DOPO 40 ANNI DE GIORNALISMO… 10 APRILE 1983: FORLI-PARMA, LA PRIMA RADIOCRONACA DI GIANNI BARONE
(Gianni Barone) – Riecheggia ancora nelle mie orecchie una frase che mi ha accompagnato in tutti questi anni in cui ho fatto ciò che mi è piaciuto – da sempre – fare, pronunciata da un giornalista sportivo, molto famoso, all’epoca, anni 90, per le sue partecipazioni al mitico “Processo” di Biscardi. La frase era “Dopo quarant’anni de giornalismo arriva qui un pubblicista, che forse manco pubblicista è, e me dice ciao…”. E il giornalista era Ezio De Cesari, forse non tutti lo ricorderanno… Ecco, io allora, avevo iniziato a fare il radiocronista di calcio da pochi anni, per la precisione sette, infatti il mio esordio risale al 10 aprile 1983. Proprio quarant’anni fa, che non sono concisi coi quarant’anni di (de) giornalismo come declamato, in un ristorante di Bari, dal suddetto, decano, De Cesari, al cospetto mio e di Gabriele Majo, il quale salutandolo con quel Ciao alla Lorenzo aveva suscitato in lui una sorta di risentimento per essersi concesso tanta confidenza ed impudenza nei confronti della sua riconosciuta carriera alquanto prestigiosa…
Io non ho quarant’anni di giornalismo, a tutt’oggi, in quanto la mia carriera come radiocronista prima, dall’83 all’87 (Radio Emilia, Onda Emilia) e dall’89 fino al 96 (Radio Elle ed affini) e di telecronista poi dal 2002 fino al 2012 (Telenova, San Marino Tv, Rete7, La 7 digitale terrestre, Dahlia Tv, Teleducato) e dal 2016 fino all’attualità (Telereggio, Sport Parma) ha conosciuto ben tre interruzioni con altrettante riprese in cui ho svolto altre attività alcune connesse con lo sport e con il calcio (allenatore, istruttore scuola calcio, direttore sportivo) altre no (padre e geometra).
Però in occasione del quarantennale di quell’inizio di attività, ancora vivo nella mia memoria, mi piace proporre un pezzo scritto proprio in occasione della seconda interruzione in ordine di tempo datato marzo 1998 e intitolato RADIOCRONISMI.
“Raccontare ciò che capita o meglio descrivere, (raccontare e non giudicare) con parole proprie, ciò che altri non possono o non vogliono vedere, ma che vogliono in qualche modo sapere e conoscere: questo è a grandi linee l’esercizio per il quale, diversi anni fa, ho iniziato a correre in lungo e in largo, a seconda del luogo, teatro di quel determinato evento spettacolare, meglio noto come partita di calcio.
E io di partite di calcio ne ho descritte tante (a tutt’oggi 830, n.d.a) troppe, forse, al punto che ormai le considero tutte uguali nonostante questo non sia assolutamente vero.
Eppure ho iniziato in punta di piedi, senza tanto clamore, come se la cosa fosse un atto spontaneo, una formalità. Mi sentivo portato e mi sono fatto portare per un po’ di tempo, fino a quando ho avvertito l’esigenza di fermarmi per poi riprendere.
Eppure devo dire di aver passato bei momenti anche di gloria (apparente) stringendo tra le mani un microfono e intrattenendo un rapporto invisibile e impalpabile con un pubblico sconosciuto, ma non per questo irrispettoso del mio lavoro. Sono convinto di essere stato, anche, apprezzato per il coraggio, la franchezza, e spero sempre per l’obiettività, ma non mi sono mai aspettato di ricevere nulla in cambio. Ho creduto in ciò che ho fatto, non sono stato tifoso di parte, e questo mi è bastato pur nella incomprensione generale.
A volte ho esagerato, nelle critiche, a volte ho sbagliato e ho dimenticato qualcosa e qualcuno (espulsione di Loseto non rilevata a Bari), ma l’ho fatto sempre seguendo un unico itinerario quello dello spirito di servizio da non abbandonare mai.
E così è stato senza sussulti e senza parole inutili proprio come quando, senza emozioni, avevo iniziato il mio primo discorso all’indirizzo del vuoto che stava di fronte e attorno a me. Ho cominciato a parlare con forza e con ritmo per non annoiare e non stancare nessuno. Ho ripreso con divertiti giri di parole ciò che mi si parava davanti: azioni, comportamenti, reazioni, prodezze, cadute di stile, risse, abbracci, proteste, atti di superbia e di arroganza, stemperati da scarsi attestati di umiltà e rispetto. Ho cercato di capire la vita in novanta e più minuti, non sempre ci sono riuscito, ma non mi sono arreso mai.
Ho lasciato correre, il più delle volte, mi sono rialzato dopo essere caduto sempre senza protestare troppo. Ho difeso il mio ruolo quando la protervia di qualcuno (che molti ammirano ancora) lo voleva cancellare del tutto. Non so come ho fatto a resistere fino a quando la mia voce ha preso il sopravvento su quella della folla che manifestava, attorno a me, la propria gioia o il proprio disappunto. Non potevo disunirmi, avevo un compito da svolgere, un obbligo morale da difendere. Non potevo confondermi tra e con la folla, il microfono sembrava, a volte, di avere il potere di amplificare persino i miei pensieri, figuriamoci le mie parole, in miei sfoghi, i miei sbalzi di umore, le mie calate e le mie riprese di entusiasmo e di perplessità.
