martedì, Ottobre 6, 2026
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NELLA TANA DEL PONGONAZZO / PERCHÉ SCEGLIERE QUANDO PUOI AVERE TUTTO

(Ale Pongonazzo) – Riferendosi alla gara col Como, il Cuesta in conferenza pre-partita: “per batterli serve fare un gol in più”. Questo deve aver pensato anche Fàbregas che, senza patemi, dopo un primo tempo dominato, ha visto i suoi distrarsi ed accontentarsi nel secondo. Probabilmente il non ritenere il Parma capace di modificare le sorti dell’incontro ed una stanchezza, retaggio dell’impegno in Champions, hanno portato l’undici di casa ha scivolare in questa forma.

Tuttavia quando qualche campanello d’allarme ha risvegliato quelli vestiti di blu, una piccola accelerata ed il campanello ha smesso rapidamente il suo squillare, nonostante la tardiva rete di Romero nel recupero, unico dei nostri, assieme a Lontani, ad essere informato che esiste anche una porta verso cui tirare.

“Questa non era una delle nostre partite…“, “quali sono le nostre? Quella col Cagliari, giocata addirittura fra le mura amiche”? “…era calcio d’agosto“. Volendo ignorare la partita in coppa Italia con la Cremonese, anche quella col Monza ha smascherato alcune evidenze. “Però nel secondo tempo c’è stata reazione…“. “Quindi, se la prossima, col Genoa in casa, non si facesse bottino pieno, si dovrebbe essere grati per un pareggio?“ Se davvero il risultato contro i liguri fosse un pareggio sarebbero due punti in 5 partite, circa 16 ad arrivare a fine campionato con questo incedere senza incidere. Non si può certo ragionare in modo tanto superficiale ma, considerando che prima della sosta si sarebbero affrontate tre squadre teoricamente coinvolte nella bagarre per evitare la retrocessione (Cagliari, Monza e Genoa, tutte in casa) ed oltre al marvelous Como, si è affrontata la peggiore delle grandi in quest’inizio di campionato, la Juventus, allora, forse, si potrebbe desumere che i numeri precedenti potrebbero essere anche ottimistici.

Inadeguatezza di Cuesta, responsabilità della società, livello medio dei giocatori in rosa? Come già scritto in altro pezzo “perché scegliere quando puoi avere tutto”.

L’abitudine spesso rifugio rassicurante nella quotidianità talvolta incarna la cattiva consigliera che rende opaca la realtà. Giorno dopo giorno ci si adatta al modificarsi delle cose o alla loro immutabilità, sfumatura dopo sfumatura e, quando fra queste si inserisce un trascurabile accento, lo stupore nel notare quell’interruzione della monotonia fa apparire il momento come straordinario. Questo sembra essere quello che capita a molti tifosi, rassicurati dal vedere secondi tempi equipaggiati di reazione, caratteristica peraltro assente nel motore spesso fiacco e scarburato, atteggiamenti valutati come positivi semplicemente se si riescono ad infilare quattro passaggi di fila e non i soliti due, qualche cambio di campo se, per coincidenza astrale, uno degli esterni viene ignorato. Il problema sembra non essere il giocare un bel calcio semplicemente il giocare a calcio.

 

Naturale accontentarsi, atteggiamento lodevole nel saper apprezzare anche le piccole cose, figa, chi però j’én picén‘ni bombén. Quando manca impegno come contro il Monza nel primo tempo, l’atteggiamento scorretto viene considerato emendato da un secondo tempo leggermente più volitivo, quando come contro il Como si gioca in ragione di quello che gli avversari paiono accettare, essendo inequivocabilmente superiori, vien premiata l’attitudine mostrata in alcuni momenti, ma allora, si fanno punti anche con l’atteggiamento? Nel caso, ricordarsi di sottrarre quelli che dovrebbero essere decurtati quando questa caratteristica è assente. Altrimenti è barare. Se capovolgessimo alcune partite dovremmo sentenziare: “Il primo tempo neanche male, ma poi si è rovinato tutto nel secondo”, ed in questo caso il sapore della faccenda sembrerebbe inaccettabile. Finir male non è ammesso ma iniziare peggio evidentemente sì.

Fin quando ci si dovrà accontentare dell’atteggiamento dei secondi tempi? L’atteggiamento considerato incoraggiante visto in alcuni frammenti di gara ha senso solo se trasformato in normale condotta di gara nelle occasioni successive, diversamente non v’è nulla di rassicurante.

Perché scegliere dicevamo qualche riga addietro, perché purtroppo, pur avendo tutto, anche quello che non si vorrebbe, quello che si desidera non sempre è nella nostra disponibilità.

