IL COLUMNIST di Luca Russo / UN BEL GIOCO CHIAMATO COPA AMERICA
(Luca Russo) –
Chi si aspettava un inizio col botto, non è rimasto deluso. Così come quelli che andavano a caccia di conferme. In attesa di conoscere l’esito di Giappone-Cile, partita conclusiva della prima giornata, la Copa America 2019 ci ha già dato parecchie indicazioni interessanti. Il gioco non è mancato, il ritmo sì: non una partita che non sia stata continuamente spezzettata da falli e interruzioni di altro genere. Qualche fischio in meno farebbe solo che bene allo spettacolo.
Nel gruppo A, alla vittoria del Brasile sulla Bolivia per 3-0, è seguito il pari a reti bianche tra Venezuela e Perù. La nazionale verdeoro ci ha fatto finalmente rivedere sprazzi del calcio bailado di cui non si avevano più tracce e notizie da almeno 20 anni, ovvero da quando il football si è realmente globalizzato e i brasiliani (così come i calciatori di altre nazionalità) hanno smesso di fare i brasiliani e finito con l’europeizzarsi. Fenomeno, questo, ovviamente favorito dal fatto che quasi tutti i nazionali carioca si ebiscono nel Vecchio Continente. Il match tra Venezuela e Perù non è stato un inno allo spettacolo, ma nemmeno alla noia. La Blanquirroja mi pare arrivata a fine ciclo: il meglio l’ha ormai dato, questa edizione della Copa è l’ultima occasione per raccogliere quanto di buono seminato in precedenza. La Vinotinto, invece, dovrebbe avere più coraggio, perché sabato scorso quando ha osato, oltre che una buona tecnica, ha mostrato di possedere tutte le carte in regola per trovare la via del gol senza particolari difficoltà. Non è più la cenerentola di qualche anno fa, ne prenda consapevolezza.
Il girone B ci ha regalato le due grandi sorprese di giornata. La Colombia ha sconfitto l’Argentina (2-0) e il Qatar, nelle vesti di invitato alla manifestazione, ha costretto al segno X il ben più quotato Paraguay, altra selezione che mi sembra sul viale del tramonto. L’Albiceleste è stata inconcludente e impalpabile come le accade da diversi anni a questa parte. Ma la finirei lì di dar la colpa sempre e solo a Messi. E di paragonarlo a Maradona. Il calcio degli anni ’80, per velocità e fisicità, permetteva a un singolo giocatore di vincere da solo. Nel calcio di oggi, se alle spalle non hai una buona squadra, difficilmente puoi far la differenza mettendoti in proprio. Ce lo conferma, appunto, la Colombia: il talento di Falcao, James Rodriguez, Martinez, Muriel e Cuadrado, sarebbe solo un esercizio di stile piacevolissimo da ammirare, se i Cafeteros non remassero tutti nella stessa direzione. A proposito di inconcludenza, la Colombia può arrivare fino in fondo, ma deve togliersi di dosso quella patina di eterna incompiuta che ne fa il Belgio del Sudamerica: le manca sempre il classico centesimo per fare un euro. Per i nipotini di Valderrama è arrivato il momento di decidere cosa vogliono fare da grandi. E se vogliono diventare grandi.
E chiudiamo col raggruppamento C. Se dovessi indicare una favorita per il titolo continentale, punterei sull’Uruguay, vittorioso per 4-0 sull’Ecuador. Vero è che se l’è vista con una Tricolor piuttosto debole tatticamente e povera dal punto di vista tecnico. Però quando ti mancano condizione e chimica di gruppo, anche impegni apparentemente alla portata possono trasformarsi in ostacoli insormontabili. E invece la Celeste c’è e, a mio avviso, darà del filo da torcere a tutti, Brasile compreso. Cavani, in rovesciata, ha realizzato la sua prima rete in Copa America. Suarez è ritornato al gol nella rassegna dalla quale mancava da 8 anni (nel 2015 assente per squalifica, nel 2016 fuori per infortunio). Nel complesso, non è più l’Uruguay solo muscoli, grinta e cattiveria agonistica di un paio di stagioni fa. Oltre la garra, adesso c’è molto di più. C’è una squadra che il ritmo lo detta, non lo subisce. C’è una squadra che gioca a calcio, non più a calci. C’è una squadra che sa palleggiare, verticalizzare, accelerare, rallentare, addormentare il match e all’occorrenza infiammarlo. C’è, insomma, una squadra che ha deciso non di dare qualcosa di più. Ma qualcosa di diverso. E di replicare il successo del 2011. Luca Russo


Spero nell’Uruguay per Tabarez e per il senso di appartenenza che ogni loro giocatore dimostra.