NUOVI STADI, CHE SIANO OPPORTUNITA’ ANCHE PER I “POPOLARI”
(Gmajo) – Alberto Monguidi, giornalista professionista parmigiano a capo del dipartimento comunicazione della Lega Serie B, nell’ambito della sua libera professione, ha proposto ieri, martedì 30 luglio 2024, sulla pagine della Gazzetta di Parma, un approfondimento sulla questione stadi in Italia, analizzando il tutto in una maniera molto lucida, competente ed informata, giungendo alla conclusione, riportata dalla redazione nel titolo, che ad averceli (già, ad averceli…) sarebbe Un affare per tutti, spettatori compresi.
Quali sarebbero i vantaggi per gli spettatori, secondo Monguidi, perché della sua ampia e documentata trattazione è proprio questo l’aspetto che maggiormente potrebbe interessare al popolino? Perché il timore – ed il PEF del new Tardini è lì a dimostrarlo – che possano esser penalizzati (intanto almeno numericamente) proprio i settori popolari, per cui sarebbe prevista una riduzione dei posti…
La “S” di “soldi”, secondo Monguidi, sarebbe la prima motivazione per cui un club desidera un impianto moderno. “Negli Usa, ma anche nel resto d’Europa si consuma prima, durante e dopo la gara con lo stadio che diventa fonte di ritorno economico ma anche di coinvolgimento: il tifoso, forse proprio quello non accanito, vive una bella esperienza, torna e si affeziona alla squadra.” (Modello, a mio modo di vedere, molto estero e poco italico, dove abbiamo diverse abitudini: come sul campo, anche fuori, bisognerebbe non eccedere nei benchmark, pena la dispersione delle nostre vincenti peculiarità).
“Lo stadio di proprietà (o con una concessione esclusiva e di lunga durata che è più o meno la stessa cosa) – prosegue Monguidi – diventa quindi un asset economico al pari dei diritti tv e del merchandising. I premium sits (sky box, lounge) rispondono a una logica che porta notevoli profitti alle società e occupano l’11-12% dell’intero spazio dei nuovi stadi. In Usa e in Inghilterra gli sky box generano addirittura milioni di euro grazie ad affitti anche a lunga durata su più stagioni. Il tutto dipende dalla grandezza e dalla natura economica della città: un territorio come Parma, ad esempio, con molte aziende, ha nel B2B un target molto ricercato, tanto che attualmente al Tardini ci sono mille posti corporate che diventeranno 2.500 con il nuovo progetto”. E qui troviamo l’ennesima conferma dell’attenzione per l’upper class, che ovviamente è quella che garantisce maggiori revenue: ma il popolino?
“L’idea – sostiene Monguidi – è che a uno spettacolo in campo si deve accompagnare quello di spalti pieni e moderni. Se è vero che negli impianti scoperti c’è una percentuale di assenza tra gli abbonati del 20% che sale al 30 in inverno o nei giorni di maltempo (contro il 10-15% delle tribune coperte), luoghi riparati possono far crescere e stabilizzare il numero degli spettatori”. L’autore, poi, cita Calcio& Finanza, secondo cui: “tutto ciò porterebbe anche più tifosi allo stadio (+3,3 milioni di spettatori stimati annuo) con conseguente aumento dei ricavi per oltre 200 milioni complessivi”.
Il sistema calcio, in Italia, fa bene, dunque, a cercare nuove possibilità di revenue (anche se andrebbe valutato quanto il gioco valga la candela: nel caso del Parma il punto di pareggio col nuovo stadio, arriverebbe ben dopo 60 anni, che è poi l’età media di uno stadio italiano oggi, citata dal giornalista nella sua inchiesta), anche perché la mammella cui tradizionalmente si attinge, ossia quella dei diritti televisivi, si sta atrofizzando, e non sono così ottimista come Monguidi, il quale osserva: “Nessuno ha abbandonato l’idea di una risalita dei diritti Tv oggi in picchiata con i soldi dei broadcaster dirottati sulle maxi competizioni internazionali (champions e mondiali per club allargati”.
A differenza del responsabile comunicazione della Lega Serie B, personalmente sono decisamente meno ottimista su una favorevole risoluzione della bolla diritti tv, che anzi, quando esploderà, comporterà non pochi problemi ai club (specie della massima serie, essendo la più alta fonte di ricavi). Non è tanto un problema di copertura delle immagini, come potrebbero pensare i cuori più puri (a quello c’è il rimedio anche con il fai da te, che anzi, diversamente dall’ormai obsoleta trattazione centrale, ti può offrire molteplici soluzioni), quanto, appunto il venire meno di quei denari che rappresentano la maggior fonte di entrata.