Ho preso la via dello Stadio molte volte pensando a ciò che avrei detto, ma anche a ciò che avrei potuto e dovuto, senza che nessuno se ne accorgesse, non dire. Sono stato a lungo legato a quel filo di passione che avevo dentro e che mi ha accompagnato anche nei giudizi più difficoltosi. Ho retto l’urto della banalità mascherandola con artifici particolari, mi sono superato, mi sono raggiunto e doppiato senza darla tanto a vedere. Ho preteso di arrivare sempre fino in fondo negli schieramenti delle squadre, con uomini sempre pronti a scattare, sovrapporsi, entrare sulla palla o nel vivo dell’azione.
Mi sono esaltato, non posso nasconderlo, però ricorderò sempre quando ho iniziato a Forli, in una bella giornata di primavera, era un pomeriggio tranquillo in cui ciò che vedevo scorreva veloce dentro di me al ritmo serrato delle mie parole, senza nessuna indulgenza per il tempo che si fermava sul filo di quella normale pratica e che non sarebbe più tornata in tutto il suo fascino (ANACOLUTO)”.
Ah a quanti non sono sfuggito in seguito, Dio e Majo soli, lo sanno. Però da allora… le formazioni non si possono più scordare, la prima: Venturelli, Murelli, Davin, Bianco, Stoppani, Biagini, Salsano, Pari, Barbuti, Cannata, Aselli. In panchina assieme al mitico Bruno Mora, sedevano due futuri direttori sportivi di rilievo, che rispondevano ai nomi di Sabatini e Larini, con un giovanissimo diciottenne tale Stefano Pioli, futuro bravo allenatore, ma già bravissima persona.
E le ultime quelle del Lentigione in serie D, dove ho avuto l’onore di conoscere giovani dilettanti diventati poi professionisti come Piccinini, Sorzi (Fiorenzuola), Zagnoni e Aygemang (Imolese), Barranca (Montevarchi), e allenatori come Gianluca Zattarin, Francesco Salmi, Roberto Notari (con il quale si era instaurato un rapporto di reciproca stima), Cristian Serpini (che non aveva mai nascosto di apprezzare i toni e i contenuti delle mie interviste nei suoi confronti), Romulo Togni e Paolo Beretti (bravo oltre che simpatico).
Quarant’anni fa la prima, seguita da altre 829 radio telecronache, e si continua come allora con lo stesso entusiasmo o forse con un qualcosa in più (anacoluti compresi).
Visitati quasi tutti gli stadi del Nord Italia, ma anche molti del Centro e del Sud mi hanno accolto, da non dimenticare quelli di Cosenza, Barletta, Catanzaro, Avellino Foggia, Messina e sopra tutto quello di Licata visto da un balcone poiché era inibito l’ingresso, all’epoca per assurdi motivi, alle radio private o libere che dir si voglia: balcone da cui trasmettere la radiocronaca diretta con la vista sul circostante mare d’Africa.
Non sono mancate nemmeno le trasferte nelle più grandi capitali europee, come Londra, Parigi, Madrid, Lisbona, Praga, Bruxelles, Copenhagen, e perfino Tirana oltre ad incursioni nelle poco note Odense (Danimarca) e Degerfors (Svezia). Tanti ricordi, tanti nomi di giocatori (da Barbuti, Cannata fino a Melli, passando per Macina, Frara e Bertoneri) pronunciati a più riprese, tanti tecnici catenacciari incontrati, vecchi (Toneatto, Rambone, Becchetti, Giammarinaro) e nuovi (su tutti Trap, Boskov, Mondonico, Simoni, Burgnich, Bolchi) tanti profeti (Sacchi, Zeman, Scoglio, Galeone, Orrico), tanti commenti, tante parole, mai urlate, che si sono elevate o che sono rimaste strozzate in gola.
Tanto di tutto e tutto molto di più. Non sono mancati personaggi come Antonello Venditti e Mike Bongiorno al mio fianco durante le dirette dal Tardini di partite del Parma contro Roma e Juventus in Coppa Italia.
Questo è stato il mio sogno, la mia grande voglia di continuare a fare sempre e ovunque ciò che mi è sempre piaciuto fare con tutta la libertà di questo mondo, e non solo con quella che mi sono meritato o conquistato, quasi per caso, quasi senza volerlo nemmeno, il tutto senza protestare o pretendere chissà cosa. Solo rispetto per il lavoro e per il servizio svolti. Nulla di più.
Con gli allenatori del Parma e non solo, incontrati negli anni, ho sempre cercato, al contrario di molti altri miei colleghi locali e nazionali, di non intraprendere mai rapporti amicali o di complicità, neanche con quelli che ho più apprezzato dal punto di vista umano e professionale come Perani, Sacchi, Scala, Pioli e Beretta. In nessun modo né con loro e nemmeno con tutti quei giocatori con i quali ho avuto a che fare in centinaia di interviste post gara: non ho avvertito mai questa esigenza (piuttosto diffusa) di stringere rapporti di amicizia e tanto meno di complicità.
Fare il cronista significa raccontare senza giudicare come avrebbe detto il compianto Gianni Minà, grande esempio di giornalismo sportivo non seguito tanto dalle giovani generazioni urlanti e strepitanti e sempre pronte a dire “Ciao” a tutti anche a chi dopo “quarant’anni (quasi) de giornalismo” non si è ancora stancato di narrare calcio con coraggio, passione e libertà, sfidando banalità, luoghi comuni e autoreferenzialità. Gianni Barone


Complimenti! Gran bel traguardo!
Complimenti. Le radiocronache dell’epoca mi fanno tornare alla mente quando, da bambino, mi ascoltavo alla radio il Parma… e solo quello.
Al Pèrma. E po’ pu’.
Oggi abbiamo vinto di corto muso