COSA C’E’ IN COMUNE TRA OLIVIERO BEHA E GIOVANNI ARPINO, di Riccardo Schiroli

16 Mag 2017, 17:30 1 Commento di

schiroli-slide(Riccardo Schiroli) – Ho recentemente riletto  Azzurro tenebra di Giovanni Arpino e mi ero ripromesso di scriverne su questo sito e sul mio blog nella sezione letteratura e Schiropensiero. La notizia della morte di Oliviero Beha, che non sapevo nemmeno essere malato, mi ha indotto a ricordarlo. Cosa c’è in comune tra Oliviero Beha e Giovanni Arpino (da sinistra nella foto di copertina)? Dal parallelo esce questo articolo. In Azzurro tenebra, romanzo capolavoro del 1977, Giovanni Arpino racconta la fallimentare spedizione italiana al Mondiale di calcio del 1974 dal punto di vista di un inviato. Arpino divide i colleghi in belle gioie (coloro che plaudono in ogni caso) e iene (coloro che attendono che succeda qualcosa di brutto per scatenarsi). oliviero beha giovanni arpinoGli unici che non rientrano nelle 2 categorie sono il  Grangiuan (un riconoscibile, quanto insopportabile, Gianni Brera) e BiBi (il suo collega Bruno Bernardi). Certamente Oliviero Beha  sarebbe stato più facile collocarlo tra le iene che tra le belle gioie. Ma molto più probabilmente, si sarebbe presto stancato di essere categorizzato e avrebbe deciso di andare comunque controcorrente.

Quando appariva in TV da opinionista, Beha mi lasciava indubbiamente perplesso. Il suo sguardo mi dava l’idea di una lucida  follia. Il suo tono lo trovavo eccessivamente aggressivo. Le sue argomentazioni, quasi mai plausibili.

Classe 1949, fiorentino di nascita (e tifoso dichiarato della Viola; penso ci avrebbe tenuto, a sentirlo ricordato), nel 1982 era un poco più che trentenne inviato di  Repubblica  con una carriera garantita davanti. Provò a distruggerla con un’inchiesta che mirava a dimostrare che l’Italia aveva corrotto qualcuno del Camerun per ottenere un pareggio nella terza gara del girone di qualificazione del  Mondiale  di calcio. L’Italia aveva pareggiato anche le prime 2, contro Polonia e Perù (e senza mai brillare), ma vincerà tutte le altre: 2-1 con l’Argentina, 3-2 con il Brasile, 2-0 con la Polonia (semifinale) e 3-1 con la Germania (finale), laureandosi Campione del Mondo per la terza volta, la prima dopo i 2 successi consecutivi del 1934 e 1938.


A sinistra l’azzurro Gentile contrasta Milla del Camerun. A destra la copertina de libro di Beha

La partita tra Camerun e Italia fu assurda. In svantaggio a causa di un gol molto fortunoso di Graziani, il Camerun pareggiò subito (sfruttando una serie di errori imbarazzanti degli azzurri). Poi decise praticamente di non giocare, pur sapendo che sarebbe stato eliminato. “Volevamo chiudere il Mondiale senza sconfitte” fu la giustificazione della delegazione africana. Dev’essere stato in quell’occasione che Beha pronunciò per la prima volta una frase che lo avrebbe identificato per decenni: “La libertà è un lusso di pochi”.

Di qualche anno più anziano di Beha (classe 1942), Roberto Chiodi si occupava allora di cronaca giudiziaria. Credette nel lavoro di Beha e contribuì all’inchiesta. Ma il lavoro dei 2 giornalisti venne letteralmente snobbato da, per dirlo con le parole di Beha: “l’ipocrita sistema mediatico che sapeva tutto, ma si comportava peggio delle tre scimmiette”. Quel che venne pubblicato (dal settimanale Epoca nel 1984) non venne in effetti preso sul serio.
Beha  pagò comunque a caro prezzo. Queste sono ancora parole sue: “Come mi disse Carraro”  Presidente del CONI, n.d.a. “telefonicamente all’epoca Lei non lavorerà più, ho parlato con il suo Direttore. Trattavasi di Scalfari, che all’epoca dialogava con il potere terreno e non con quello divino. Aveva ragione quasi del tutto Carraro”.

Beha ha comunque avuto una carriera di livello. Dal 1987 aveva lavorato per la RAI (voluto da Andrea Barbato). In televisione aveva condotto Va’ pensiero e alla radio Radio Zorro, nel quale (dal 1992) raccoglieva le denunce degli ascoltatori. Recentemente era diventato opinionista de Il Fatto Quotidiano.


Roberto Chiodi in una foto recente

Tornando all’inchiesta, Beha e Chiodi avevano in mano la testimonianza di un uomo dei servizi segreti, responsabile della sicurezza della squadra africana, pronto a garantire che 6 giocatori si erano detti disponibili ad aggiustare il risultato per 30.000 dollari a testa. Erano arrivati a parlargli grazie a un certo Orlando Moscatelli, un cuoco che aveva accettato di fare da intermediario. Aveva raccontato ai giornalisti di aver ricevuto 400.000 dollari da versare all’allenatore del Camerun Jean Vincent (ex stella del calcio francese). Nella vicenda sarebbe stato coinvolto il camorrista Michele Zaza, che trai suoi avvocati aveva l’allora Presidente della Federazione calcio (FIGC) Sordillo.