E questo Monguidi credo lo sappia bene, dal momento che propria la Lega B, di cui è il responsabile comunicazione, a pochi giorni dall’inizio della competizione non ha ancora chiuso la cessione dei diritti televisivi per il triennio 2024/2027, trovandosi nella antipatica situazione di dover licenziare un comunicato ufficiale per smentire il possibile rinvio dell’apertura del torneo, in quanto all’offerta sarà possibile aderire ‘in qualsiasi momento nel corso della durata’ del triennio e, pertanto, non c’è alcun limite, entro il quale, tali diritti non potrebbero essere assegnati.
Nella stessa nota la Lega B ha anche mostrato i muscoli: “Alla luce dei continui articoli sul tema diritti tv che escono regolarmente alla vigilia di incontri, trattative e assemblee, sottolinea che non permetterà di creare azioni di disturbo e conseguenti ingenti danni all’associazione e ai suoi club. Come già comunicato nelle scorse settimane esiste un mandato ai legali per individuare i responsabili della diffusione di tali notizie.”
Vabbè prendiamo atto, come prendiamo atto che da tempo si parla della crisi finanziaria di DAZN, che rappresenta, finora, tra le compagnie di servizi a pagamento in streaming di eventi sportivi live o on demand, quella che si era maggiormente esposta (per accaparrarsi, appunto, i diritti tv, anche quando, ancora, non era tecnologicamente evoluta per garantire sempre un servizio ad accettabili livelli di qualità, come il tifoso medio sa bene) e che non a caso (non parliamo di fulmine a ciel sereno) si trova ora a fare i conti trattando un piano esuberi con offerte con incentivi all’esodo, pur smentendo licenziamenti. Ma, a questo punto, è lecito domandarsi quanto il modello sia realmente sostenibile.
Ma torniamo al tema stadi: in conclusione della nostra chiosa, vorrei citare l’incipit di Monguidi che ci fa capire, ahinoi, come il calcio sia cambiato rispetto a quando era lo sport popolare italiano, ben rappresentato sul piccolo schermo dai mezzibusti di 90°, che io nostalgicamente rimpiango: “I tempi sono cambiati e biglietto più Borghetti sono diventati un guadagno un po’ deludente per un club calcistico, ai giorni nostri. D’altra parte, ve lo vedete un tifoso moderno disposto a sfidare qualsiasi condizione meteo per assistere a una partita?” In effetti, frequentando il Tardini, vedo ancora diversi tifosi antichi con la cerata, come scriverebbe Davide; ma peggio ancora è a Como (e la cosa non si sistemerà certo aggiungendo qualche posto in più per essere numericamente negli standard previsti). E ovviamente gli standard qualitativi sono un’altra cosa: l’auspicio è che l’occasione degli Europei 2032 al traino dei turchi possa essere, come annota Monguidi, un’occasione per sistemare almeno cinque stadi, quelli che l’Italia dovrà garantire entro ottobre 2026 con progetti approvati, finanziati e verosimilmente realizzati per l’inizio del torneo.
La sensazione, però, è, come spesso successo anche negli anni passati – cosa per me all’origine della decadenza generalizzata della pedana italica – è che non si tenga in adeguato conto il cuore pulsante del pallone, la sua popolarità con le sue precipue peculiarità italiane, troppo abbagliati dal soldo e dal voler scimmiottare altri, oltre confine, che hanno culture e dinamiche ben diverse dalle nostre difficili da trapiantare. Gabriele Majo
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Nella logica del calcio moderno meglio meno posti “popolari” e più “corporate” perchè questi ultimi garantiscono più soldi. Purtroppo è triste da dire, ma è così.
Sono anni che sotto diversi aspetti, tra cui il costo minimo, è in corso una sorta di “teatrizzazione” dello stadio e per me è un cosa nauseante
Direttore, l’attuale monopolio delle cerate (non più gialle o verdi, ma rosse e blu e sottili e non spesse e carnose come quelle antiche) da parte dei cinesi e la difficoltà a reperire stivaloni verdi da cacciatore/fonzarolo è la prova provata che il modello “biglietto+Borghetti” (in cerata, stivaloni e graziella con il sacco del rudo sulla sella legata fuori, aggiungo io) da Lei giustamente teorizzato è finito. “Scai bocs” e Spritz è il nuovo che avanza, possibilmente in tacco 12.