In questi casi iniziano i dubbi sull’opportunità di praticare una sostituzione della guida tecnica, nonostante ultimamente sembra imperi un esasperato moralismo sportivo se non una sorta di ostentata superiorità intellettuale nel indicare il tecnico come ultimo responsabile quando le squadre non rendono per quel che ci si aspettava.

 

L’adagio che ad andare in campo sono i giocatori svela una saggezza inconfutabile, almeno pari al pensare che, al di là di tutto, non risulta possibile sostituire, nel momento del bisogno, una quindicina di giocatori. La società? La società è SEMPRE responsabile, sia per quanto riguarda gli addebiti all’allenatore, sia per quelli riconducibili ai giocatori, anche se, su questi ultimi, la situazione andrebbe meglio definita. In ogni caso, in prima istanza, la responsabilità rimane in seno a chi prende decisioni. Tuttavia anche la società non è facilmente sostituibile, sarebbe lei stessa a doversi avvicendare, nonostante i desideri di alcuni, molti, contabilizzando anche coloro che vivono in una sorta di omertà anche con se stessi o forse, come direbbe il Gianni: liberamente imposta.

Se contro il Genoa si facesse davvero un solo punto, continueremo ad ascoltare dell’atteggiamento positivo in una parte della gara, di cantiere aperto, betoniere che ancora girano e del tempo necessario per vedere qualche passo avanti? La contraddizione viene servita da chi evidenzia la necessità di tempo per conoscersi, comprendere il percorso da fare per raggiungere un progresso ed evolvere nel progetto in modo da portare le partite dove vogliamo (le solite banalità dovrebbero esserci tutte). Se diversi giocatori sono stati impiegati fin dai primi giorni del ritiro in ogni occasione e poi vengono scalzati facilmente da chi ha ancora la valigia da disfare ed un’autonomia discutibile sembra proprio non essere il tempo la necessità mancante per raggiungere determinati risultati. Se vengono confermati e riscattati giocatori come Cremaschi o Carboni che non hanno mai visto il campo ed ora continuano nello stesso solco, risulta inevitabile domandarsi per quale motivo siano stati confermati. Temendo ovviamente le risposte.

L’ombra della società in tutto questo sembra essere ben più di un alone che accompagna in ragione dell’inclinazione della luce ma non deve, o quantomeno non dovrebbe, diventare un alibi per chi ha l’obbligo di lavorare con quel che si trova a disposizione. In ogni stagione vi sono allenatori che assumono la panchina della propria squadra solo durante l’estate, eppure i risultati, non solo in termini di punti, non sono così scadenti. Carlos Cuesta, al netto di alcune cessioni avvenute, può contare su una gran parte di giocatori conosciuti ed allenati da oltre un anno, su un gruppo coeso, una famiglia; così si sente dire. Oppure queste caratteristiche emergono solo quando fa comodo questo tipo di propaganda.

La sensazione è che l’allenatore stesso sia contrariato nel non veder messe in pratica le proprie direttive, almeno da quanto si apprezza nell’osservarlo esa-epta-octagitato a bordo campo, sovente dopo i proverbiali battimani, naufragare in un profondo sconforto nel lasciar cadere le braccia sfinite lungo i fianchi. In queste situazioni serve mettersi d’ accordo: “chi deve aiutare chi a fare quel che c’è da fare, e soprattutto, cosa è meglio fare, prima che sia troppo tardi“?

Nonostante l’inadeguatezza di diversi giocatori, almeno osservandoli sotto questa guida tecnica, e nonostante i ritardi nell’allestire la rosa, pessima abitudine peraltro comune un po’ a tutte le squadre, sembra che ognuna delle parti veda nell’altra un possibile alibi utile ad alleggerire la propria posizione. Tuttavia quando un gruppo non riesce a comprendere un certo linguaggio sarebbe quantomeno necessario capire se le lezioni siano chiare, comprensibili ed adatte alla classe che ci si trova di fronte. Occorre ricordare che fra le caratteristiche che accompagnarono il Cuesta al suo arrivo vi fosse la ventilata capacità di saper migliorare le specifiche doti del singolo, peculiarità evidentemente non riscontrata, notando invero diversi giocatori intraprendere un cammino di involuzione o quantomeno di stasi nella propria condizione. Talvolta se una soluzione è scontata forse lo è perché è anche l’unica, anche se non garantisce alcuna certezza.

Nota per le nuove direttive arbitrali. Se queste sono le indicazioni per l’annata, buona fortuna a legamenti, ossa e tendini. Ale Pongonazzo

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