Per la verità, Moscatelli finì con l’ammettere che in effetti l’affare non si concretizzò. Ma Beha e Chiodi sono addirittura arrivati a parlare con lo stesso Michele Zaza, che gli confermò di aver favorito la trattativa.
Qualcosa, insomma, c’era. Beha e Chiodi provarono anche a pubblicare un libro sull’inchiesta: Mundialgate (edito da Tullio Pironti, visto che nessuna casa editrice importante si dimostrò interessata), oggi quasi introvabile (si potrebbe provare su e-bay, ma senza garanzie).  Nel 2005 però l’editore Avagliano lo ha ripubblicato assieme ad Antenne rotte (1990) e L’Italia non canta più (1997), come Trilogia della censura. Il libro risulta esaurito, ma sto cercando di procurarmene una copia.

Sia chiaro: il me stesso ventenne degli anni ’80 odiò Beha (come si permetteva di infangare quell’impresa che, ho già scritto sul mio blog, “la mia generazione non potrà dimenticare”) e non credette alla vicenda. Ma il giornalista cinquantenne di oggi trova sorprendente che nessuno abbia trovato necessario approfondire gli elementi emersi grazie a Mundialgate.


Dino Zoff immortalato sulla copertina di ‘Azzurro Tenebra’

Riprendo in mano Azzurro tenebra. Perché il “sistema mediatico ipocrita” contro cui si scaglia Oliviero Beha emerge decisamente anche dal romanzo di Arpino. Soprattutto, emerge una inquietante convinzione delle firme più importanti del giornalismo sportivo di quei tempi: la verità dal loro punto di vista è (come dire…) sopravvalutata. L’importante è lo stile con cui si racconta. Non tanto quello che si racconta.  Il tema l’ho già affrontato parlando di Scoop, romanzo di Enrico Franceschini, come Beha inviato di Repubblica.

Arp, l’alter ego di Arpino che racconta il romanzo in una terza persona che tutto sommato assomiglia a una prima, è una star del giornalismo ormai stanca. BiBi (come detto, Bruno Bernardi) è il secondo di Arp, che lo descrive come un uomo più giovane di lui, ma con gli occhi gonfi.

Nei miei primi anni da cronista incontrai Bruno Bernardi, ormai maturo, come inviato al seguito del Parma calcio. E ammetto che, se lo avessi dovuto descrivere, anch’io avrei cominciato con i suoi occhi gonfi. Avrei anche proseguito accennando alla sua dizione un po’ ricercata, quasi da attore di teatro.

Leggendo di BiBi in Azzurro tenebra è stato per me inevitabile ricordare quelle trasferte nelle quali vivevo già come un sogno salire sullo stesso pullman dei giornalisti importanti. Non mi sarei dunque mai permesso posizioni critiche. Ma ripensando a quei giorni, mi vien da dire che non sono per niente sicuro del fatto che fare cronaca (quindi raccontare quel che veramente si vedeva) fosse lo scopo di quella truppa di firme altisonanti.

E dico senza troppa reticenza che a quell’epoca eravamo tutti belle gioie. Noi giovani della stampa locale per forza, altrimenti avremmo rischiato di rimanere a piedi. Non sapevamo di essere giornalisti  embedded  ben prima che quel termine entrasse nell’uso comune anche in Italia.

Quelle che descrive Arpino sono insomma situazioni tutt’altro che fantasiose. Per questo consiglio la lettura a qualsiasi giornalista sportivo. Azzurro tenebra è un libro originale (sono rarissimi i romanzi sul calcio scritti in Italiano e di sicuro non ce n’è un altro di questo spessore letterario) e che va sicuramente recuperato. Perché non lo si legga a scuola e perché sia sparito per tanti anni dalle librerie, è un mistero che non so spiegarvi.

Per un cronista, lo stile di Arpino è viceversa da non imitare. Come ho scritto, è originalissimo. Aggiungo che è efficacemente espressivo, piacevole da leggere. Ma se non si ha il talento di Arpino, difficilmente lo si può usare per un articolo di cronaca.

In conclusione, altre 2 considerazioni personali.

La prima riguarda la differenza tra iene e belle gioie. La categorizzazione è corretta in tutti gli ambiti in cui operano giornalisti sportivi. La differenza tra il calcio e il baseball (gli sport in cui ho operato professionalmente di più) è che nel baseball i ruoli si scambiano con sorprendente facilità, a secondo di chi è nella stanza dei bottoni.

La seconda è sul Mondiale di calcio del 1974. Penso di poterlo annoverare tra le prime delusioni della mia vita. Rileggendo di quei fatti, devo ammettere che un po’ ho sofferto ancora. A 11 anni nemmeno compiuti, non mi capacitavo di come mai Zoff (che non prendeva un gol da 2 anni) fosse stato battuto dal tiro di uno di Haiti. Non accettavo che Gianni Rivera cadesse da solo sul pallone e che Mazzola invece facesse tutto sommato la sua figura.

I ritratti che Arpino fa di questi eroi della mia infanzia (oltre che del futuro allenatore Campione del Mondo Enzo Bearzot, che appare come  Il Vecio) sono bellissimi e spietati. E la nota di Dino Zoff all’edizione più recente vale da sola il prezzo di copertina.

Anche grazie alla lettura di Azzurro tenebra, realizzo poi che la lezione che quel Mondiale trasmette è universale e utile a qualunque uomo di sport: il mito sopravvive all’atleta, ma non può andare in campo al suo posto. Riccardo Schiroli

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1 commento a “COSA C’E’ IN COMUNE TRA OLIVIERO BEHA E GIOVANNI ARPINO, di Riccardo Schiroli”

  1. Luca says:

    Aveva uno stile rude, ma la persona mi appariva sempre calmissima e signorile.

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