevano un senso e non erano solo un gobbo (quello che si usa a teatro, cosa avevate capito?) che impartiva suggerimenti. Ed è cosi che le palle si trasformano in balle. Forse quando Cuesta, nella conferenza antecedente la partita col Monza, ha ricordato di non essere un mago alludeva proprio a questo: trasformare balle in palle, non dev’essere certo un gioco di prestigio facilmente praticabile.
Tuttavia è proprio lui che deve ideare lo spettacolo d’arte varia e finora sembra che la scrittura sia piuttosto confusionaria e caotica, fogli che cadono e vanno persi, pensieri incomprensibili, scene che nessuno pare saper interpretare, carte rimaste bianche da un certo punto in poi (quello degli ultimi trenta metri), pagine gettate ed altre sfilate dai rulli della macchina da scrivere dopo pochi colpi dei marletti, nel saper imprimere solo segni sbiaditi su una carta apparentemente poco adatta ad ospitare i soliti racconti. Il nastro inchiostrato sembra scrivere poche e ripetitive impronte, di fronte al nostro portiere, da un lato all’altro ed ancora dall’altro all’uno, sempre col rischio latente di mortifere sbavature, come capitato a Torino e, per un’inezia, non accaduto anche contro il Monza. Ai più sembra sia sfuggito questo momento del secondo tempo, forse comprensibilmente, nel non voler far la somma con altri episodi deprimenti da sopportare.
Il richiamo dei boys in occasione dell’ultimo “andiamo al Parma” e solo l’ultimo e forse più evidente segnale di una certa scomunicazione fra le parti. Nessun populismo, nessuna retorica del tifoso, nulla a che vedere con le banalità assortite: la nostra gente, il proprietario custode o clà roba lì da libro cuore; nel nostro caso, Crociato. I tempi cambiano ed il calcio ancor più, pretendere di vivere con tutto il carico di nostalgie quello che sembra ora impossibile replicare risulta inadeguato, però, c’è un però.
Se i primi a voler diffondere il messaggio di famiglia sono proprio coloro che poi se ne disinteressano sardonicamente, il senso di fastidio risulta ancor più amplificato. Oltre al completo tratteggio della situazione nel pezzo del Majo: “Diario Crociato / Rosa shocking”, è questo costante e smaccato richiamo alla famiglia che ha fiaccato come continui ganci al fegato. La crisi vagale è alle porte.
Sembra ormai inevitabile presumere che se non si riuscirà a costruire una reale simbiosi con la maglia e la città, così come con la gente che vi abita, difficilmente il sentiment attorno a squadra e società migliorerà, lasciando spazio non tanto alla rabbia quanto all’indifferenza, sentimento spesso peggiore fra i due. Parma è da sempre una città provinciale ed ancor più i suoi modi ed i suoi costumi, ma nonostante una progressiva perdita delle radici parmigiane più tipiche si può sempre contare su “nuovi parmigiani” che tengono più al Parma di tanti che della città Ducale vantano i natali ma non resistono al fascino delle righe parallele…che non sono una disciplina di ginnastica artistica maschile e nemmeno una prova da superare per l’alcol test.
Sembra inutile continuare a fare un uso mentale di utensili da taglio a lama dentata da marangone, e per marangone non si intende il palmipede simile al cormorano. Tutte le squadre devono sopravvivere grazie ad introiti provenienti dalle compravendite e naturalmente i giocatori delle squadre non di primo livello desiderano raggiungere gli spogliatoi di quelle che possono rappresentare un passo avanti nella propria carriera. Tuttavia, fin quando i giocatori, pur raccontando della famiglia, di parenti, zie e suocere lasceranno trasparire la sensazione che Parma sia solo una tappa e così parimenti quello che la società pare trasmettere loro, non si arriverà mai realmente ad un nuovo corso luminoso.
Sovente in altre piazze, nel bene e nel male, sembra vi sia un attaccamento differente, una comprensione del fatto che quando si indossano certi colori è necessario viverli come se fossero gli ultimi vissuti. Al netto di gioco scadente, valori trascurabili e strategie societarie discutibili presenti anche altrove, nel Ducato ci si trova talvolta disorientati nell’ascoltare una comunicazione patinata e distante, forse per questo appropriata per nascondere, con i riflessi che emana, l’inconsistenza del prodotto che si vuole vendere. Comprensibile per un mercato globale, ma esiste anche uno spazio locale, quello da cui tutto nasce e dove tutto potrebbe morire. Sembra di assistere ad un bel documentario dove il cucciolo di gazzella riesce sempre a scappare dalle grinfie del ghepardo…infatti i ghepardi j én dvinté tutt vegetariàn. Anzi si sono estinti e gh’è Pardo è solo il modo per chiedere se la telecronaca su DAZN la farà Pierluigi Pardo.
Se davvero la famiglia è solida quale la necessità del sottolinearlo ad ogni occasione per non vederla poi rappresentata in campo dopo una partita come quella contro la Cremonese? In alcune occasioni, nella passata stagione, si sono notati accenti di questa unità d’intenti, invero é noto che, quando le cose filano per il verso giusto tutti vivono uno stato di armonia maggiore, quando invece iniziano ad essere un po’ ingranate e l’olio lubrificante delle convincenti parole del Cuesta non persuade come un tempo ecco che tutto si complica.
Per rifarsi ancora una volta a quanto condiviso dal Carlos, significativa una riflessione inopinabile riferita ad una domanda in cui si chiedeva di Simone Lontani, evidentemente applicabile al calcio in generale: “Oggi sembra che sei un fenomeno e dopo sembra che non capisci un cazzo”. Temendo che per la trasferta di Como si verifichi la seconda possibilità, speriamo invero sia la prima a prevalere. Ale Pongonazzo
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